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E’ il momento della manipolazione digitale delle immagini fotografiche. Diverse interessanti esposizioni a Roma documentano, in queste settimane, la diffusione di una forma d’arte che sta riscuotendo, in particolare tra le nuove generazioni, un grande successo. Si capisce come un linguaggio di grande efficacia comunicativa che gli artisti condividono con i grafici pubblicitari più all’avanguardia e i registi dei videoclip, possa entusiasmare un mercato assettato di attualità, interessato a trovare forme adatte ad esprimere la sensibilità del mondo di Internet, dei prodigi della comunicazione elettronica, della crescente pervasività dei media e della tecnologia. E così le gallerie si riempiono di immagini straordinarie, potenti, in cui la tecnologia digitale è vista definitivamente come possibilità secondo un atteggiamento positivo che le mostre romane documentano nel suo farsi.
Marisa Albanese
Orphani


Inez van Lamsweerde, classe 1963, espone a Il Ponte alcune foto della serie “The Wisdom” in cui compaiono delle lolite luciferine in situazioni enigmatiche. L’artista olandese è come di consueto assai abile nell’attrarre lo spettatore verso figure umane dai lineamenti inquietanti, familiari e aliene allo stesso tempo, che somigliando ai personaggi sintetici delle riviste di moda per eccesso, ne mettono a nudo la sostanziale disumanità e la venefica influenza sull’uomo comune. Per lei, la tecnologia digitale rappresenta non solo lo strumento ma anche l’oggetto del discorso estetico, non potendosi produrre certi poteri dell’immagine senza l’ausilio delle strumentazioni elettroniche. Analogamente a certe impostazioni decostruttive o “politiche” dell’arte che guarda all’immaginario di massa, nei suoi lavori si sollevano dei dubbi, è presente l’intenzione di scuotere e far pensare. Su una linea affine si pone la serie “Orphani” che Marisa Albanese espone allo Studio Pino Casagrande, dove il trattamento a computer permette di combinare delle coppie di mani inguainate nel lattice bianco in composizione di astratta perfezione e simmetria. Qui la tecnologia digitale è asservita alla manifestazione di un’idea straordinariamente potente della perdita del senso del contatto interpersonale in un mondo sempre più dominato dalla paura del contagio e quindi dal mito dell’asettico. Un mito invadente che arriva ad interessare anche le modalità di procreazione immettendo asetticità, artificiosità in quella che dovrebbe essere la sfera più naturale dell’esperienza umana. Un mito che l’Albanese, essendo donna, si preoccupa di stigmatizzare rinviando indirettamente ad una posizione critica.
Ma nonostante la persistenza di una intenzionalità interpretativa o in qualche modo metaforica, in queste artiste è già avvenuto il passaggio da una concezione dell’immagine sintetica come espressione dei meccanismi di controllo sociali e culturali di fronte ai quali l’artista si può solo porre come antagonista o evidenziatore, ad un’altra estetica di massa, più integrata nel sistema dell’informazione, dove l’immagine sintetica diventa strumento creativo nelle mani dell’artista che ne accetta le possibilità, ne subisce il richiamo, smettendo di riporre fiducia in una posizione di controllo e dominio dall’esterno.


Inez van Lemsweerde
dalla serie The Wisdom

E’ lo stesso concetto di “esterno” a venire meno. Nell’epoca della rete globale questa condizione è sempre più difficile da comprendere e legittimare. Allora per la van Lamsweerde e la Albanese l’istanza critica è fatta passare dietro quegli sguardi irreali così affascinanti inventati, dietro quei movimenti di mani congelate in forme geometriche bellissime e lo scarto riflessivo smussato nell’esibizione del potere demiurgico dell’immagine digitale. In questo modo si supera anche il Realismo degli anni '80 e si costituisce un diverso modo di guardare l’attualità.

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Per la van Lamsweerde e la Albanese l’istanza critica è fatta passare dietro quegli sguardi irreali così affascinanti inventati, dietro quei movimenti di mani congelate in forme geometriche bellissime e lo scarto riflessivo smussato nell’esibizione del potere demiurgico dell’immagine digitale. In questo modo si supera anche il Realismo degli anni '80 e si costituisce un diverso modo di guardare l’attualità. Ne sono esempio più estremo gli artisti raccolti nella collettiva “Arena” alla libreria Mel Bookstore curata da Cristiana Perrella. Per lo più giovani e giovanissimi, nati tra gli anni '60 e '70, cresciuti con il modem e MTV.
Per la sistemazione delle opere è stato scelto un tipico luogo “di passaggi e attraversamenti...” considerato più idoneo a rappresentare il presente rispetto alle “piazze e ai centri storici ormai svuotati della funzione urbanistica e aggregativa...”,con i singoli pezzi in successione ritmica, sospesi dal livello del secondo piano sulla hall occupata dagli scaffali con libri e gadgets. Questa dislocazione procura una certa difficoltà nell’individuare la proposta specifica del singolo artista e rende opache le distinzioni tra le immagini “artistiche” della mostra e quelle commerciali pubblicitarie ordinarie del negozio, realizzate con gli stessi linguaggi estetici. L’apporto degli artisti viene così a risolversi in pure addizioni di stimolazioni visive che si limitano a sottolineare le qualità entropiche, di dispersione di energie comunicazionali, dell’ambiente, offrendo una visualizzazione pregnante dell’integrazione di quest’arte nelle strutture simboliche delle attività umane contemporanee.


Alessandro Gianvenuti
Some friends victim of confusion part 2 1997

La curatrice nel catalogo paragona il modus operandi di questi giovani cultori della fotografia al Breakbeat dei musicisti elettronici, prelievo del frammento reale, manipolazione elettronica e inserimento in un nuovo contesto, ma rispetto all’insieme del processo che nella techno o nell’hip hop genera un discorso musicale specifico e personale, in questa mostra si vedono solo i breakbeats, i frammenti manipolati, cosicché il discorso diventa l’esterno, con i suoi incidenti e i suoi rumori di fondo. Per tornare ai paragoni musicali, l’effetto è quello di una musica Ambient: semplice tappeto sonoro se la si ascolta in maniera disattenta come la massaia segue la televisione mentre mescola la minestra, contemplativa se ci si sofferma sui particolari. E allora mettiamo a fuoco questi particolari, nella fattispecie i lavori dei singoli artisti.
Curiosamente per parecchi di essi l’associazione alla musica Ambient non è peregrina. Il tema ricorrente è infatti la trasfigurazione del dato reale prodotto dal suo isolamento in frammenti irrelati su cui si concentra una attenzione esasperata, da attesa della rivelazione. Come negli interni di Carlo Benvenuto, nella fissità dell’obiettivo su oggetti insignificanti di Federico Del Prete o nei dettagli estranianti inseriti nel paesaggio naturale di Deborah Ligorio. Questa curiosità densa di attesa per l’ordinario implica in via preliminare la rinuncia ad una qualsivoglia chiave di composizione coerente dei fatti. In altre parole, ad una intenzionalità progettuale forte da porre in relazione con l’esterno. Con il risultato di una enfatizzazione degli aspetti fisico- percettivi dei dati reali che attraggono a sé l’artista/spettatore, rivelando aspetti mai visti, frutto di una perdita della distinzione tra oggettivo e soggettivo, tra fisico e psichico. Su questo piano si pongono le immagini a tinte acide di Marco Samorè e di Bianco e Valente. Ed anche le ambientazioni soggettivizzate di Lara Favaretto. Si finisce per approdare alla condizione di visionari che ad esempio si vedono abitare un ambiente ingombro di giocattoli, Loris Cecchini, o essere spettatori di eventi incomprensibili ma suggestivi, Sara Rossi. Si precipita negli atteggiamenti regressivi del narcisismo, Giulia Caira, e dell’attaccamento naif al colore degli oggetti fotografati, Benedetta Jacovoni, quasi si trattasse di una entità autonoma, come “la rossità del rosso”, di cui parla Hoffmann, l’inventore dell’LSD, a proposito di certe percezioni sotto acido. La tecnologia digitale è d’aiuto a questi artisti per mostrare le possibilità di un accesso sensoriale anche alle dimensioni non fisiche e astratte delle cose. Possibilità tipiche degli stati alterati di coscienza per droga o esperienza mistica. Non a caso i ritratti di Alessandro Gianvenuti ricordano le immagini dell’estetica Techno allusive allo sballo acido e lo stesso si esprime nei confronti dell’oggetto delle sue foto in termini misticheggianti: “io, 'la cosa’, il computer. Ognuno con la sua essenza . Un unico magma in rivolta che muta in continuazione. Avvertiamo la nostra presenza fondersi fino ad arrivare alla 'cosa finale’. L’unione, il frutto è l’opera. Ed è questa l’essenza stessa della pittura digitale, una fusione organico-psico-digitale”.

Realismo digitale

Inez van Lamsweerde
Marisa Albanese
Collettiva ARENA

di Andrea Lisi

 

      
      
La perdita di una distinzione tra il sé e l’esterno muta radicalmente il concetto di realtà come contenuto dell’opera. Il mondo, non rappresentando più l’alterità, non ha neanche più motivo di essere compreso o criticato. Basta farne esperienza. Ed è il livello massimo di appropriazione dell’attualità da parte dell’arte. L’attualità però dei linguaggi massmediatici, tecnologici, tra l’altro di derivazione dalle culture giovanili metropolitane per le quali la realtà è una istantanea ludico-creativa in cui un gruppo si identifica estemporaneamente. Non quella dei grandi problemi etici, personali e sociali. Questi artisti rimettono in circolo, dopo averne fatto un “campionamento” le massicce dosi di adrenalina sintetica assorbita negli ambienti in cui sono cresciuti: l’ipermercato, gli Internet cafe, le feste Techno e si sentono parte di una cultura che i più geniali di loro hanno contribuito a creare. Se anche si avverte un clima generale di nonsense e alienazione, ciò fa parte integrante del gioco, è interno al tipo di cultura e sensibilità, non è più un problema.
Con cautela comunque inserirei alcuni dei nomi presenti nella collettiva Arena nello stesso ambito. In Matteo Basilè la ricorrenza del codice a barre sulle immagini digitali sembra evocare un approccio meno pacifico con le strutture sociali che regolano la nostra esistenza, e le domande che si pone Mario Rizzi nei suoi dettagli di corpi offesi vanno al di là di un immediato soddisfacimento di istinti estetici. Mentre non capisco che rapporto possa avere Robert Gligorov con la cultura dei suoi compagni di mostra se non per un superficiale aspetto pulp dei sui lavori.
Tra alti e bassi è sicuramente un particolare tipo di pseudo-realismo quello che questa collettiva fa emergere, dotato della stessa capacità d’attrazione dei fenomeni giovanili che hanno caratterizzato, nella moda come nella letteratura, gli anni '90, raccogliendo le suggestioni della cultura cyber di Wired e di Mondo 2000. Una cultura apparentemente riappacificata con i media al punto da permettersi di partecipare al loro perfezionamento tecnico ed estetico. La cultura di una generazione amante della tecnologia e visionaria allo stesso tempo, in una parola, acida.