Il manager moderno passa gran parte del suo tempo a reperire, elaborare, distribuire informazioni. Serve a qualcosa o è un puro esercizio di potere?
Un tradizionale problema di ricerca operativa si preoccupa di calcolare il costo dell'informazione perfetta . Cioè, di fronte ad una decisione da prendere, per esempio il prezzo di un prodotto, abbiamo bisogno di una serie di dati, per esempio prezzo e performance dei prodotti concorrenti. Quanto siamo disposti a pagare in hardware, software, consulenti, investigatori, spie e infamoni, per avere una panoramica completa del settore?
La matematica, severa come sempre, ci dà il limite superiore (per i lamer: upper bound ): il costo massimo dell'informazione è dato dal vantaggio massimo ottenibile dall'informazione perfetta. Sommiamo cioè i profitti futuri derivati dall'aver fissato un prezzo conoscendo perfettamente il comportamento della concorrenza, e sottraiamo da essi la somma dei profitti che avremmo ottenuto ignorando tali informazioni . Simulando il caso migliore possibile, il risultato che otteniamo è il valore massimo possibile dell'informazione cercata.
Il rigore matematico con cui si affronta il problema presuppone che le decisioni, al variare delle informazioni ottenute, siano diverse . Se così non fosse, se per esempio il prezzo del nostro prodotto fosse in ogni caso fissato elaborando prudenzialmente dei valori noti a tutti (come avviene spessissimo), ci si rende conto che i soldi spesi in informazioni sono inutili. Allora perchè spenderli? Forse solo per stare più tranquilli? Oppure per " cautelarsi " (mi vengono in mente solo espressioni volgari) da recriminazioni in caso di insuccesso? Il motivo è forse più sottile.
Facendo un passo in più, potremmo tentare di dare un valore al management e al suo sistema informatico. Non è difficile: dobbiamo calcolare quanto ci rimetterebbe l'azienda se, al posto dei consiglieri d'amministrazione con i loro tabulati, ci fosse il contadino Bertoldo, vale a dire una persona dotata del normale buonsenso. Tra i profitti di quest'azienda ipotetica ci sono i mancati stipendi ed i gettoni del CdA, i mancati costi per il reperimento, l'amministrazione, l'elaborazione di dati (il contadino non saprebbe che farsene). Il tutto al netto, ovviamente, del compenso di Bertoldo. La differenza tra i profitti ottenibili nei due casi è il valore aggiunto del sistema informativo.
Ovviamente, questa è solo una fantasiosa ipotesi: il calcolo, infatti, basa i valori più importanti (i profitti attesi) su delle stime, e l'autore di queste stime è lo stesso gestore del sistema informatico che si vuole mettere "sulla griglia". Ma potrebbe essere un utile esercizio di umiltà per il management che, in questo modo, riuscirebbe a mettere in discussione sè stesso ed il proprio apparato tecnico.
Estremizzando queste considerazioni, possiamo chiederci: è giusto che il management detenga, all'interno dell'azienda, il potere decisionale? Ci hanno sempre insegnato, da Menenio Agrippa in poi, che chi detiene il fattore produttivo critico è l'anello più importante della catena, e le informazioni sono il fattore critico . Ma ci stiamo facendo delle domande sul valore delle informazioni, e così mettiamo in discussione il valore di chi le utilizza.
Un sospetto mi assilla: queste informazioni sono davvero un bene strategico ed insostituibile, e vengono usate per il bene della comunità-azienda? Oppure sono lo strumento con cui una casta dirigente esercita il proprio potere a danno delle categorie sprovviste di esse, e quindi ignoranti?
Nell'economia moderna, globalizzata e standardizzata, tra i fattori critici di successo non c'è più il management, che passa da un'azienda all'altra senza problemi per chi lo perde o vantaggi per chi lo acquisisce. Non c'è più nemmeno il capitale, reperibile sui mercati finanziari a prezzi e condizioni pubbliche.
Queste categorie, allora, usano le informazioni per mantenere i propri privilegi. Si può estendere questi concetti dal sistema-azienda all'intera economia: qui il problema delle informazioni asimmetriche, ossia quando attori di una parte del mercato hanno informazioni molto migliori di altri, è già stato affrontato (http://www.itemb.se/archive/Nobel/Nobel_Economia_2001.html). Grandi aziende, o categorie di aziende, sfruttano a proprio vantaggio la povertà (o la ridondanza, l'effetto è lo stesso) delle informazioni accessibili, creando una distorsione della concorrenza.
Rimane la domanda: quale potere potrebbero raggiungere gruppi di persone molto meno sostituibili dei manager, come i lavoratori, oppure i consumatori (http://www.zeusnews.it/news.php3?cod=2433), se si organizzassero in rete per raccogliere ed usare le informazioni? Cominciamo a chiedercelo.