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Tecnologie e Società

 

Imaging cerebrale dell'impulsività
09/03/2008

Gli studiosi hanno utilizzato la tecnica di risonanza magnetica funzionale (fMRI) per visualizzare l’attività cerebrale di soggetti posti di fronte a un ipotetico scenario: ottenere una piccola ricompensa in denaro immediatamente oppure aspettare per averne una più consistente.

Per la prima volta un gruppo di neuroscienziati statunitensi ha identificato le regioni cerebrali che si attivano quando una persona prende decisioni in modo impulsivo, dimostrando in uno studio comparativo come tale attività sia molto più intensa nei soggetti dipendenti dall’alcol anche quando sono sobri.

Secondo quanto riferito sulla rivista “Journal of Neuroscience”, gli studiosi hanno utilizzato la tecnica di risonanza magnetica funzionale (fMRI) per visualizzare l’attività cerebrale di soggetti posti di fronte a un ipotetico scenario: ottenere una piccola ricompensa in denaro immediatamente oppure aspettare per averne una più consistente.

Tra i soggetti reclutati per il test, nove erano alcolisti in fase di recupero e in condizioni di sobrietà, mentre altri 10 erano soggetti che non hanno mai avuto problemi di dipendenza da sostanza.

Dai dati del test è risultato che gli alcolisti avevano una probabilità di scegliere la ricompensa immediata tre volte più alta rispetto al gruppo di controllo, il che è indicativo, secondo i ricercatori, di un comportamento più impulsivo.

Mentre venivano prese le decisioni più impulsive la tecnica di imaging utilizzata ha rivelato l’attività nella corteccia parietale posteriore, nella corteccia prefrontaleale, nel lobo temporale anteriore e nella corteccia orbitale frontale.

“I nostri risultati suggeriscono la possibile esistenza di una differenza cognitiva tra soggetti normali e soggetti dipendenti da sostanze”, ha spiegato Charlotte Boettiger, dell’Università della North Carolina a Chapel Hill (http://www.unc.edu/), che ha guidato la ricerca. “Nelle persone con una storia di abuso da sostanze sembra che il cervello non sia in grado di elaborare pienamente le conseguenze a lungo termine delle scelte; in sostanza esse elaborano l’informazione in modo meno efficiente.”

Lo studio inoltre potrebbe avere alcune conseguenze terapeutiche.
“In effetti potremmo sperimentare un nuovo approccio alle dipendenze prescrivendo farmaci che sono ora somministrati ai malati di Parkinson o di Alzheimer, o anche di nuovi, con l’obiettivo di migliorare le funzioni esecutive”, ha concluso la Boettiger. (fc)

Tratto da "Le Scienze" online

http://www.lescienze.it/














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