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RISCHI Ruolo delle associazioni non profit. Progetti avviati. Pericoli di tracollo
Abbiamo detto che parte importante nella riduzione del Digital Divide avranno le organizzazioni non profit e le ong (organizzazioni non governative). Per settore non profit, non si intendono solo i gruppi di volontariato, ma anche tutte le coperative sociali, le fondazioni, e tutti i lavoratori riuniti in associazioni, federazioni, circoli ed altri istituti che percepiscono stipendi per le attività professionali che svolgono in questi contesti. La maggior parte delle aziende non profit, fornisce beni e servizi svolgendo attività di natura economica, differenziandosi dalle imprese classiche per l'assenza dello scopo di lucro, e dal settore pubblico, per la natura privata. La finalità delle anp (aziende non profit) è quella di risolvere problemi anziché occupare settori di mercato, e ciò viene fatto sfruttando risorse materiali e immateriali fra cui la solidarietà, l'autorganizzazione, l'imprenditorialità cooperativa e sociale, e la forte motivazione degli operatori. Il non profit è in sostanza un insieme di istituzioni intermedie, tra Stato e singolo individuo, nato per volontà dei cittadini, come espressione di democrazia e solidarietà, in risposta a dei bisogni, o per realizzare azioni a fini sociali e collettivi. Molte di queste aziende lavorano proprio attraverso Internet per educare i visitatori su determinati temi, fornire dati e informazioni utili, difficili da reperire, "reclutare" volontari, informare e organizzare azioni immediate. Peacelink, ad esempio, nasce nel '92, fa uso delle tecnologie povere e collega fra loro computer sparsi in tutta Italia. Lo scopo di Peacelink è proprio quello di mettere in rete tutte le persone e le associazioni che in Italia costituiscono l'arcipelago del pacifismo e della solidarietà. Se spostiamo queste possibilità di intervento in una logica mondiale e di aiuto ai paesi poveri in materia di informazione e sostegno tecnologico nel campo dell'ITC, possiamo scoprire che anche in questo settore sono già stati attivati interventi significativi, e molti altri sono in programma. Ecco alcuni esempi dei loro lavori: Da qualche anno l'Unicef ha messo a punto un sistema di teledidattica a distanza che permette di formare gli operatori che saranno poi impegnati direttamente sul campo. L'Unicef è presente in 166 paesi; oggi grazie al collegamento in Rete, questi 166 paesi possono comunicare in tempo reale per scambiarsi informazioni. L'ONU si è mossa promuovendo una soluzione singolare e apprezzabile, che può rappresentare un'idea di aiuto concreta. Si potrebbe attivare una sorta di minitassa sulla posta elettronica, che porterebbe a raccogliere quotidianamente, dal piccolissimo sacrificio di molti, somme ingenti da destinare alle popolazioni del Terzo Mondo. Nell'aprile dell'anno scorso, in una riunione del Consiglio Economico e Sociale dell'ONU, era stato costituito un nuovo organo, proprio con lo scopo di studiare il problema e proporre le adeguate soluzioni. La nuova "forza", scelta ad hoc, formalmente nominata a marzo del 2001, conta 23 membri e si adopererà per formare delle sinergie tra l'ONU, industrie private, fondazioni, Governi, altre organizzazioni internazionali e Agenzie per portare Internet nei paesi del Terzo Mondo. Sarà presto reso attivo un fondo fiduciario, gestito direttamente dall'ICT, che destinerà i soldi raccolti tra i privati alla realizzazione di progetti concreti. Il presidente di questo "gruppo di esperti", José Maria Figueras-Olsen, Presidente della Costa Rica, è stato scelto e nominato direttamente dal Segretario Generale delle Nazioni Unite. A finco dei politici, sono stati inseriti i massimi esponenti delle società che di Internet sono protagoniste ( da Steave Case, amministratore delegato dell'America Online, a John Chambers di Cisco System, da Richard Li, capo del Pacific Century Group della Cina, a Jorma Ollila, amministratore delegato di Nokia). La Banca mondiale e il colosso informatico giapponese Softbank, hanno avviato un progetto di investimenti su Internet per lo sviluppo dei paesi poveri. L'investimento sarà pari a 500 milioni di dollari (quasi 1000 miliardi) in progetti legati ad Internet in un centinaio di paesi in via di sviluppo. E' stata creata una società composta dall' International Finance Coorp(IFC controllata dalla banca mondiale) e da Softbank. Tale società è attiva dal 15 marzo 2001 e controllata al 75% da Softbank e al 25% dall'Ifc. La banca mondiale alimenterà anche i fondi di investimenti cerati già da Softbank in America Latina e in Cina. L'università di Harward ha presentato un sito per aiutare i Paesi del Terzo mondo; il sito contiene delle liste indirizzate a leader dei paesi in questione per individuare il livello di sviluppo di partenza e i loro bisogni, le infrastrutture di telecomunicazione e la formazione. L'idea del centro per lo sviluppo internazionale dell'università è di fotografare la situazione odierna dei Paesi Terzi per sapere da dove partire. Il sito è molto didascalico, spiega ai rappresentanti e a chiunque viva nel Terzo Mondo, quante concrete sinergie possano essere realizzate grazie alle comunicazioni in rete: dal semplice esempio di un prodotto artigianale, venduto in tutto il mondo con Internet, agli scambi scientifici tra esperti. Per ogni campo viene chiesto agli interlocutori di spiegare esattamente in quali condizioni si trova il Paese o la piccola comunità in cui ci si trova, in modo da rendere possibili i "soccorsi tecnologici" appropriati. Il sito, appena creato, sarà presto tradotto in tutte le lingue. Un'iniziativa privata viene anche dal cantante senegalese Youssou n'Dour che ha chiamato "Joko" (collegamento) il progetto che promuove lo sviluppo di Internet in Senegal. A partire da aprile, lo Joko project punterà alla costruzione di Cybercafè in diverse città del Senegal. I punti Internet saranno provvisti di computer, web cm, stampanti e altre tecnologie. "I giovani che non sono emigrati rappresentano il futuro dell'Africa. Dai Joko Club non solo potranno comunicare con i loro familiari emigrati in altri paesi, ma potranno sfruttare le nuove conoscenze tecnologiche per aumentare le loro opportunità di lavoro" (6). Il progetto prevede anche la creazione di 9 cibercafè in paesi che ospitano comunità senegalesi, compresa l'Italia. Per avere maggiori possibilità di successo, l'accesso agli Internet caffè sarà il più economico possibile. Per portare avanti l'informatizzazione dell'Africa, l'organizzazione di Youssou n'dour sta cercando di raccogliere fondi per circa 9 milioni di dollari. Per aiutare l'Africa a superare il Digital Divide e accedere alle nuove tecnologie, La World Bank, il Fondo Monetario Internazioinale( IMF), insieme a numerose aziende di high-tech, hanno costituito l'Africa Technology Forum. L'organizzazione non profit sarà una concreta opportunità per le aziende associate con l'Africa per scambiare idee, stabilire una banca dati di informazione on-line e stimolare lo sviluppo di iniziative imprenditoriali nel settore high-tech. L'Eritrea, unico degli stati Africani rimasto senza accesso ad Internet, piccolo stato fra i più poveri al mondo, ha fatto recentemente ingresso nell'universo di Internet. Naturalmente l'accesso della rete è destinato solo ad un 'élite della società, sia per la scarsa diffusione nel paese di computer e modem, sia per i bassi tassi di istruzione, sia per i costi elevati degli abbonamenti. Un accesso illimitato alla rete costa infatti fra i 550 e i 600 nakfa ( circa 92,96 Euro, pari a 180 mila lire), una cifra altissima per un reddito annuo per abitante di 115 dollari (intorno ai 129,11 Euro, pari a 250 mila lire). I provider promettono tariffe agevolate per fasce orarie ridotte, ma forse per un vero lancio della rete servirebbero delle postazioni pubbliche nel paese. L'Eritrea ha avuto sostegni internazionali per l'acquisto di personal computer, destinati a scuole, università, biblioteche e uffici governativi. Il World Economic Forum si sta muovendo per avvicinare Internet ai paesi in via di sviluppo, partendo dalla mancanza di una vera rete elettrica. Il progetto "Solo" si propone di risolvere questi problemi; sono già stati creati i primi prototipi: computer trasportabili dotati di un monitor a display digitale da 13 e 17 watt, ma le speranze sono di arrivare a 8 pollici e mezzo. L'alimentazione dovrebbe poter avvenire attraverso le più variegate fonti: una batteria da 12 volt, la presa accendisigari dell'auto, la batteria da 24 volt dei veicoli, una cella solare da 10 watt. Per ovviare ai problemi di manutenzione si è pensato di creare un computer privo di hard disk: tutto il software viene caricato su Flash Rom. Questo, oltre ad eliminare uno dei componenti più delicati di tutto l'hardware, elimina anche i problemi di raffreddamento, che, nel continente africano ad esempio, avrebbero potuto essere insormontabili. Laurent Bardin ha fondato "Tecnologie sans frontière" per aiutare i paesi tecnologicamente arretrati. Lo scopo è utilizzare nei villaggi poveri del Sud Africa i computer obsoleti in Francia, superando le difficoltà create dalle grandi aziende di informatica, come la Compaq e l'Ibm, che preferiscono distruggere i computer per vendere quelli delle generazioni successive, piuttosto che riciclarli. Il panorama degli aiuti ai Paesi Terzi è dunque molto vario, e tale deve rimanere perché ci sia un effettivo miglioramento del livello tecnologico e socio-culturale. Da tener presente che internventi di questi tipo non sono esenti da rischi. Innanzi tutto è necessario che il "Divide" sia superato attraverso un processo di "Digital Inclusion" e non di "Digital Invasion". L'introduzione di nuove tecnologie non deve essere un "bisogno indotto" ma una risposta a bisogni effettivi, validi per una determinata popolazione. Occorre infatti, che qualsiasi tipo di aiuto in nome del progresso, venga fatto sulla base di una valutazione reale e concreta dei problemi e delle specificità economiche, culturali, sociali e politiche, di un dato paese. Questo significa poter procedere senza offuscare quelli che sono i dati locali, ma proponendosi di farne proprio il punto di partenza dell'immissione in rete di tali realtà, rimanendo ai margini dell'informazione commercializzata e al di fuori della portata dei grandi gruppi multimedia. Questo chiaramente, non elimina tutti i pericoli: infatti più dell'80% delle pagine web sono in inglese contro solo il 57% degli utenti aventi l'inglese come madre lingua. Inoltre la presenza di pochi Provider fa pensare ad un mondo -virtuale- in cui il potere resti in mano ai pochi delle multinazionali con sede negli Stati Uniti o nel Giappone, con canali di comunicazione e reti di distribuzione che coprono tutto il mondo. L'attenzione dev'essere rivolta quindi anche alla possibilità che le culture locali vengano saccheggiate per trovare nuovi contenuti commerciali, e che come conseguenza si abbia un impoverimento di tali culture. In secondo luogo, prima di effettuare il trasferimento delle nuove tecnologie dell'informazione nei paesi poveri, è necessario assicurarsi di aver fornito alla popolazione un'adeguata formazione; anche in questo caso il rischio è che i paesi che più hanno tardato ad inserirsi nella rete mondiale, siano spinti ad attrezzarsi con i sistemi più moderni e costosi. Allora le università non avranno ancora formato gli ingegneri e i ricercatori capaci di gestire la rete, e risulterà spesso difficile per loro collegarsi ad un servizio troppo costoso. In simili condizioni i risultati rischiano addirittura di essere rovesciati. Invece di rilanciare la scienza e la tecnica, l'arrivo di Internet potrebbe innescare un nuovo meccanismo di dipendenza, sicuramente di lungo periodo, nei confronti dei paesi padroni della tecnologia. In terzo luogo, un incremento delle ITC, gestito in maniera errata potrebbe alimentare un espatrio, peraltro già iniziato, degli ingegneri informatici, verso i paesi padroni, contribuendo così alla loro ricchezza e operando una desertificazione dei paesi natali. Il tentativo è in definitiva quello di non creare nel mondo una frattura tra i gli "informaticamente ricchi", quelli connessi, e gli "informaticamente poveri", quelli non connessi, garantendo perlomeno a tutti, quella forma di "proprietà" che nella New Economy è il "diritto di non essere escluso dall'accesso" (7).
NOTE 6) da Youssou nDour: Internet e il futuro dellAfrica
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