Secondo un’analisi condotta dal giornalista Ken Fisher in ArsTechnica la legislazione restrittiva per chi ruba musica online e che colpisce, tra gli altri, minorenni e ultrasessantenni, non ha ragione d’esistere dal momento che non è in atto una devastazione delle aziende discografiche.
In altri termini, secondo Fisher non è vero che le major stanno andando in miseria, tant’è che se si dà un’occhiata (come egli ha fatto) ai conti di BMI, una delle più grandi associazioni d’autori al mondo, è chiaro che la situazione non è affatto nera, a meno che non si tratti di un’eccezione. Per BMI l’anno fiscale 2004 appena concluso è stato un anno da record: 673 milioni di dollari di fatturato (con un +6,8% e quindi 43 milioni di incremento) e royalties per 573 milioni che vedono un aumento rispetto al 2003 del 7,5% e quindi di 40 milioni di dollari.
A detta dello stesso CEO di BMI, Frances Preston, si tratta della maggiore distribuzione di diritti nell’intera storia dell’azienda. A chi obietta che questa crescita può essere dovuta proprio all’introduzione di leggi più restrittive, Fisher risponde che BMI cresce da dieci anni ad un ritmo medio del 9% annuo.
Rimane quindi un dubbio: perché tanti aumenti nel prezzo dei prodotti? Perché si è giunti a perseguitare spesso inesperti ragazzini e vecchietti?