| NOEMA Home SPECIALS La rivoluzione del Terzo Millennio e i paesi poveri | |||||||||||||||||||||||||||
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I PAESI POVERI VISTI DA VICINO Parlare dei Paesi poveri, come di una realtà omogenea, contrapposta a quelli ricchi, rischia di compromettere l'efficacia di qualsiasi analisi o ricerca. Appare ormai chiaramente superata la classificazione dei paesi in Macro unità del tipo: Nord del mondo e Sud del mondo, o quella più moderna di paesi sviluppati/sottosviluppati/ in via di sviluppo, anche se queste denominazioni continuano a circolare nell'uso corrente. L'identità dei paesi poveri come quella dei ricchi, è legata, sul piano di una indagine a carattere più scientifico, a numerosi elementi che sono stati progressivamente identificati, a partire dagli anni '80, e denominati complessivamente Indice di Sviluppo Umano (ISU). E' stata quindi abbandonata l'abitudine di usare il solo riferimento economico per definire il livello di ricchezza o povertà di un paese, e questo ci permette di avere un quadro complessivo più corretto e significativo. L'ISU, è verificato attraverso tre parametri: speranza di vita, grado di istruzione, reddito pro capite. Ad ognuno di questi tre fattori è stato dato un peso eguale ed il valore ISU, compreso tra zero e uno, indica di quanto ciascun paese si avvicina ai seguenti obiettivi: - 85 anni di età, come speranza di vita - accesso di istruzione aperto a tutti - livello di reddito decente Il valore 1, significa che sono stati raggiunti tutti gli obiettivi di cui sopra. Ebbene se prendiamo in esame il Rapporto sullo Sviluppo Umano commissionato all'UNDP dalle Nazioni Unite, troveremo una classifica dei paesi organizzata appunto sulla base di questo indice e potremo notare che i 162 paesi che vi trovano posto sono organizzati secondo una scala che fornisce numerose e utili informazioni.
INDICE DI SVILUPPO UMANO L ’ISU misura i risultati ottenuti da un paese in termini di speranza di vita, istruzione e reddito reale aggiustato.
La tabella distingue i paesi in tre categorie: paesi ad alto ISU, paesi a medio sviluppo e paesi a basso sviluppo. Ebbene, nella terza categoria, in quella cioè più gravata da indici di negatività abbiamo il minor numero di paesi, anche se quasi tutti appartenenti al continente africano. Nella seconda categoria troviamo diversi stati che appaiono in difficoltà, ma con una condizione media più che accettabile. Eppure, molti di questi, presi in esame solo con criteri economici, sarebbero andati ad accrescere il numero dei paesi della terza fascia. Analizzando ad esempio la situazione dell’Argentina, possiamo notare che questo stato risulta inserito nella prima fascia, quella dei paesi ad alto sviluppo; se questo caso fosse stato esaminato dal solo punto di vista economico, i fatti del recente disastro nel settore, lo porterebbero molto in basso nella classifica di cui sopra. Se teniamo conto che per la diffusione della nuova rivoluzione digitale dobbiamo avere come riferimento base un livello culturale adeguato, ne deriva che molti dei paesi presentati nella tabella, sembrano facilmente disponibili ad accogliere una crescita informatica delle ITC (tecnologie dell’Informazione e Comunicazione). Risulta chiaro che i paesi a indice medio possano costituire un luogo di accoglienza appropriato rispetto alla diffusione dell'ITC, e che gli stessi paesi della terza fascia sono comunque coinvolgibili in progetti riferibili temporaneamente ai livelli sociali più avanzati. Non dimentichiamo infatti che in quasi tutte le città africane ci sono scuole o università, biblioteche, banche, uffici e sedi di servizi. E’ vero che in questi casi parliamo di una realtà sociale fortemente urbanizzata, che lascia fuori percentuali elevate di territorio e popolazione, ma nello stesso tempo si fa strada la consapevolezza scientifica che tutti i dati vanno sempre guardati con attenzione mirata, per evitare generalizzazioni pericolose. Se pensiamo che l’ITC significhi livello culturale adeguato, come indispensabile premessa di base, ebbene, bisogna ammettere che è possibile trovarlo in molti stati che avremmo semplicisticamente ritenuti poveri, e questo è elemento da non sottovalutare in analisi previsionali di sviluppo e diffusione della cultura delle comunicazioni. Ben altra cosa è invece pensare alle ricadute economiche dell’ITC e alle sue possibilità di incrementare ricchezza e mercato. In questo caso, davvero la condizione di paesi poveri diventa handicap significativo, un gap iniziale di difficile soluzione; anche se dobbiamo ammettere che il discorso non vale solo per il salto qualitativo verso la globalizzazione telematica, ma per qualsiasi trasformazione economica da avviare in questi paesi. In definitiva, il quadro dei paesi poveri, è variegato e complesso quanto basta per autorizzare un più cauto atteggiamento nella tendenza a liquidare come avviato in modo irrevocabile, il processo di maggiore divisione tra paesi ricchi e paesi poveri, processo per il quale i secondi saranno tagliati fuori dalla rivoluzione del terzo millennio. La questione in realtà, è aperta e magmatica e forse proprio la globalizzazione renderà piuttosto necessario superare presto il concetto di stato e parlare solo di info-ricchi e info-poveri, oppure di sole categorie sociali ad alto, medio, basso sviluppo. Questo quadro sarà forse l’identikit della società del terzo millennio ed in esso l’ITC, a carattere planetario, veramente non avrà aiutato a risolvere i problemi di povertà di cui abbiamo parlato.
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