Quello che tratti nel tuo libro è un problema che sta creando un ampio dibattito: ma cosa significa no-copyright?
No-Copyright è un titolo volutamente provocatorio poichè la complessità del problema richiede un approccio molto meno schematico.
Il libro cerca di mostrare attraverso la raccolta di testi anche difformi nell' orientamento politico e culturale, una verità: che l'applicazione molto rigida del copyright in questa fase storica è sostanzialmente un regalo alle grandi multinazionali che controllano il sistema della comunicazione, dell'informazione e dei saperi in generale. Molti esempi dimostrano questa tesi: la legge italiana sul software, o il fatto che l'istituto giapponese per la proprietà industriale abbia avanzato esplicita richiesta affinchè venga abolita la parte relativa al diritto morale che è parte costitutiva del diritto d'autore, cosicchè si tende ad andare verso una semplifiazione legislativa che contempla solo lo sfruttamento patrimoniale delle opere. E' evidente che in questo tipo di prospettiva i "piccoli" perdono pressibilità sulle proprie opere e la gestione di queste viene sempre più affidata ai grandi trust, alle grandi corporation.
Si assiste in questi ultimi anni a una trasformazione complessiva dell'intero campo disciplinare che è l'inizio di un lungo processo di trasformazione. No-copyright è un titolo polemico, ma la valutazione complessiva sull'istituto del diritto di proprietà industriale da una parte appare sempre più come centrale e dall'altra sempre meno adeguata a garantire l'attività dei piccoli produttori.
Il libro è diviso in cinque sezioni:la prima è dedicata al software, la seconda alle biotecnologie, la terza all'editoria, la quarta alla musica, la quinta alle immagini. C'è quindi una panoramica su quasi tutto il campo del sapere. Quello che molti che non si interessano di reti di comunicazione e di nuove tecnologie faticano a percepire come fondamentale è l'importanza che il 'sapere' sta assumendo anche come 'qualità' del lavoro. Questo punto mi pare invece importantissimo nel tuo libro.
Credo che l'approccio debba essere orientato sulla questione del sapere perchè il diritto alla comunicazione non è solo un diritto che definirei ontologico, ciò che appartiene alla natura dell'essere e quindi non dovrebbe essere toccato, ma molto più imprevedibilmente va a toccare i diritti essenziali della cittadinanza che sono relativi alla questione del lavoro.
La trasformazione produttiva, da una fase che viene chiamata fordista-taylorista, predominante fino alla fine degli anni '70, è mutata in questi ultimi quindici anni in misura radicale: si comincia a parlare di nuovi modelli post-fordisti, toyotisti, di fabbrica-rete, fabbrica-flessibile etc. E' indubbio che in questo nuovo processo si assiste ad una diversa collocazione della forza-lavoro nel mercato: essa viene slegata dai vincoli di dipendenza classica e costretta a collocarsi autonomamente sul mercato.A una prima analisi sembra emergere una realtà di questo genere: la gente è costretta a lavorare dodici-quattordici ore al giorno, non ha né sabato né domenica, è costretta ad adattarsi continuamente ad un mercato che richede un'alta professionalità; il lavoratore deve confrontarsi con delle richieste di qualità del lavoro che da solo fa fatica a realizzare.
Un altro aspetto importante è che i lavoratori autonomi sono diventati entità desalarizzate, non hanno più il salario classico, lavorano al 19 per cento di ritenuta d'acconto senza alcuna copertura di carattere sociale-pensionistico-sanitario. Se queste come sembra, sono tendenze precise e uniformi in tutto il mercato occidentale, è chiaro che assume una connotazione nuova la formazione professionale della forza lavoro: essa diventa in questo senso un soggetto che è costretto a porsi dei problemi relati vi ai saperi che vengono impiegati nella stessa produzione. C'è un processo di educazione, di aggiornamento continuo in questa fase. E uno degli strumenti fondamentali in questo processo di formazione continua probabilmente saranno e reti elettroniche come Internet.Un domani che si porrà un' istanza del tipo "tu paghi ogni tanti megabyte di consultazione dati " ciò significa tagliare i vari saperi in fasce di censo. Ciò è particolarmente significativo: se un domani non tutti potranno accedere alla stessa forma di sapere, questo andrà ad intaccare lo stesso diritto al lavoro: se non ho la mente flessibile, multidisciplinare, disponibile al lavoro di gruppo, difficilmente troverà lavoro.
Questa atomizzazione della forza lavoro sembra far presagire, purtroppo, una incapacià per il futuro di organizzazione e di capacità di autodifesa da parte dei lavoratori nei confrontidi questa nuova fase capitalistica.
Quali sono, allora, in questo tipo di società, le nuove e possibili forme di lotta?
Come ripeto, la vedo male. Non sono così fiducioso che si riesca a strutturare un movimento in breve tempo. In tutti i processi storici a fronte di una rivoluzione continua del capitale non sempre corrisponde un analogo proccesso di costituzione di una forza soggettiva che sappia limitarlo.Nel 1998 il mercato delle telecomunicazioni europee subirà un processo forte di deregulation, per questa data i definitivi ultimi paletti che aprono la strada alla grande corsa devono essere fissati.
Se questo movimento di tribù ed individui che abita il mondo delle reti decide di assumerlo come un problema di scadenza collettiva, qualcosa può essere fatto.
Ci sono però un insieme di complessi militari, giudiziario-repressivi, giornalistici che agiscono in maniera da isolare il mondo delle reti dal mondo reale. Propongo allora che si cominci a ragionare su questi problemi con un approccio politico, cosa che nel mondo delle reti è assolutamente nuova, poiché molti dei frequentatori di questi nuovi media ancora hanno ottime conoscenze tecniche ma una scarsa sensibilità politica. L'user classico deve fare un salto di qualità, per la sua stessa sopravvivenza.
Raf Valvola Scelsi, No copyright, nuovi diritti nel 2000, Milano, Shake edizioni, 1994, pp.306, lire 23000