A quanto pare il dibattito sul copyright, partito in sordina, sta assumendo toni neppure troppo vagamente polemici, a dimostrazione del fatto che il problema e' sentito al punto da suscitare reazioni forti.
Sono convinto che alcune posizioni estreme, non sempre sostenibili nella pratica, vogliano rappresentare una provocazione; del resto non credo che possa essere di qualche utilita' contrapporre alla provocazione il latinorum di manzoniana memoria: senza sacrificare il rigore formale del diritto, sarebbe piu' interessante indagare con cognizione di causa i criteri ispiratori della normativa e di qui proporre una critica costruttiva.
Il diritto d'autore e' un concetto con duplice valenza: infatti, da una parte, esso indica il diritto al riconoscimento della paternita' dell'opera dell'ingegno. E' un significato che attiene prevalentemente l'ambito "morale"; in questi termini, il diritto d'autore non rappresenta un ostacolo alla condivisione delle idee. Infatti, io posso essere l'autore universalmente riconosciuto di un software, o di un brano musicale, o quant'altro; tuttavia, posso concedere a chiunque di servirsene e goderne senza limitazioni. Vero e' che, in quanto autore, ho pieno diritto di limitare la fruizione dell'opera da parte di altri, ma e' altrettanto vero che (salvo casi particolari) non c'e' interesse a imporre limiti all'uso delle proprie opere da parte altrui, se non allo scopo di procurarsi un lucro.
Di conseguenza si arriva al secondo aspetto del diritto d'autore, noto come "diritto di privativa", cioe' l'esclusiva di sfruttamento economico dell'opera. Questa, e non la paternita' intellettuale, e' l'accezione di diritto d'autore al centro delle recenti riforme legislative e delle polemiche che ne sono scaturite.
Al riguardo, e' corretto affermare che, privati della tutela economica, coloro che vivono dei proventi delle proprie creazioni sarebbero costretti a "cambiare mestiere", con innegabile danno non solo per se medesimi. Non va pero' dimenticato che e' possibile ricavare un guadagno economico dalle proprie creazioni anche senza pretendere il pagamento di una somma per concederne licenza d'uso. Gli esempi sono molteplici, e tra i tanti:
consulenze per i tecnici, esibizioni dal vivo ed esposizioni per gli artisti. Forse, e' obiettivamente un po' piu' difficile "tirare avanti"; bisogna essere piu' bravi e avere creato qualcosa di veramente interessante.
Basta poi considerare che la libera circolazione delle idee determina un importante arricchimento culturale per l'intera collettivita' per concludere che il diritto di privativa puo' causare un grave impoverimento della collettivita' tutta quando lo si utilizzi per arroccarsi su posizioni di monopolio tecnologico o, appunto, culturale (ad esempio: divieto di reverse engineering; brevettazione di algoritmi).
Alla fine e' davvero stucchevole l'ipocrisia di chi (in massima parte potenti organizzazioni economiche), sventolando il vessillo del diritto d'autore, difende in realta' interessi miliardari e posizioni di cartello. Un esempio: se le informazioni in mio possesso sono esatte, la somma corrisposta al titolare del diritto di privativa per la vendita di un cd musicale della durata di circa un'ora e' di poco superiore alle mille (!) lire. L'irrisorieta' del costo della materia prima e' nota a tutti: pur ammettendo l'esistenza di ingenti costi di produzione musicale e promozione, comunque ripartibili sull'elevato numero di pezzi prodotti, il prezzo finale medio di quarantamila lire si puo' spiegare solo con un numero esagerato di intermediari tra produzione e consumo e con margini di ricarico eccessivi per ogni intermediario (oltre che con l'aliquota IVA del 20%, assolutamente esorbitante, soprattutto se confrontata con il 4% imposto sui libri).
E' qui che si gonfiano i miliardi e miliardi di "perdite" indotti dalla cosiddetta pirateria, sempre ammettendo qualcosa che non e' affatto dimostrato, cioe' che l'impossibilita' di copiare indurrebbe sempre e comunque all'acquisto.
Abbattendo i costi di intermediazione e distribuzione, il consumatore sarebbe in grado di corrispondere agli autori un compenso ben piu' elevato per la loro fatica, e realizzare comunque un risparmio interessantissimo.
Premesso che il problema del diritto d'autore legato alla copia abusiva esiste, sarebbe auspicabile che le suddette organizzazioni assumessero posizioni piu' corrette ed ammettessero che il vero problema, dal loro punto di vista, non sono le mille lire del diritto d'autore, ma le trentamila che sistemi di distribuzione diretta come, guarda caso, la Rete, possono fermare la' dove e' bene che restino, cioe' nelle tasche dei consumatori.
Sebbene il mercato del software abbia connotati differenti rispetto quello dei prodotti musicali, valgono considerazioni analoghe, con una aggravante non banale: i produttori di software utilizzano da tempo la Rete come sistema di distribuzione diretta, pertanto i costi marginali di produzione (duplicazione del software e della documentazione, eccetera) sono ridotti praticamente a zero. Eppure i prezzi appaiono ugualmente assai sostenuti.
Concludo con un esempio: in questi giorni Techmetrix, societa' statunitense che pubblica interessanti studi tecnologici e di mercato su temi legati alla Rete, propone l'acquisto online (quindi a costo marginale nullo per il venditore) di un report sull'implementazione dei portali internet/intranet. Si tratta di un file PDF di *49* pagine al prezzo di *695$* (oltre un milione e mezzo di lire!). La licenza ne consente la stampa (ma non la fotocopia degli stampati) e vieta esplicitamente la lettura contemporanea da parte di piu' soggetti a seguito di installazione su file system condiviso. Va bene la tutela del diritto d'autore; passi, se proprio non si puo' evitare, il diritto di imporre, a chi ha pagato, qualche limite all'uso della cosa per cui ha pagato: ma mi sembra, francamente, che in molti casi si esageri.