Gli ecosistemi della tundra delle alte latitudini e delle foreste boreali contengono circa il 30 per cento dei suoli carboniosi di tutto il pianeta.
Il riscaldamento globale potrebbe favorire lo sviluppo frequente di incendi nell'attuale tundra delle alte latitudini, portando a un ulteriore aumento del rilascio di gas serra. Lo afferma uno studio condotto da Philip Higuera e colleghi della Montana State University (http://www.montana.edu/), che firmano un articolo pubblicato sulla rivista on line ad accesso libero PLoS ONE (http://www.plosone.org/doi/pone.0001744). Higuera e colleghi hanno esaminato gli antichi sedimenti estratti da quattro antichi laghi di una remota regione dell'Alaska, nel Gates of the Arctic National Park (http://www.nps.gov/gaar/), per determinare che tipo di vegetazione esistesse nella regione subito dopo il termine dell'ultima era glaciale, fra 14.000 e 9000 anni fa.
Esaminando i grani di polline fossilizzato presenti nei sedimenti, i ricercatori hanno determinato che all'epoca la tundra artica aveva un aspetto molto differente da quello attuale, in cui predominano vaste distese di piante erbacee, intervallate da piccole zone coperte da bassi arbusti. Risulta infatti che la vegetazione prevalente fosse costituita da vaste distese di boschi di betulla, che sarebbero stati percorsi piuttosto frequentemente da incendi.
"Questa è stata una sorpresa: la tundra moderna brucia molto raramente, tanto che mi è difficile stabilire con quale frequenza questo possa accadere. La stima più probabile è che le aree più infiammabili possano essere percorse dal fuoco una volta ogni 250 anni", osserva Higuera.
Per contro, dall'analisi dei sedimenti risulta che quei boschi bruciassero con una frequenza all'incirca paragonabile con quella delle attuali foreste boreali dell'Alaska, ossia con in media ogni 140 anni, ma con una frequenza appena trentennale in alcune zone.
Gli ecosistemi della tundra delle alte latitudini e delle foreste boreali contengono circa il 30 per cento dei suoli carboniosi di tutto il pianeta. E buona parte di questo carbonio si concentra nel permafrost. Il riscaldamento globale e il disgelo del permafrost si teme che possa rilasciare quella parte di carbonio che attualmente è là segregato sotto forma di metano. Ma non solo: "I cambiamenti nella vegetazione di queste regioni e i conseguenti incendi più frequenti potrebbero avere un ulteriore grande effetto sul ciclo del carbonio a queste latitudini, ha sottolineato Higuera. "Non conosciamo ancora a fondo le implicazioni, a parte il fatto che è ragionevole aspettarsi che il carbonio intrappolato possa entrare in atmosfera." (gg)