Arthur Kroker, Michael A. Weinstein
Data Trash: the Theory of the Virtual Class
New York, St. Martin Press, 1994.

Riccardo Notte




La manìa del terzo millennio è un contagio che si misura anche dal numero dei profeti in cerca di ardite ipotesi sul futuro. Un futuro invariabilmente catastrofico, disumano, inquietante. Eppure a questi aggettivi bisognerà presto aggiungere "virtuale". Ma cos'è mai un futuro virtuale? E' lo scenario descritto da Arthur Kroker e da Michael A. Weinstein in un libro appena uscito in America che si intitola Data Trash, ovvero "spazzatura digitale". Diretta discendente della TV spazzatura, non c'è dubbio. Però Data Trash è in primo luogo madre della Virtual Class, della "classe virtuale". The Theory of the virtual Class è infatti il sottotitolo per esteso.
Data Trash esplora le nostre ossessioni riguardanti la cyber-cultura e avanza affascinanti ipotesi sul destino prossimo venturo dell'Occidente. Ma è curioso, se non sintomatico, rintracciare in queste pagine di Kroker e di Weinstein percorsi di pensiero del tutto analoghi e del tutto indipendenti affiorati qua e là tra gli interventi di molti studiosi europei. Ma non solo.
E' l'ennesimo esempio di una diffusa presa di coscienza che dimostra l'importanza, l'urgenza del dibattito. Al quale, del resto, non sono estranee le note opere di Kroker, che è docente di Scienze politiche alla Concordia University di Montreal, canadese come McLuhan, autore tra l'altro di Spasm e di The Postmoderne Scene e coeditore del periodico a diffusione elettronica "CTHEORY". Michael Weinstein è invece un noto critico d'arte appassionato di fotografia, docente di Filosofia politica alla Purdue University e autore di una ventina di volumi che spaziano dalla storia del pensiero alla metafisica. Da questo singolare sodalizio nasce quella che è può esser definita la prima teoria sull'avvento e sull'espansione della Virtual Class.
Che cos'è mai la "classe virtuale", e da chi è composta? E quali sono i suoi scopi, obiettivi, metodi e segreti? Ecco un primo punto fermo: cresciuta all'ombra delle tecnologie informatiche, delle realtà virtuali e delle reti telematiche, la classe virtuale sembra ignara del concetto di "estrazione sociale". L'accesso però richiede fede ed è in qualche misura affine al rito di cooptazione massonico. La classe virtuale è quindi un'organizzazione gerarchica "virtualmente" invisibile ma reale, oltre che animata da una vivace dialettica interna. Chi entra a far parte della Virtual Class può aspirare a una carriera virtuale, ma la scalata sociale dipende da fattori imponderabili. Vince chi apprende in fretta i codici o chi sa manipolare i meccanismi di questa straordinaria condizione "virtuale", o ancora chi si arricchisce utilizzando l'inventiva nel campo del software.
Frutto di un esperimento eugenetico, la classe virtuale sembra animata da una trascinante volontà di virtualità del tutto affine alla nicciana nozione di "volontà di potenza". Ed è per questo che essa tende a colonizzare l'iperspazio elettronico sviluppando modelli sovranazionali, intaccando l'integrità delle economie locali o favorendo ovunque l'abbandono dei prodotti "reali" e sviluppando relazioni e scambi immateriali "ricombinanti".
La soft TV collegata in rete, il cybershopping, il cibersesso e le ciberbanche non sono che i primi passi mossi in direzione delle comunità virtuali.
Ma l'inganno c'è, e come! Un'ideologia soft che si insinua ovunque, predicando le sue verità e le sue peculiari illusioni.
L'illusione dell'interattività innanzi tutto, che nasconde la volontà di trasformare uomini e donne in altrettanti terminali collegati direttamente in rete. E' la progettata creazione del sistema nervoso cablato, ed è la solita ipotesi del "rizoma neurotelematico".
Un'oscenità senza pari.
A questa fa seguito l'illusione della ciberconoscenza, della conoscenza totale, globale e istantanea offerta dalle Reti e dalle banche dati. Un'immensa pressione sociale spinge oggi la gente ad immettere il sensorio umano nell'Info-Net. Ma si tratta di un'abile trappola, osservano gli autori, perché "...quando la conoscenza è ridotta a informazione, allora la coscienza viene spogliata dalla sua connessione vissuta con la storia, col giudizio e con l'esperienza".
Infine l'illusione della scelta infinita: offerta apparentemente illimitata di fronte alla quale si annichilisce ogni plausibile domanda. Soprattutto, un'offerta di servizi e di intrattenimenti che esalterà l'edonismo di ciascuno, le tendenze regressive, l'aggressività. E' l'esaltazione dell'autocompiacimento e del principio del piacere. Ma in realtà, l'infantilismo, il primitivismo e l'ipertecnica tendono capziosamente a desensibilizzare le masse, annullandone tanto la percezione del male quanto quella del tempo.
Dunque, siamo in presenza di una nuova tecnocrazia dal volto assai peculiare, dicono Kroker e Weinstein. Paladino, pigmalione e mentore di questa classe tecnocratica è Bill Gates, il giovane Paperon de' Paperoni padrone della Microsoft, l'utopista delle Reti informatiche planetarie. Forse il privato cittadino più potente d'America. Ma chi è veramente Bill Gates? Non più un "Grande Fratello" ma il "Grande Amico" - rispondono gli autori - ovvero colui che soccorre, agevola e aiuta in ogni occasione.
Personaggio che non esercita il potere tradizionale, Bill Gates mira a creare lo standard che consenta a tutti il facile accesso nella rete virtuale. Gates il seduttore, Gates il Caronte che traghetta le anime da una sponda all'altra dello Stige. Perciò Gates appare un uomo schivo, apparentemente poco interessato alla politica dei media tradizionali.
Perché in realtà Bill Gates ha uno scopo trascendente: collegare i corpi alla Rete, creando così un mondo popolato da soggetti in reciproca, dinamica e violenta relazione digitale. Sembra a tutta prima la follia di un visionario imbottito di LSD. Ma non è così. E infatti, quel che in Europa appare ancora un miraggio, negli Usa si diffonde vertiginosamente: la soft TV integrata nella Rete, il cybershopping, le ciberbanche, il cibersesso, il ciberlavoro non sono che aspetti secondari, derivati da un'ideologia espressa dalle comunità virtuali. Un collettivo che ha i suoi precisi obiettivi e i suoi scopi. Fra questi, last but not least, la liquidazione più o meno prossima della tradizionale classe lavoratrice. Possibile?
Certamente plausibile, almeno seguendo il ragionamento degli autori. E infatti, a ben vedere, l'interesse delle classi lavoratrici, in ogni angolo del mondo, risiede nella stabilità dell'occupazione e nella lenta trasformazione dei mezzi di produzione. Al contrario, la Virtual Class insegue il monopolio della partecipazione "creativa" quale dominante forma di esistenza. Già da tempo la classe lavoratrice si difende dalla turbolenza nomadica della merce virtuale ricombinante. Sembra anzi che le parti sociali tradizionali abbiano oscuramente compreso il rischio connesso all'affermazione di un siffatta e ricombinante forma di interesse. La classe lavoratrice fonda infatti la propria sicurezza sull'esistenza di economie sociali e di nazioni-stato. Esattamente l'opposto della classe virtuale, che invece tende a fuggire dall'inerzia della pressione fiscale sulla rendita imponibile, proiettando se stessa in un non-territorio che annulla ogni controllo.
Sullo sfondo una vera guerra silenziosa, con i suoi eroi e le sue vittime, i suoi eserciti e le sue spie. Ma la vittoria politico-economica della Virtual Class appare agli occhi degli autori pressoché scontata.
Se da tempo la classe lavoratrice non si riconosce nel mito della rivoluzione proletaria, oggi non è neppure elemento trainante del progresso sociale di stampo riformista. Paradossalmente, essa rappresenta l'ancien régime ed è forza di restaurazione che sposa gli interessi del capitalismo perché come quest'ultimo interessata alla produzione, ovvero al plusvalore. Al contrario, la classe tecnologica mira alla ristrutturazione delle relazioni e dei processi economici. Ed è una guerra in piena regola, scandita da alti e bassi, da avanzate e da retrocessioni che vedono protagonisti due modelli antitetici fin nei dettagli.
Accade così che la classe capitalista tenti di cavalcare la tigre della montante economia virtuale trasformando rapidamente "processi" elettronici in "prodotti" di consumo elettronico. Ma invano, perché repentinamente la classe tecnologica e virtuale risponde adottando comportamenti economici parassitari che erodono il plusvalore dei prodotti elettronici. E infatti non c'è programma che non possa essere copiato a costo zero. E' il segreto di Pulcinella che le grandi aziende del software si guardano bene dal diffondere.
I capitalisti dell'alta tecnologia tentano allora di sopravvivere inventando prodotti sempre nuovi o creando strategie di investimento, o infine cercando di introdursi surrettiziamente a scopi commerciali nelle maglie della rete elettronica globale. Altro fallimento. In mille fantasiosi modi la volontà di virtualità sembra aggirare ogni tradizionale meccanismo del profitto. Finché, nel tentativo di combattere la nascente classe virtuale, il capitalismo tradizionale finisce col creare le condizioni materiali e tecnologiche per una sua più efficace rapida e sicura affermazione.
Ma l'affermazione di chi? di che cosa? Di una tecnocultura che oggi viaggia all'interno di Internet, la Rete delle reti, e che ostenta disprezzo verso gli "esterni", ma anche paura verso gli adepti. Se l'isolamento concorre ad instaurare questo patologico stato d'animo, ancor di più vi contribuisce la natura dei rapporti "sociali" virtuali. E ciò a cagione del rapido cambiamento di status nella gerarchia commerciale e politica delle tecnoculture. Ecco diventare attuale il nicciano "al di là del bene e del male". Sarà l'epoca del "male virtuale"? Certo è il segno nichilista di un'esistenza sottratta ai valori umani, afferrata dal demone del tecno-feticismo che trasforma la cibercoscienza in dinamo elettronica e in registro vivente delle emergenti tecnologie.
Questo, secondo Kroker e Weinstein, il destino delle tecnocrazie occidentali. Ma non meno tragico il futuro dei paesi terzomondisti, non più soltanto depositi di rifiuti chimici e atomici, banche di organi, produttori di corpi schiavizzati e di materie prime a basso costo, ma anche immense nazioni bunker o stati concentrazionari che avranno il compito di escludere le razze "inferiori" dall'accesso a tecnotopia. cioè alla raggiunta perfezione del capitalismo virtuale e del virtuale solipsismo.
Una frattura che opporrà l'immane massa di carne destinata allo sterminio utilitaristico agli eredi innestati dell'homo sapiens, progressivamente immersi in un brodo di nanotecnologie che distruggeranno la localizzazione, la privacy e che ristruttureranno le coordinate dell'esperienza. L'intenzionalità virtuale sostituirà quella comune, aggiungono Kroker e Weinstein; e sarà a quanto pare un'intenzionalità dominata da un gigantesco e ubiquitario Super Io diametralmente opposto ad ogni principium individuationis. Ipotesi che spunta chissà perché in molti libri e articoli dedicati alle VR, com'è noto.
Dunque, è la fine della coscienza? Si direbbe di sì.
Non per nulla alcuni capitoli del volume sono dedicati a problemi di natura estetica. Con le realtà virtuali è in gioco la percezione e quindi l'esperienza del mondo, la visione delle cose e degli altri umani. O si deve piuttosto parlare al plurale di universi adulterati da innnumerevoli nuancés virtuali, nella fotografia, nel cinema e oggi, finalmente, nelle immagini di sintesi?
Kroker e Weinstein osservano non a caso che l'estetica delle realtà virtuali germoglia in seno all'anamorfosi. Da quel miraggio incomprensibile, da quell'immagine polverizzata riflessa per un istante da uno specchio deformato e che sembra essere la prospettiva privilegiata. La prospettiva delle prospettive. Dal momento della sua scoperta la tecnica dell'anamorfosi è stata sistematicamente osservata con sospetto, resa marginale dagli sviluppi della prospettiva lineare. Forse ben presto si intuì la carica sovversiva, la pericolosità estetica di questa forma della rappresentazione: il suo contenuto relativistico, la sua fascinazione. Una autentica magia. Ecco cos'è l'anamorfosi. Il suo potere si estende ben oltre il limite della deformazione, perché proviene dalla confusione dei generi, dei significati. Non è casuale che fra gli esperimenti di estetica virtuale oggi dominino le anamorfosi. E infatti, una prospettiva senza leggi definite distrugge la realtà. E cos'altro è la realtà virtuale?
Uno strumento, si dirà. Ma è anche il passepartout per ogni codice, la chiave di accesso ad ogni pensabile "realtà". Realtà sociale, in ultima analisi. Ed è impossibile non coglierne la ricaduta etica di un siffatto potere: la frantumazione di ogni ipotesi morale in un caotico e ribollente universo astratto, glaciale, che non ha nulla della vibrante potenza della necessità.
Quest'ultima sotto il dominio della presenza e non della rappresentazione. Ma allora che fare del rischio, dell'alea, del fascino della realtà? E' davvero lecito credere in questa astuzia della storia che promette quella particolarissima evoluzione sociale e culturale al contempo vagheggiata e temuta da Kroker e Weinstein? Ristrutturazione del corpo in quanto sintomo del fallimento della carne, dicono costoro. Fallimento della carne? E' davvero plausibile credere che al di là dell'acciaio e dell'elettricità che talvolta l'uomo occidentale contemporaneo crede di essere, alla resa dei conti non si celi e non emerga la dolorosa carne sanguinante di cui parlava un profeta ante litteram degli scenari telematici, il poeta futurista Filippo Tommaso Marinetti?
Difficile crederlo. Lo scenario di Kroker e Weinstein implica la catastrofe, teorizza e prevede una forma incredibilmente raffinata e crudele di suicidio collettivo. Suicidio dell'anima, s'intende; una lenta agonia, celata da una prigione senza limiti né fini, ma tanto estesa e rutilante da permettere alla nicciana volontà di potenza di esprimere la sua inutile tensione. Ecco la domanda: in tutto questo, dov'è vibrazione della vita e dove il suo sentimento? Non certo in un astratto e ancorché fallimentare "sentire". Forse, è vero, l'epoca delle realtà virtuali sarà marchiata dal fallimento della carne; ma forse, e ancor più, sarà segnata della ribellione dello spirito umano.

Riccardo Notte