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LE PROSPETTIVE DI SVILUPPO Digital Divide. Tendenze e orientamenti nei Paesi Terzi.
Alla base di qualsiasi sforzo volto a innescare un autentico sviluppo culturale nei paesi del terzo mondo, vi è l'urgenza di procurare un argine alla fuga di cervelli che affligge la maggior parte di questi paesi; la mancanza di biblioteche di qualità minima e di centri di documentazione al di fuori delle agenzie culturali o scientifiche straniere, comporta l'espatrio del personale più istruito a scopo di specializzazione, e il mancato rientro di circa il 50% di questo. Il Rapporto 2001 sullo Sviluppo Umano suggerisce dei modi per recuperare parte della perdita sottolineando come questa "diaspora" possa essere anche un'importante risorsa per i paesi d'origine. Nancy Birdsall, Consulente speciale del Rapporto, sostiene che i Paesi Terzi, aprendo le porte a nuovi investimenti e a nuove idee possono riconquistare una parte di ciò che avevano perso; i contributi apportati dagli indiani di Silicon Valley e ad altri poli tecnologici hanno aiutato a far crescere donazioni verso alcune università dell'India. Numerose società lanciate dall'India che hanno le sedi centrali negli Stati Uniti, hanno aperto impianti produttivi nella loro patria e stanno investendo sempre di più nell'addestramento ad alta tecnologia dei lavoratori locali. Il Rapporto prosegue suggerendo ai Paesi Terzi di chiedere a ciascun studente universitario, l'assunzione di un prestito (equivalente al sussidio offerto dallo stato) che eventualmente andrebbe restituito nel caso in cui lo studente lasci il paese. La Corea ha invece puntato al rientro in patria offrendo posti di lavoro, salari competitivi con quelli oltremare, migliori condizioni di lavoro, supporto per la condizione abitativa e per l'istruzione scolastica dei figli. I risultati sono stati ottimi: negli anni '60, solo il 16% degli scienziati ed ingegneri coreani con dottorati negli Stati Uniti ritornava in Corea. Negli anni '80, questa percentuale è balzata a quasi due terzi. Inoltre, in questi paesi, Internet può trasformare radicalmente le condizioni di lavoro dei ricercatori, destando la speranza di accedere finalmente all'intero patrimonio di informazione dei centri di ricerca e delle università più avanzate del Nord. Internet, sempre più, viene concepito come strumento privilegiato per l'accesso alla produzione scientifica corrente: tesi, relazioni di ricerca in versione integrale, programmi di ricerca dei laboratori, composizione dei gruppi di lavoro e indirizzo elettronico dei membri. Proseguendo nel nostro discorso, non possiamo omettere che nel 1996, quasi 1,5 miliardi di bambini e adulti nel mondo erano analfabeti, ed è risaputo che l'istruzione è un motore primario dello sviluppo economico e umano, nonché della competitività internazionale. L'educazione a distanza costituisce una nuova opportunità di apprendimento per gli studenti che a causa della distanza geografica dai centri di istruzione o di risorse finanziarie limitate, sarebbero altrimenti esclusi dal sistema educativo, e permette di ridurre i costi infrastrutturali. Negli anni recenti il numero di programmi di insegnamento a distanza nei paesi in via di sviluppo, ha continuato a crescere ad una velocità eccezionale, al punto che oggi le sei più grandi università per l'insegnamento a distanza sono situate in paesi in via di sviluppo (Turchia, Cina, Indonesia, India, Tailandia, Corea ). Tuttavia l'obiettivo perseguito con i finanziamenti di nuovi collegamenti Internet non può essere solo quello di aprire servizi d'informazione in linea, in cui gli utenti siano semplicemente dei consumatori di dati telematici. Occorre adattare i contenuti ai bisogni locali ma, ancor prima, è necessario riappropriarsi dei contenuti (gran parte della produzione scientifica del Sud viene pubblicata in Europa o negli Stati Uniti ). Internet offre infatti la possibilità, a fronte di un investimento minimo, di una padronanza dei contenuti, che deve però allontanarsi dall'informazione commercializzata e dai grandi gruppi multimedia. Tutte queste iniziative richiedono chiaramente un trasferimento di tecnologie, da attuarsi in un tempo ragionevole. Alcuni, con entusiasmo eccessivo, ritengono che mediante l'uso di collegamenti internazionali ad alta capacità forniti da satelliti o cavi sottomarini, l'Africa possa partecipare rapidamente a tali progetti. Questa logica in realtà non ha mai consentito un effettivo sviluppo, che dipende essenzialmente dalla cooperazione Nord- Sud e da quella interna agli stessi istituti del Sud. Si tratta dunque di convincere le agenzie di cooperazione che Internet può aiutare il Sud solo a condizione che in questi paesi nasca un potenziale tecnologico scientifico che consenta di sfruttare la rete; le attrezzature più competitive saranno di aiuto solo se si integreranno in un ambiente scientifico preparato ad accoglierle. L'attuale contesto favorisce solo iniziative a breve termine e meno onerose. Al fine di sostenere il "rilancio" delle comunità locali è necessario riformare le strutture istituzionali che presiedono al controllo e alla regolamentazione di Internet, ed è richiesta la formulazione di nuove strategie. Tanto nei paesi avanzati che nel terzo mondo è necessario che avvengano dei controlli che assicurino un'ampia distribuzione dei benefici di Internet, e promuovano la produzione di contenuto locale. Nancy Birdsall ritiene che ogni paese deve sviluppare le proprie capacità di padroneggiare e adattare le tecnologie globali alle necessità locali. Ciò significa investire nell'istruzione secondaria e nella ricerca universitaria, e creare incentivi per le società perché addestrino i loro lavoratori. In tutti i paesi progrediti dal punto di vista tecnologico i governi hanno fornito incentivi e finanziamenti per l'istruzione e l'addestramento. Non sono invece state mobilitate risorse sufficienti, da fonti internazionali o nazionali, per fare lo stesso in molti paesi in via di sviluppo. Jason Nardi, direttore di Unimondo (un sito che si occupa di diritti umani, globalizzazione economica e finanziaria..) cerca di chiarire più precisamente i termini di questo divario. Nardi sostiene che il "Digital Divide" sia un falso problema, esistente già da tempo: "Quello che si aggiunge è il divario informatico e comunicativo" (5). La distanza tra Paesi ricchi e paesi poveri, prosegue Nardi, si sta allargando non solo con il "Digital Divide" ma anche con tutti gli altri "Divide", sociali, economici e culturali. Sembra effettivamente che le nuove tecnologie possano offrire grandi opportunità all'insegnamento a distanza e al governo elettronico, ma il problema resta quello di avere prima di tutto un governo, o l'elettricità; problema questo che riguarda i due terzi dell'umanità. Il divario si sta allargando perché le tecnologie sono usate in maniera errata, per incrementare il profitto di alcune corporazioni e non quello pubblico. Il Digital Divide può essere un'occasione per inserire i Paesi in via di sviluppo nei mercati e imporre un modello di sviluppo che ha funzionato nei Paesi ricchi. Ma portare i computer nei Paesi in via di sviluppo non è la soluzione che serve; bisogna creare le basi e dare il tempo di assorbire le nuove tecnologie. Non si può portare un bisogno "indotto" , si devono invece focalizzare i bisogni effettivi di una certa popolazione. Le dipendenze economiche vanno superate, importare semplicemente le nostre tecnologie rende invece ancora più dipendenti i Paesi poveri. Facilitare il mercato in questi Paesi significa anche fare attenzione che ciò non comporti ulteriori profitti ai Paesi più ricchi. E' necessario optare verso una "Digital Inclusion", ossia l'integrazione delle popolazioni di questi Paesi con le nuove tecnologie, e non verso una "Digital Invasion", cioè forzare in un Paese una tecnologia che non è appropriata ai bisogni della popolazione (che riguardano innanzitutto salute e istruzione). E' dunque importante anche agire per rimuovere gli ostacoli di natura sociale, economica e culturale; i governi, le istituzioni, la società civile, le organizzazioni non governative, devono partecipare ad un movimento sociale internazionale, utilizzando gli strumenti forniti dalle nuove tecnologie della comunicazione. Ovviamente ciò richiede ingenti investimenti, non solo economici ma anche etici e sociali. Alla luce di questi dati propongo qui sotto i punti più significativi della Risoluzione del Parlamento europeo sulle tecnologie dell'informazione e delle comunicazioni (TIC) nei Paesi in via di sviluppo: - il Parlamento europeo è dell'avviso che, per garantire che le politiche TIC possano essere realizzate nei Paesi in via di sviluppo con risultati equilibrati, sia necessario continuare ad impegnarsi per assicurare l'accesso universale all'istruzione e alla formazione, un diritto che spetta ad ogni persona; - è convinto che le TIC possano essere uno strumento efficace per dare capacità autonoma alle popolazioni dei Paesi in via di sviluppo, in particolare per quanto concerne la loro capacità di promuovere attivamente la democrazia, di creare una situazione di buon governo e rafforzare i diritti umani - sottolinea che le TIC possano essere di sostegno alle strategie e ai programmi di sviluppo già esistenti, rendendone più efficace lo svolgimento e migliorandone i risultati; - sottolinea che l'universalità dei servizi deve non solo poter fare affidamento sull'intercambiabilità della tecnologia, dei dati e sulla capacità di accesso alle reti, ma include il diritto all'accesso a costi abbordabili per tutti gli utenti; - Ritiene opportuno sfruttare a fondo tutte le possibilità tecniche nella posa dell'infrastruttura, considerando in particolare l'impiego di sistemi di telefonia mobile e di infrastrutture ad energia solare; - È convinto che l'accesso alle TIC debba essere un obiettivo incluso nei programmi di sostegno e supporto al settore privato, da parte dell'UE e del FES; - E' convinto che l'accesso alle TIC possa avere un impatto diretto a sostegno dell'economia locale e che si tratti, pertanto, di aree che meritano il supporto UE; ritiene inoltre che la creazione di strutture di informazione nazionale è un processo di lunga durata e costoso, che richiede pertanto un partenariato fra governo, settore privato, comuni e organizzazioni interessate. - Chiede alla Commissione di formulare e sviluppare una politica unica e coerente per le TIC, all'interno della politica di sviluppo UE, e che sia costantemente aggiornata; esorta inoltre la Commissione in stretta collaborazione con gli altri enti donatori, ad affrontare i problemi della collegabilità, della riforma delle telecomunicazioni, dell'accessibilità a basso costo, della costruzione di capacità e della crescita di contenuti nei Paesi in via di sviluppo; - Suggerisce che la Commissione crei un'Unità "e-Development" all'interno dell'Ufficio europeo per gli aiuti e la cooperazione, e che assista le unità settoriali nell'integrare la problematica TIC nella politica di sviluppo; - Chiede all'UE di sostenere misure intese ad incrementare le possibilità di impiego delle TIC nelle lingue locali e di promuovere contenuti locali, e rileva che tutte le misure devono essere appropriate alla peculiarità delle singole regioni, così da poter rispettare le specificità culturali, economiche, sociali e politiche dei partner; Si attende la relazione di quanto descritto sopra nel 2003. Nel frattempo occorre accennare ad alcuni positivi e promettenti "lavori in corso": il Media Lab del MIT (Massachusetts Institute of Technology) ha avviato la costituzione di un nuovo consorzio di ricerca "Digital Nation". L'iniziativa nasce dalla consapevolezza che la rivoluzione digitale, anche nei paesi dove la tecnologia è diffusa, ha avuto un minimo impatto sui maggiori bisogni sociali come migliorare l'istruzione, ridurre la povertà e sostenere la necessità delle comunità locali. Oltre a concentrarsi su temi di ricerca quali l'innovazione tecnologica nell'apprendimento, sviluppo di tecnologie a basso costo etc, Media Lab si propone di organizzare e controllare Action Project che faranno uso della tecnologia sviluppata nei propri centri di ricerca. La World Health Organization, in collaborazione con l'Open Society Institute ha lanciato un progetto pilota per la realizzazione di un network dedicato alla diffusione della ricerca medica in Africa, Asia e Europa dell'est. Il governo di Singapore ha realizzato un portale per i servizi del cittadino attivo 24 ore su 24, che permette diverse operazioni: domande per borse di studio, revisione del proprio stato pensionistico, pagamento delle tasse E ancora, libri digitali per la Giamaica, cooperazioni tra il Nord Europa e l'Africa orientale per fornire agli studiosi africani l'accesso alle riviste accademiche, siti web per aiutare i produttori di riso del Sudest asiatico,. Per stimolare la diffusione di Internet il governo brasiliano ha annunciato un piano per produrre, vendere e finanziare PC che includono connessione ad Internet, ad un costo di 200 dollari. Quanti appartengono ad una fascia di reddito bassa possono accedere ad una forma di finanziamento sostenuta dallo stato che permetterà di pagare il PC in rate mensili di circa 10 dollari. Il governo venezuelano ha deciso di offrire la connessione gratis in speciali "infocenters"; il primo di questi è stato aperto in Caracas con 18 computer con connessione a banda larga. Il Venezuela intende creare 240 nuovi centri in tre mesi. In Siria, il governo aveva proibito ai privati di navigare, ma qualcosa sta cambiando: è infatti stata creata una società di computer (Syrian Computer Society) che ha il compito di organizzare corsi per diffondere l'uso del computer. In un villaggio povero della Cambogia , dove la popolazione vive su palafitte e ha un reddito annuo di pochi dollari, sono stati installati due computer con collegamento ad Internet che hanno permesso ai cambogiani di vendere all'estero le sciarpe di seta lavorate dalle donne del luogo e investire i guadagni in un allevamento di bestiame. In Cina, fra l'aprile del 1994, quando è stata allacciata la prima linea, e la fine del 1997, erano collegati ad Internet solamente 300.000 computer mentre i siti Internet erano 1.500. Alla fine del 1999 il numero dei computer collegati a Internet è passato a 3,5 milioni, mentre gli utenti collegati alla rete erano più di 9 milioni (1 milione si collega mediante linee noleggiate, 7 milioni mediante modem e telefono e altri 200.000 utenti attraverso telefoni cellulari). I collegamenti rimangono però insoddisfacenti nelle zone rurali; sono infatti ancora in corso gli sforzi per incrementare la connettività fra le popolazioni rurali. Il Ghana è stata la prima nazione dell'Africa occidentale che ha ottenuto una connettività piena grazie ad un'iniziativa del settore privato. Nel piano nazionale per l'informazione sono attualmente in fase di sviluppo dei programmi speciali per scuole interconnesse, apprendimento a distanza e applicazioni di telemedicina. A partire dal 1997, il Mali ha beneficiato dell'iniziativa bilaterale statunitense Leyland, che puntava a portare la connettività in circa 20 nazioni africane. Attualmente il Mali beneficia delle nuove tecnologie della comunicazione per applicazioni quali la telemedicina, l'apprendimento a distanza e il commercio elettronico. Nel 1995 in Marocco le tecnologie dell'informazione venivano viste come un mezzo per liberalizzare l'economia e mettere il paese nell'ottica di un'economia globale. Il piano attuato nel 1998 mirava ad un miglioramento della produttività dell'industria marocchina, alla modernizzazione dell'amministrazione pubblica, al rafforzamento dei programmi governativi tesi all'eliminazione della povertà (a questo scopo le tecnologie dovevano essere indirizzate ad un accrescimento dei livelli di istruzione, a un miglioramento nella fornitura dei servizi governativi, specialmente quelli sanitari, educativi e formativi, e a fornire alle comunità rurali isolate un senso di solidarietà ed identificazione con gli obiettivi nazionali).Lo sviluppo di Internet e di cybercafè ha creato possibilità di impiego e nelle facoltà i programmi di studio sono stati modificati per dare maggiore importanza al settore della tecnologia dell'informazione. Oggi, con la nascita del primo Internet Service Provider in Somalia, tutti i 54 stati del continente africano hanno almeno il collegamento al Web. L'accesso a Internet è attualmente disponibile in tutta l'India e la rete di telefonie mobili si sta espandendo rapidamente. Nelle attività collegate alle nuove tecnologie sono stati creati più di 200.000 posti di lavoro specializzati. Questi sono solo una piccola parte dei progetti avviati; ce ne sono altri, con le medesime finalità , rivolte alla Bulgaria, alla Costa Rica, all'Estonia, alla Russia e ad altri Paesi in via di sviluppo. Quello che appare chiaro è che investimenti internazionali sono necessari per promuovere il miglioramento delle condizioni abitative, sanitarie, sociali e culturali delle popolazioni dei Paesi Terzi, e che sulla base di un tale miglioramento sarà possibile sostenere in modo più efficace e veloce quello tecnologico. Quest'ultimo, ha la possibilità di operare in favore di un ulteriore progresso nell'economia dei Paesi in via di sviluppo e nei settori sopra indicati. Tutto sta a vedere se i numerosi progetti già decollati risponderanno alle aspettative e se l'impegno continuerà fino a quando non saranno raggiunti gli obiettivi prefissi.
NOTE 5) Da La Sfida della Digital Inclusion, intervista a Jason Nardi.
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