La diminuzione sarebbe tale da comportare gravi conseguenze sia sulla salute umana, sia sul benessere degli ecosistemi terrestri e marini.
Anche un conflitto nucleare regionale limitato comporterebbe un forte impoverimento dello strato di ozono stratosferico che interesserebbe tutto il globo. E' questa la conclusione di uno studio condotto da ricercatori dell'Università del Colorado a Boulder (http://www.colorado.edu/), che hanno sviluppato un modello al computer per studiare le conseguenze climatologiche di un ipotetico scambio di colpi nucleari fra India e Pakistan, condotto sulla base dell'arsenale atomico di cui i due paesi attualmente dispongono.
In base ai loro calcoli, i ricercatori hanno calcolato che gli incendi urbani conseguenti alle esplosioni proietterebbero in atmosfera almeno cinque milioni di tonnellate di scorie di combustione che si innalzerebbero fino a un'altezza di 80 chilometri.
Queste ceneri assorbirebbero una quantità di radiazione solare sufficiente a scaldare i gas circostanti, mettendo in moto una serie di reazioni chimiche, coinvolgenti in primo luogo gli ossidi di azoto, il cui esito è la distruzione di una quota significativa dello strato di ozono che protegge la Terra dalle radiazioni ultraviolette.
"Assisteremmo a una drammatica caduta nei livelli di ozono che persisterebbe per molti anni", ha osservato Michael Mills, che ha diretto lo studio, ora pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS, http://www.pnas.org/). "Alle medie latitudini, la diminuzione dell'ozono arriverebbe dal 25 fino al 40 per cento, cosa che avrebbe enormi effetti sia sulla salute umana, sia sul benessere degli ecosistemi terrestri, acquatici e marini."
Alle alte latitudini il calo sarebbe ancora più drastico, arrivando addirittura al 70 per cento. "I modelli mostrano che la perdita di ozono di questi ordini di grandezza persisterebbero per circa cinque anni, e che rimarrebbero su valori comunque elevati per almeno altri cinque."
I dati relativi alla perdita di ozono sono molto superiori a quelli stimati in precedenti studi sul cosiddetto "inverno nucleare" (o "primavera ultravioletta"): una ricerca del 1985 condotta dal National Research Council che ipotizzava esplosioni per alcune migliaia di megatoni - contro gli 1,5 megatoni presi in considerazione dallo studio pubblicato ora sui PNAS - prevedeva una perdita di ozono attorno al 17 per cento, con una sua ricostituzione entro tre anni e mezzo.
"Allora mancava però un pezzo importante del quadro e i modelli non tenevano conto della risalita delle colonne di fumo e del conseguente riscaldamento della stratosfera. La grande sorpresa è stata che un conflitto nucleare regionale a piccola scala è in grado di innescare una perdita di ozono superiore a quella che un tempo si ipotizzava per una guerra nucleare su vasta scala", ha concluso Brian Toon, che ha partecipato alla ricerca. (gg)