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Tecnologie e Società

 

Cassette della posta virtuali, spazzatura reale
21/08/2001

di Stefano Barni

[Articolo tratto da ZEUS News - Notizie dall'Olimpo informatico]

Alzi la mano chi non ha mai ricevuto da sconosciuti una mail indesiderata: propaganda elettorale, Catene di Sant'Antonio, o semplice pubblicità, tutte quante sono concreta espressione dello spamming, una delle più fastidiose violazioni delle regole di buon comportamento in Rete.
Difendersi è possibile?

In fondo non c'è nulla di strano: si tratta di un fenomeno analogo a quello per il quale anche la cassetta postale di casa tende a riempirsi di cartaccia che, il più delle volte, prende la via della spazzatura senza neppure essere degnata di uno sguardo. L'analogia, però, è solamente parziale: non tanto per l'immaterialità del messaggio elettronico, quanto per la diversa distribuzione dei costi derivanti dall'attività di diffusione delle informazioni.

Proprio così: anche se può non essere evidente a prima vista, i costi della diffusione di pubblicità cartacea sono sostenuti da chi la *diffonde* (stampa del materiale, stoccaggio, compenso a chi materialmente se ne va in giro ad effettuare la distribuzione...); al contrario, lo spamming ribalta i costi sui *destinatari* della pubblicità e su chi mette inconsapevolmente a disposizone le infrastrutture tecniche per il trasporto della stessa. In buona sostanza, pagano i carrier e gli utenti finali, cioè noi.

Chi invia tramite posta elettronica un messaggio pubblicitario a diverse decine o centinaia di migliaia di destinatari spedisce, in realtà, una sola email: il costo dell'operazione è pressocchè nullo. Tocca al mail server del suo fornitore di servizio postale generare le copie necessarie e inviarle, con una occupazione di tempo macchina e di banda di rete proporzionale al loro numero, verso i server di destinazione. Ciascuno di questi deve tenere a disposizione lo spazio su disco necessario (eventualmente per molteplici copie); infine, ogni utente finale sacrifica parte della propria banda e del proprio tempo di connessione per scaricare messaggi che gli costano ulteriore tempo semplicemente per stabilirne l'inutilità e cestinarli.

Caratteristica dello spamming è l'invio del messaggio ad un numero di destinatari il più elevato possibile; dal momento che le mailing list sono spesso costruite rastrellando a casaccio indirizzi di posta qua e là per Internet, spesso con l'aiuto di appositi programmi, lo spammer non può contare su contatti "mirati", ma solo sulla probabilità statistica: tra migliaia e migliaia di persone contattate, alla fine è probabile che almeno un piccolo numero recepisca il messaggio. Considerato il costo irrisorio dell'attività promozionale, può bastare un minimo ritorno economico per chiudere in attivo l'operazione. La probabilità di andare a buon segno è, ovviamente, porporzionale al numero di destinatari raggiunti.

Quanto detto spiega anche perché chi si limita a visitare siti web (evitando di comunicare i propri dati per ottenere servizi o accessi "privilegiati) e a scambiare posta elettronica con conoscenti difficilmente cade vittima dello spamming. Al contrario, pubblicare il proprio mail address su di un sito, comunicarlo a soggetti non del tutto fidati e (soprattutto) inviare messaggi ai newsgroup rappresentano una ottima garanzia di essere, prima o poi, inseriti in qualche mailing list senza averne fatto richiesta.

Purtroppo, esiste un fiorente commercio di indirizzi di posta: spesso, gli spammer acquistano da fornitori insospettabili (tempo fa anche Geocities fu accusata di avere venduto gli indirizzi dei suoi membri) veri e propri elenchi di indirizzi; ciò accade anche grazie alla debole e "rarefatta" legislazione in materia, che, per lo più, ammette l'invio alla cieca di mail pubblicitarie, purchè sia data ai destinatari la possibilità di richiedere l'esclusione dalla mailing list (il cosiddetto opting-out).

Cosa possiamo fare per difenderci?














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