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The Andersen Project
Il teatro di Lepage

 

Il teatro di Lepage

 

 

 

La portata innovativa del teatro di Lepage non si ferma esclusivamente alla sorprendente capacità interpretativa e sintattica, ma investe anche, su un livello linguistico e formale, il suo rapporto con le altre forme di narrazione visiva come il cinema e la televisione. Abolisce la distinzione fra le arti e attinge, con grande disinvoltura, alle altre modalità di rappresentazione. Con estrema scioltezza le fonde una entro l’altra, senza mai disarticolarle dalla tradizione teatrale ma rinnovandone il supporto comunicativo e infondendo in esse nuovo vigore. “Il teatro è molto influenzato dai progressi dell’epoca in cui si vive: in questo momento ci troviamo di fronte ad un approccio narrativo cinematografico. Credo che il teatro debba rimanere teatro, non diventare cinema, ma credo anche debba accogliere altre forme narrative, mutate dalle altre arti” [3].


Lepage restringe lo spazio scenico nelle sue componenti tridimensionali: altezza, larghezza e profondità. Ritaglia un piccolo schermo filmico poco profondo che diventa il campo visivo dell’osservatore. In questo stretto rettangolo l’attore si muove, interagisce, narra la sua storia, crea un ambiente vivibile dove esprimersi. Dopo aver appiattito lo spazio, lo sfonda, lo riconduce ad una matrice tridimensionale, interagisce illusionisticamente con esso. Un iter che parte da un processo di sintesi per poi trovarsi nuovamente ad essere analitico, descrittivo. Non abolisce le coordinate spaziali sceniche tipiche della rappresentazione tradizionale ma le ricrea con l’ausilio della tecnologia. Sorprende lo spettatore, lo trascina all’interno del suo mondo così mimetico ma allo stesso tempo visionario. Gli scenari da lui creati variano ecletticamente da situazioni realizzate sinteticamente, come l'evocazione del Bois du Boulogne, a scenografie più tradizionali, come la ricostruzione degli spazi delle cabine telefoniche o degli interni del “peep show”. La tecnologia non è mai preminente e fine a se stessa, bensì è sempre funzionale alla narrazione. Lo si può chiaramente intendere quando restringe lo spazio temporale per realizzare una fluidità narrativa fortemente comunicativa e psichedelica, come avviene quando le scene del treno e della discoteca confluiscono l'una entro l'altra, e nella sezione in cui viene narrata la storia de L’ombra, dove è possibile gustare la maestria con cui l’attore-regista gioca con la luce di una lampada, facendola diventare parte attiva e co-protagonista del racconto.


Tutto lo spettacolo è caratterizzato da una tecnica di montaggio degli eventi basata su una narrazione non lineare. Un susseguirsi di situazioni strutturate in una spiccata libertà sintattica, la cui l'unione fra le parti si evince nella globalità della narrazione. Si tratta di modalità costruttive in cui è possibile ritrovare la sintesi e gli scarti narrativi tipici del linguaggio video. Così come manipola il ritmo della narrazione, Lepage alterna il tragico al comico, varia dinamicamente il tono del racconto in un susseguirsi di ironia e dramma.


L’uso della lingua originale, il francese, sottotitolato, denota la sua costante attenzione alle problematiche del multiculturalismo e multilingismo, mostrando la volontà di poter sormontare le barriere culturali attraverso una comunicazione capillare e globale ma allo stesso tempo specifica e rispettosa delle intrinseche differenze.


The Andersen Project si è presentato quindi come un coagulo di semplicità e di laboriosità, di spontaneità e di manipolazione: la sobrietà e la raffinatezza permeano lo stile dell’opera, sempre calibrata, mai eccessiva né ridondante o violenta.

 

Note

3) Robert Lepage racconta, opuscolo dello spettacolo, Robert Lepage, The Andersen Project, Romaeuropa Festival, Fondazione Musica per Roma, Auditorim Parco della musica, Roma, 27-28-29 ottobre 2006, s.i.p.