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“Due o tre cose che so di lei”
(di Ars Electronica...)

Sound design e Audiovisivo digitale
Il corpo/design
L'arte interattiva
Repair Ambience
“Due o tre cose che so di lei”... (a chiudere)

 

L’arte interattiva

 

 

Mentre nel passato certe divisioni per categorie sembravano troppo rigide, si ritrova oggi la necessità di ridefinire dei confini, nella convinzione che se un’arte digitale ha preso forma e si colloca sotto la “definizione ombrello” dell’arte.

Interattività quindi, e curiosi di vedere realizzazioni di grande formato.
Grande “Format” di contenuti sociali, positivi e umanitari nel lavoro “The Eyewriter” di Zach Lieberman, utilizzazione di un software di eye–tracking che permette a un ex “writer” di Los Angeles, ora paralizzato, di ricominciare a di/segnare graffiti muovendo solamente gli occhi.

 

Zach Lieberman

 

Dov’è l’estetica in questa operazione?
E’ un’estetica relazionale, umanitaria e socializzante, caratteristica che è stata uno degli elementi “movimentisti” della prima cultura digitale.
La protesi all’occhio che permette di vedere/disegnare e quindi di ri-introdurre l’individuo disabile nel contesto operativo è anche l’altra faccia dell’operazione di Stelarc.

Invece del gesto esemplare e provocatorio, concettualmente sgradevole e psicologicamente aggressivo dell’orecchio “cresciuto” nel braccio di Stelarc, il lavoro di Lieberman presenta l’aspetto positivo e accettabile dell’aiuto prostetico e necessario per aggiungere al corpo delle funzioni deficitarie.
Le attività così ricostituite possono essere diffuse ( attraverso un software open source ) e portare a sviluppi ulteriori come la proiezione dei graffiti su grandi spazi urbani con la mediazione dei “Graffiti Lab” di New York, che hanno costruito uno specifico sulla trasposizione dei graffiti in proiezioni gigantesche su grattacieli.

Interattività è quindi il costruire una catena di azioni-reazioni che attraversano, passano e ripassano fra corpo, società e linguaggio.
Interattività o sound design? “Chorus” degli United Visual Artists è uno di quei lavori che pongono subito il problema della definizione e della catalog,azione di un lavoro e dei suoi elementi. Cinetico + luce & sound, il lavoro è composto di otto pendoli luminosi appesi in spazi pubblici e con diverse e variabili emissioni sonore.

 

Chorus United Visual Artists

 

E sono le idee sullo spostarsi dell’emissione sonora e sulla natura cangiante del suono, idee su cui ha lavorato molto Cage e numerose esperienze della musica contemporanea.

Più originale il lavoro “Talking Doors”, del lituano Julijonas Urbonas, dove la porta ( originariamente del conservatorio di musica ) è dotata di un apparato elettronico che produce suoni ogni volta diversi, che le danno quasi un “carattere” personalizzato. Una porta comunica quante volte una persona è entrata, altre introducono suoni pertinenti. Design del suono o sound design? Anche qui, pur nell’attraente idea di base, siamo nell’ambiguità di prodotto di molta arte digitale: design digitale che consuma la sua idea in una funzione di “push” di altre idee oppure proposta autosufficiente?

“Home” della coreana Hee-son Kim offre alla visione decine di finestre aperte sul privato di altrettante persone, finestre che si possono mettere “a fuoco” orientandovi sopra un cannocchiale. Come il fotografo del film di Hitchcock “La finestra sul cortile”, siamo invitati al voyeurismo, a entrare nel privato degli altri. In Hitchcock la pulsione a guardare/spiare è motivata sia dalla professione ( fotografo, quindi professionista del voyeurismo ) sia dall’immobilità fisica e quindi dal vuoto psicologico che l’infermità crea.

Cosa dice Hee-son Kim?
Spiare gli altri è un atto positivo?
E’ un atto di contatto sociale?
O è un atto aggressivo?
Ma non dice solamente questo, poiché una serie di film coreani hanno indagato la sottile divisione fra privato e pubblico e fra noi e gli altri e il tema del voyeurismo ( “Ferro3” di Kim Ki-Duk per esempio ) e i relativi problemi della condivisione dello spazio ( così come del visibile/nonvisibile ) sembrano essere particolarmente sentiti in oriente, in parte dovuti alla crescita delle megalopoli, in parte a più profonde implicazioni socio-culturali.
Il premio “Digital Comunities” va giustamente a Chaos Computer Club.
Il premio non sembra ( e non deve ) essere solo “dovuto” alla veterana attività del “ Chaos” nelle controculture dell’attivismo digitale.

I “Chaos” diventano nel tempo sempre più emblematici di un atteggiamento di rivolta critica alla comunicazione ufficiale di cui troviamo oggi sempre meno esempi nella vastissima e non sempre convincente area dell’ultimo “hacktivism”.
Ridefinire i confini dell’hacktivism in maniera non compiaciuta ma critica mi sembra essere uno dei problemi di oggi, problemi sollevati per esempio dalla controversa figura di Wikileaks, che è forse il confine, il punto di crisi, su cui si ri-processa l’idea libertaria di una autogestione critica dei nuovi mezzi di comunicazione.