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Intervista a Miguel Angel García
Alessandro Barile


Miguel Angel García è nato in Argentina nel 1939, da diversi anni risiede in Italia ed è attualmente direttore della collana di ipertesti delle edizioni Synergon, Bologna. Lavora anche per enti locali, per l'università, continuando la ricerca sociologica. E' infatti laureato in sociologia ed economia e ha conseguito il dottorato di istituzioni cooperative a La Plata, Argentina.
Ha vissuto ed insegnato in Messico, Argentina, Stati Uniti. Ha pubblicato il primo racconto narrativo ipertestuale in italiano, Borderline.


In che anni ha cominciato ad occuparsi di ipertesti?

Era l'85, io mi trovavo in California dove conobbi Jones, lo sviluppatore di un programma per ipertesti in DOS chiamato Black Magic, anteriore ad Hypercard. Mentre studiavo il programma mi venne in mente l'idea di "Borderline".

Comunque già Nelson aveva sviluppato il suo programma-progetto Xanadu...

Sì certo, gli ipertesti sono piuttosto vecchi, sono contemporanei alla nascita del computer. In realtà è più naturale per uno che lavora con il computer pensare ad un ipertesto piuttosto che ad un testo. Un programma di scrittura è una cosa piuttosto complicata, invece l'ipertesto è assolutamente naturale, si adatta al modo di essere del rapporto utente-computer.

Lei però già sapeva usare il computer...

Sì, avevo fatto un corso alla IBM di Buenos Aires intorno al `60 come programmatore ed analista di sistema, in quanto volevo dedicarmi alla statistica sociale, cosa che in parte poi ho fatto.

Quindi lei dice che chi usa il computer naturalmente pensa all'ipertesto. Ma si riferisce all'utente medio, che magari usa solo un WP o un foglio elettronico?

Veramente io pensavo ai primi sviluppatori. Ormai il computer ha generato una propria cultura, non è più una macchina nuda, ora ha uno spessore culturale e per questo alla gente un programma di scrittura sembra naturalissimo, anche se non è così, esso non appartiene alla natura del computer. Proprio del computer sono solo le basi di dati, consultabili tramite due strade: una è la ricerca logica per operatori, la seconda è l'ipertesto. Ce ne sarebbe una terza, che implicherebbe lo spessore culturale di cui si parlava prima, diciamo, di un metro e mezzo.

Cioè? Che intende?

La terza via sarebbe il dialogo con la macchina, una macchina che però avesse una cultura comparabile alla nostra. Ma ancora non abbiamo una macchina "intelligente". Io parlavo di spessore culturale perché quando si parla di macchine o programmi intelligenti, o sistemi intelligenti si intende dire qualcosa che agisca in modo interlocutorio, che permetta un rapporto simulato con un altro soggetto. Ora, quando noi abbiamo un rapporto di dialogo esso non è con il soggetto in quanto tale, ma con un soggetto parte della cultura universale. Prima di tutto perché utilizziamo la lingua, e la lingua è un tesoro nel senso di thesaurus, la somma di tutto quanto abbiamo accumulato nel corso della storia umana. E' una forma sintetica della nostra cultura.
Quando noi parliamo, pensiamo. E quando noi pensiamo prendiamo dal magazzino della cultura umana dei pezzi che servono ad esprimerci. Il computer potrebbe fare questo, ma non c'entra col fatto che sia intelligente.

Gli basterebbe conoscere chi ha di fronte.

Sì, gli basterebbe avere quel terreno comune che permette il dialogo.

Mi ricordo di un progetto della Apple di qualche anno fa, il Knowledge Navigator, che funzionava in questo modo, cercando di realizzare un assistente personale digitalizzato che conosceva e riconosceva il suo padrone.

Sì, l'idea era quella. In quegli anni c'è stata tutta una ondata di sistemi esperti che poi si è fermata di fronte al fatto che la cultura umana è troppo estesa, non divisibile in compartimenti stagni se non limitatamente; comunque esistono sistemi esperti giuridici che funzionano abbastanza bene. Ma pensa solo al problema dei sinonimi, a quale estensioni di rimandi porterebbe. E' un lavoro difficile ma già lo stiamo facendo. Quando ho cominciato io il computer parlava la sua lingua, e noi la nostra: poi sono arrivati i linguaggi di programmazione, poi le interfacce. Si è arrivati ad un terreno comune, come le icone. Ma mentre con te io posso mostrarti un disegno, o posso parlare, e in entrambi i casi restiamo all'interno della nostra cultura, con il computer sì che posso mostrare un disegno, ma ancora non posso parlare.

Tornando all'ipertesto, l'affascinò il fatto che fosse proprio della cultura del computer?

Non solo, ma per spiegarlo ho bisogno di un flashback. C'è uno scrittore argentino che si chiama Julio Cortázar, che per almeno metà della sua vita ha lottato contro la sequenzialità della narrativa. Ha scritto due opere maggiori con questa caratteristica. La prima si chiamava "Razuela", nel 1963, (traduzione italiana "Il gioco del mondo"), che è un gioco in cui si segnano sul marciapiede diverse caselle, e poi si salta da una all'altra. In questo libro i capitoli formano il disegno del gioco del mondo, e il lettore poteva leggerlo così come se giocasse. In realtà era un ipertesto. All'epoca in Argentina c'era un istituto che si chiamava Di Tella, una fondazione fatta da un industriale, con un ruolo abbastanza simile al Dams qua, era un centro delle arti molto innovativo. Uno studente ebbe l'idea di costruire una macchina per leggere Razuela, non un computer, la logica era la stessa, ma era una macchina con dei ferri mobili che lasciavano cadere le pagine a seconda della scelta. Quando la vidi pensai "Beh, con il computer si farebbe molto meglio. L'idea è buona però con il computer si migliorerebbe". Al momento pensai fosse una idea mia, poi mi documentai e mi accorsi che già ci avevano pensato, che già esisteva l'idea di ipertesto. Cortàzar poi scrisse un altro libro, "62 modelli per amare" che era completamente ipertestuale con 62 capitoli che potevano essere letti in qualsiasi ordine, ma fu un fallimento commerciale, per la gente era troppo, leggere un romanzo senza inizio e senza fine faceva innervosire tutti.

Che strumenti usa per il suo lavoro?

Io programmo direttamente in Windows, utilizzando il suo motore ipertestuale, WinHelp, che ha molte parti non risolte: per costruire alcuni elementi ho dovuto rifare le librerie. Il vantaggio è che però la maggior parte delle cose la trovo già pronta, come la forma di un bottone, o di una finestra. I vantaggi per l'utente sono innanzitutto l'universalità del sistema. Certo non gira su tutte le macchine, ma solo le grandi case si possono permettere programmi veramente universali, loro hanno un esercito di persone che risolvono i problemi di compatibilità, lavoro non effettuabile da un singolo programmatore. Agganciandomi a Windows so che molte persone potranno utilizzare quel che faccio. Seconda cosa io non devo far installare nessun nuovo programma, tranne le routines create appositamente. Per questo alla Synergon possiamo fare ipertesti corposi che entrano in un dischetto o due, grazie alla compattazione e al fatto di essere per la maggior parte solo dati, senza programma.

Lei fa tutto ciò da solo?

Per il momento lavoro come un artigiano.

Come procede per realizzare gli ipertesti?

Dapprima mi scelgo un motivo di lavoro, da solo o con altri, poi comincio ad elaborare una storyboard. Inizialmente non ne facevo, poi ho capito che era un errore, che serviva senz'altro. Poi armo la struttura di base del sistema, il magazzino dei dati. Strato per strato realizzo quindi i link. L'ultima cosa che faccio è l'inizio, procedo a rovescio. Questo è lo storyboard del lavoro che sto facendo ora [mi mostra un pacco di stampe alte tre dita]: questo ipertesto ha 4.000 nodi e 7.500 link. Il titolo è l'"Atlante del cyberspazio", realizzato con Roberto Terrosi, Alessandro Salibra Bove, Federico Ongaro.

Quando verrà pubblicato?

Probabilmente ad aprile. Facendo questi lavori l'essenziale è essere ordinatissimi: si ha una dimensione di dati che eccede quel che può contenere la mente! Dicevamo della realizzazione, eravamo arrivati a quegli ammennicoli che servono per gli ipertesti, alcuni grafici, eventualmente sonori. Per Synergon non ho fatto nulla di sonoro, non ci tenevano a causa della limitazione del mercato, non tutti i proprietari di pc hanno le schede sonore. Probabilmente adesso farò qualcosa col suono e col video, ci vuole, ho voglia di provare.

Quindi ha già in mente qualche altro argomento dopo questo lavoro?

Sì, ho in mente diverse cose. Il problema è che il lavoro si fa sempre più complesso. A livello artigiano io posso fare ipertesti, scusa la ridondanza, testuali, in cui la parte centrale è narrativa. Se uno va al multimedia, o meglio all'hypermedia, non può lavorare da solo, bisogna essere una équipe di esperti nei diversi campi: suono, video...il problema è che il costo diventa elevato.

Quindi pensa che farà un reclutamento di persone?

Più che a un reclutamento penso ad una struttura tipo band, come fanno i jazzisti.

Una jam session al computer.

Sì, una struttura variabile che si accorda a seconda del tipo di lavoro. Bisogna vedere però se sul mercato ci sono abbastanza persone con capacità tecniche specifiche. La prima cosa che manca sono gli ipertestualisti, non semplici programmatori ma persone con una cultura narrativa, che sappiano raccontare. Altrimenti viene fuori solo un lavoro il cui massimo è un indice di argomenti, una cosa non malvagia di per sé ma che sfrutta solo l'uno per cento delle capacità narrative ipertestuali.
Su una guida della Apple del '93 indirizzata agli sviluppatori di multimedia si fa una lista dei ruoli necessari in ogni progetto, individuate tra le dieci e le sedici figure professionali: sono molte.
Forse il lavoro lo possono fare anche quattro cinque persone, ma con una struttura mobile, non equipe permanenti. Certamente le grandi aziende possono avere impiegati fissi, ma il mercato italiano per ora non reggerebbe: meglio gruppi diversi a seconda del prodotto, anche con gente con preparazioni diverse. Per fare un multimedia sulla cucina bastano realizzatori medi, mentre questa tecnica ha forti potenzialità artistiche.

Le produzioni minori però tirerebbero su il mercato.

Senz'altro lo creano. Ma di questo non preoccuparti, già altri lo stanno facendo, e noi siamo in un ritardo considerevole. La prima ondata di cdrom è stata tutta di produzione e lingua straniera; ed ora le aziende straniere pensano i prodotti anche per il mercato italiano.

Ha già in mente un tema in cui cimentarsi?

Il primo tema che mi interessa sono le icone nella cultura mondiale sino ad arrivare al computer, dalla pittografia alle icone russe...

Diciamo tutta la storia dell'immagine sino ad arrivare all'icona?

No, l'icona non è solo un'immagine, è un simbolo che ha la forma di immagine, particolare perché si realizza in un determinato periodo, e con la funzione di parola o di un gruppo di parole. Bisognerebbe vedere poi fino a che punto le macchine moderne non siano anche esse icone. Ad esempio quando nel computer si vuole rappresentare una successione di immagini, si utilizzano i bottoni del registratore. Ora: chi li ha inventati sicuramente non aveva intenzioni iconografiche, eppure icone sono diventati, per un motivo che esula dalla logica stessa della macchina. La macchina sviluppa una sua espressività necessaria in quanto si interfaccia con l'uomo.

Nel registratore però i tasti mediano una funzione, ad esempio: io voglio che tu mandi avanti il nastro. Nell'icona russa che funzione si media?

Qualcosa di molto concreto. In Ucraina quando non piove prendono l'icona di un santo, la legano dal basso e la calano in un pozzo, dicendo che lo lasceranno lì finché non pioverà. Tutto ciò media una chiara funzione, quella di voler far piovere. Come succede a Napoli con i santi, non sono queste preghiere in senso mistico, quanto richieste al destino, espresse con uno strumento particolare: l'icona.
Qualcosa di simile era venuta in mente anche a me, riflettendo sul fatto che cliccare su un icona, o su una scritta, è come usare una parola magica, una parola che scatena una successione di eventi. Tutto ciò fa parte di quel che viene chiamato primitivismo moderno, o anche tecnosciamanesimo, insomma di quel riemergere di comportamenti tribali o superstiziosi nella nostra epoca
Infatti, è come quando qualcosa nel computer non funziona e lo si spegne, nella speranza che tutto si risolva da solo. E' vero che c'è un rapporto magico, con la differenza che il magico funziona!, anche se a volte ha funzione puramente stocastica. Hai presente Occam, il logico inglese del 300? Lui diceva che in una situazione di incertezza è meglio fare qualsiasi scelta piuttosto che nessuna. Così spesso le scelte sono stocastiche, ovvero irrazionali: solo attraverso prove ed errori in seguito si sviluppano pratiche che hanno un'utilità, a volte puramente simbolica, come nel caso del santo o dello spegnere il computer, ma che comunque scaricano una tensione, cosa che nell'equilibrio del soggetto, o della comunità, ha importanza.

Passiamo alla produzione italiana di ipertesti. Cosa ne pensa?

Ho visto qualcosa di buono, specialmente nel campo educativo. Un autore che mi piace molto è Panebarco. Ho visto anche delle porcherie, come la Peruzzo Informatica, da citare come criminale per quanto riguarda la "Grande Enciclopedia Multimediale" che è a carattere, prende i comandi solo da tastiera: è proprio uno spreco dei mezzi. Ho tentato di adoperarlo e sono impazzito. Tu per cosa utilizzi il tasto Esc?

Io? Per interrompere, per uscire.

Sai che significato gli han dato loro? Andare avanti... Inoltre anche graficamente è una cosa malfatta, con colori brutti. Fare questo, e dire che è un CD-ROM, probabilmente farà sì che diversi lettori non ne comprino un altro.

Un'ultima domanda: se qualcuno volesse collaborare con lei, dove potrebbe contattarla?

In email: mc5556@mclink.it . In particolare se ci sono musicisti, gente con esperienza cinematografica o di video, scrittori, insomma gente che pratica una arte particolare ed oltre a questo sa un minimo di computer, si facciano sentire. Servono artisti.