Reti e immaginario tecnologico
Io credo poco, e credo sempre meno, nella comunicazione, nel mito della comunicazione. Credo che sia un mito pestilenziale, e che solo al prezzo di sapere che è un mito pestilenziale abbia senso, nonostante tutto, comunicare. Ma davvero nonostante tutto: nel senso che quel tutto, in qualche modo, deve esserci, e deve essere subito dimenticato, perché non resti, totalitario e terribile, come un tutto. E cioè: questo tutto deve essere davvero qualcosa che fa male. Se il comunicare fa male, allora diventa nudo, diventa riconoscimento istantaneo alla velocità della luce; come avviene, ahimè, quasi solo con l'immagine. Ma l'immagine è anche la lettura, è anche guardare una schermata che comunque è un'immagine, è apprensione oculare; è questa lettura oltre la quale c'è solo l'istante, quello che per noi hanno legato i neuroni e le sinapsi. Ma in realtà è una specie di switch-off, o di switch-on, quando improvvisamente ci viene in mente qualcosa. Ci viene in mente qualcosa che il profondo, l'analisi del profondo, e soprattutto Freud ha elaborato. L'incubo, è l'ossessione di Freud: questo linguaggio che va da solo, che ci parla, come direbbe Lacan, questo linguaggio che è da solo, e che sembra così astruso, meccanicistico; ma anche così facile, come birignao retorico, e non come forma alta e sublime della retorica, quella di qualcosa che ci eccede e ci parla: sembra così ovviamente e banalmente e minimalmente religioso.
Ma pensiamo a questo punto al venirci in mente: che proprio un momento di salto, l'innestarsi di una rete su un'altra, il passaggio da un punto di una rete a un altro. In quel momento per noi è e non dico che sia così, per noi come se, noi percepiamo come se qualcosa, che a volte a prezzo di sforzi furibondi di autoanalisi (vedi appunto tutta la linea freudiana) riusciamo vagamente a percepire mediante altre reti, mediante altri reticoli, mediante altri codici. Riusciamo a leggere le griglie di linguaggio che ci hanno portato a quel lapsus, a quel cambiamento, a quel girare a sinistra invece che a destra, a quel sogno. Ma non sappiamo mai veramente perché ci è venuto in mente in quel momento, perché abbiamo dimenticato. Naturalmente c'è la spiegazione neurologica, l'usura, Alzheimer. Alzheimer, così come funziona, non ci sembra assolutamente un morbo simile ai virus da computer? Una cosa che ancora non abbiamo capito bene come funziona, nonostante tutte le ricerche, che può prendere il più spettacolistico dei presidenti, Reagan, e portarlo a questo punto sublime in cui dice albero invece di libro.
Reti e immaginario tecnologico. Io credo che il primo dato dell'immaginario tecnologico sia quello di avere esaurito il corpo. Anche se questo è vecchio e scontato: invece del corpo, la rete. Che è semplicemente un'estensione, un salto di dimensione, nient'altro: il nostro corpo, la nostra mente-corpo, si considera sempre di più, si percepisce sempre di più, a volte in modo agghiacciato, come un punto, come una sinapsi, un punto di confluenza e di incrocio di linee, di flussi di informazione, di sensazioni. E noi là, in mezzo, punti, punti di una trapunta, di una trama infinita che agevolmente possiamo leggere come un percorso, una struttura interna, oppure scheletrica, di un altro corpo finito. C'è uno straordinario momento di buio dell'Illuminismo, di incubo dell'Illuminismo che è il sogno di D'Alambert: l'incubo di essere uno, ma di sentirsi diviso come un milione di formiche, di essere un corpo unico, fatto da un milione di formiche, e insieme la piccolissima parte di questo corpo unico, la formica. Ecco, questo è un po' l'unico senso secondo me che vada dentro o addirittura oltre l'orizzonte un po' banale del virtuale: le reti solo come ipotetiche istantaneità di comunicazione, come ultima frontiera della comunicazione attraverso lo spazio, oltre il jet, oltre il volo. Aspettiamo naturalmente la scomposizione e ricomposizione cellulare, cioè il fax umano, mi infilo là e arrivo di là, che non è a priori così impossibile. Ma è una cosa che abbiamo letto in decine di romanzi di fantascienza: entrare in ascensore e invece che trovarsi al settimo piano, trovarsi al settimo cielo, al settimo mondo, al settimo sigillo, in un'altra galassia.
E arrivo di nuovo forse oltre la questione delle reti e del corpo nell'immaginario tecnologico. Ripeto: questo è un orizzonte fortunatamente senza corpo. Fortunatamente e sfortunatamente: voglio dire che al settimo cielo, nell'altra galassia, anche solo nell'altra galassia della comunicazione, quella della comunicazione istantanea, che finalmente si possa non più chiamare comunicazione; al di là della sociologia della comunicazione, dell'ideologia anche religiosa della comunicazione dell'autentico; trovarsi uno di fronte all'altro, parlarsi uno di fronte all'altro, o tutti di fronte a tutti, finalmente parlarsi, dirsi le cose importanti, ecco, tutto questo psicologismo, questo buon sentimento della comunicazione: la comunicazione faccia a faccia il più delle volte fa male, esalta come una droga, esalta al punto di uccidere, di non farci capire che forse non possiamo volare ma vogliamo volare. Questa è l'unica comunicazione che vale la pena di praticare; le altre sono piccole scorciatoie, sono automezzi di comunicazione; che invece sono tutte metafore della comunicazione, di quella che davvero deve far male, e allora le esorcizziamo, con distanze percepite, create, dilatate e poi percorse, rattrappite, ma sempre come in un elastico che non si tira mai tanto da spezzarsi e da lasciare lontani davvero i due poli con in mezzo l'ignoto, ma neppure da comprimerli, da compenetrarli in un unico abbraccio amoroso. Ecco, l'unica comunicazione che mi pare valere davvero la pena è quella amorosa, quell'ipotesi di annullamento e poi di riconoscimento assoluto. E anche qui non voglio fare ideologia amorosa; se poi l'ideologia diventa più forte dell'amore, è perché l'ideologia è una struttura di discorso così potente che puoi ideologizzare qualunque cosa, anche la forza dell'amore e della comunicazione amorosa. Quindi non ideologia dell'annullamento, o del superamento, dell'oltre, dell'essere uno, o dell'unità; e anzi è una cosa in qualche modo spaventevole trovarsi uno o trovarsi tanti, trovarsi formica o corpo: è la percezione forse più alta e terribile del religioso, dello scoprire l'impossibile, l'assolutamente altro in sé, scoprire che il conosciuto è una minima parte, che non sappiamo fino a quale punto di costruzione all'interno del sé continuino a riprodursi queste reti, questi circuiti sempre più piccoli, e dei quali invece noi facciamo parte. Allora le reti, Internet, al quale vorrei già abbonarmi per banali motivi d'uso e magari poi per navigare, per divertirmi; perché mi piace avventurarmi, e mi piace talmente tanto che perdo ore in una cosa così poco di rete come il Game Boy, e soprattutto con il Tetris, così banale e spietato: ecco, quando gioco a Tetris percepisco di far parte in quel momento di una rete, di una rete di soggetti che cercano di comprimersi, toccarsi, non toccarsi, formare muri gli uni con gli altri o gli uni contro gli altri, in uno spazio limitato e in un tempo anch'esso terribilmente limitato. Ecco una formidabile e terribile metafora del giocare-vivere. Ma appunto non mi sento isolato a farmi il mio solitario: mi sento assolutamente parte di una rete: di una rete che unisce in quel momento non solo gli utenti di una rete telematica, ma anche alcune persone che sono al cinema, utenti televisivi di questa televisione ultravecchia. Non riesco a considerarmi attaccato e dipendente da una rete reale e definibile, Internet, ma mi sento appartenente alla televisione, e non solo; ma questa televisione mi sembra così irreale e talmente vecchia da essere veramente Jurassic, una ricostruzione di Spielberg. Lo stessa cosa per le case: ma Dio santo, dopo tanti anni di fantascienza, solo ora stiamo vedendo qualche Renzo Piano, qualcosa che ci sembra lievemente oltre. Ma cosa aspettiamo ad avere la casa invisibile, che poi assume di volta in volta una forma diversa; che è trasparente e per di più protegge; che è opaca e perciò ci vedi attraverso. Ecco, tutto quello che poi lentamente si avvererà: il troppo presto - troppo tardi tecnologico. Mi pare che sia importante tenerlo presente nel caso delle reti, che invece ci sembrano negare pericolosissimamente questo ritardo. Rendiamoci conto che anche la rete, nella sua fasulla istantaneitè è perché il tempo è ancora così tremendo nell'informatica: c'è sempre un tempo eccessivo; naturalmente operazioni che dieci anni fa richiedevano tre ore oggi richiedono tre secondi, ma tre secondi sono un'eternità, sono un'eternità rispetto all'istantaneo, rispetto al venirmi in mente, e siccome ormai la promessa è questa, è quella del venirmi in mente, è quella dell'istantaneità, è quella dell'aleph, quella del manipolare il proprio stesso tempo di percezione con la stessa facilità con cui mi stropiccio le dita e manipolo l'aria. E invece no, quello che adesso faccio in pochi secondi, un disegno che riesco a inviare in dieci secondi, tra un anno lo farò in tre secondi; ma sarà sempre tantissimo, tantissimo rispetto a quel momento di desiderio in cui vorrei che la cosa fosse subito, e non per onnipotenza: ma appunto l'onnipotenza è la falsa promessa delle reti, l'onnipotenza tecnologica, invece così pateticamente impotente, così sempre all'inseguimento del proprio ritardo. Dobbiamo sapere che c'è questo ritardo. Mentre l'istantaneo non è onnipotente. In qualche modo è la pura innocenza: i bambini hanno questa per noi irritantissima qualità del desiderio istantaneo, immediato: ora! E perché dovrebbero aspettare anche solo un attimo? Ora! Questo è l'unico orizzonte: uscire dal troppo presto - troppo tardi, da questa promessa continua tecnologica che ci fa invece arrancare, che ci fa usare queste macchine pesanti, mentre invece dovremmo avere tutto in tasca: in una minuscola tasca dovremmo avere tutto quello che ci serve, tutto quello che ci serve per fare qualcosa, perché infine anche la rete un senso (un non-senso) ce l'ha se ci aiuta a fare nulla. Quello che, se vogliamo essere un po' dei, dobbiamo volere: il nulla. E' il nulla ciò su cui dobbiamo basarci, sul nulla dobbiamo basare le nostre reti, non sulla comunicazione. Il dato dev'essere un codice genetico, e noi non dobbiamo più percepire la rete: dev'essere un immediato amore, un amore di nulla.