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La Biennale di Venezia rappresenta un evento importante nella produzione artistica internazionale, con una storia più che secolare, e il fatto che questanno si svolga contemporaneamente a Documenta ha certamente inciso sulle strategie espositive. Limmagine complessiva della 47° edizione è quella liscia e squadrata di un fatto esclusivamente artistico, chiuso nei recinti dellarte. Se nella Biennale precedente abbondavano i riferimenti alla cultura e alla storia della cultura, attraverso un discorso tematico forte che nasceva e si sviluppava soprattutto al di fuori dellarte, come fatto culturale, in questa edizione il discorso è invece tutto compreso allinterno della dimensione artistica (con la sua storia, le sue culture, i suoi percorsi interni). In questo i curatori, di cui bisogna comunque riconoscere la professionalità di avere costruito in solo quattro mesi la manifestazione, hanno certamente dimostrato una chiusura, giacché oggi larte si può significare soltanto in un rapporto dialettico, sovente critico e feroce ma competente, con la cultura che la genera e con i suoi fantasmi. |
E ormai fuori discussione un rovesciamento. Nel secolo scorso e nella prima parte di questo le opere realizzate coi nuovi strumenti copiavano gli stilemi dellarte tradizionale per ritagliarsi nel panorama artistico una propria identità (o, ciò che è lo stesso, per acquisire il diritto di partecipare alla rappresentazione artistica), per assurgere ad arte (come per esempio il pittorialismo in fotografia). Da almeno tre decenni, invece, è spesso larte che si serve degli strumenti tradizionali a trarre spunto, per esprimere unidentità, dai contenuti e dagli stilemi dei nuovi media e dallimmaginario tecnologico, quasi sempre in maniera banale e semplicistica. In questo certamente imboccando una via senza uscita, giacché i linguaggi tradizionali non possono che essere perdenti se si confrontano sul terreno dei nuovi. Lidentità dellarte tradizionale è altrove, per esempio nelle peculiarità che solo la manualità, gli strumenti, i materiali tradizionali possono conferire allopera, rendendola ineguagliabile per forma e contenuti. Facendone, come scriveva Benjamin, lapparizione unica di una lontananza.
Ho parlato di luminose eccezioni nella 47° Biennale di Venezia. Tra queste mi viene in mente il Padiglione della Repubblica Ceca, con il giovanissimo ed eclettico Ondrej Rudavsky (classe 1966), e il Padiglione Nordico, che superando i confini culturali ha incluso giovani artisti di diverse nazionalità intorno a un tema di grande attualità (Naturally Artificial), sul ripensamento del concetto di natura, sulla nuova natura o natura seconda, come spesso lho chiamata. Questa natura artificiale, di cui è permeata la nostra quotidianità e la nostra cultura, è soprattutto il risultato delle tecniche e tecnologie che lumanità si è data e si dà, dunque affrontare questi argomenti da una prospettiva artistica e con strumenti adeguati è un imperativo fondamentale ed etico. Possiamo essere certi che le piccole perle di Rudavsky e del Padiglione Nordico, pur nella loro episodicità allinterno della Biennale, rappresentano alla fine un seme destinato a germogliare. |
| Mariko Mori, Techno-Geisha del XXI Secolo. di Lorenza Pignatti (download, 7 K) Dalibor Martinis: di Daniele Perra (download, 10 K)
Disponibilità Logistiche: di Andrea Lisi (download, 7 K) Giù nella Realtà: di Andrea Lisi (download, 12 K) | ||||||||||||||||||||||||||
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Nellimmagine liscia e pulita delledizione di questanno si è perso il senso del nuovo, ma ormai sappiamo che non lo si deve più cercare in manifestazioni che, come la Biennale di Venezia, sono eventi mediali e di costume che richiamano decine di migliaia di persone, di cui la stragrande maggioranza è costituita di non addetti ai lavori. Il processo di democratizzazione dellarte, per il quale ci siamo battuti, ha prodotto alla fine larte dei numeri. Questarte della quantità, delleconomia e dei musei, non può che incontrare le masse sul terreno del già dato (cioè sullovvio, o sullo storico) o su quello dellevento.
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