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Il corpo replicato

 

 

 

La figura dell'uomo artificiale (in senso moderno) nasce con la nuova organizzazione della vita economica e sociale che si fa strada in Europa a partire dalla metà dell'Ottocento, con la creazione di un nuovo spazio nelle città e con "il mito della macchina", che esprime il bisogno del nuovo uomo protoindustriale e industriale di proiettare su di se il sogno dello sviluppo delle forze produttive. La fiducia nelle possibilità della nuova scienza si scontra con la paura che queste nuove forze, prodotto di un'attività troppo simile a quella divina, si rendano autonome e si rivoltino contro i loro creatori. La macchina diventa il nuovo doppio. La fantascienza erediterà da qui alcuni dei suoi temi: la replica e l'invasione del corpo, la figura del robot e del cyborg.

Secondo Descartes i corpi non sono che macchine. Egli riconosce tutte le affinità tra uomo e animale sul piano delle due anime di livello inferiore, quella vegetativa e quella sensitiva. Ma l'analogia deve fermarsi qui: l'uomo soltanto possiede l'anima razionale, l'uomo soltanto pensa.

" La natura fa si che essi [gli animali] si comportino come si comportano in relazione alla disposizione dei loro organi; proprio come un orologio, con le sue ruote e le sue molle, è in grado di misurare il tempo molto più accuratamente di quanto noi umani, con tutta la nostra intelligenza, riusciremo mai a fare." (1)

C'è chi ritiene piuttosto debole l'argomentazione cartesiana sull'irriducibilità dell'uomo alla macchina. Il punto discriminante non è tanto la ragione, quanto la possibilità di cadere in errore. La macchina appare come un'esecutrice infallibile di programmi predeterminati: non può sbagliare. L'uomo, viceversa, sbaglia in continuazione. È la prevedibilità del comportamento della macchina che segnala l'impossibilità di assimilarla all'uomo, dotato di libero arbitrio.

L'orologio è il modello della perfezione meccanica di tutte le macchine industriali, oltre ad essere lo strumento che consente l'operazione-base per l'organizzazione della vita moderna: la misurazione del tempo. Come già per Descartes, anche per i teorici del materialismo integrale settecentesco l'orologio rappresenta l'analogia più adatta quando si parla di uomo-macchina.

" Il corpo non è che un orologio, di cui il nuovo chilo è l'orologiaio". (2)

Se "il corpo non è che un orologio", se "l'anima non è che un principio di movimento", nulla, teoricamente, esclude che l'uomo possa essere replicato artificialmente. E, in effetti, la figura dell'uomo artificiale è presente nell'arco di tutto il Settecento. Il primo a presentare in pubblico una statua animata per spiegare il funzionamento del corpo umano fu Descartes. Un altro automa si trova nel Trattato delle sensazioni di Etienne de Condillac, in cui il filosofo ed economista francese, illustrando la teoria secondo la quale ogni conoscenza nasce dai sensi, senza bisogno di ipotizzare delle idee innate (come aveva fatto Descartes), immagina una statua di marmo senza intelletto, ma organizzata come un essere umano.

Etienne de Condillac afferma che, dotando la statua degli stessi sensi dell'uomo, vedremo a poco a poco nascere in lei le stesse conoscenze sensoriali che abbiamo noi, dapprima elementari, poi via via più complesse, fino alle idee astratte. L'ipotesi della statua di Condillac ha, certamente, colpito più i narratori che i filosofi o gli scienziati. Ma essa lascia affiorare un aspetto interessante: uomo e macchina, vita e morte. La statua, come tutte le immagini, ha la funzione di esorcizzare e vincere la morte, di superarla tramandando le fattezze, e quindi il ricordo, dell'uomo. Però è materiale, quindi anch'essa destinata a deteriorarsi e, a lungo andare, a svanire. Inoltre la sua è un'immortalità immobile, che per vivificarsi necessita del ricordo di chi la guarda. La statua è, quindi, un simulacro d'immortalità accettabile, ma non del tutto soddisfacente.

Anche la macchina gode dell'immortalità della statua, ed è dotata di movimento, che è insito nel suo funzionamento. Il movimento viene immesso nella macchina dall'uomo, ma in essa si autonomizza fino ad apparire come una qualità intrinseca alla macchina stessa: una volta fornita l'energia necessaria, esso continuerà indefinitamente. L'uomo, diventando macchina, potrebbe assicurarsi l'immortalità, o qualcosa di molto simile ad essa, ma solo a prezzo di perdere la sua umanità, solo a prezzo di uccidere in se stesso ciò che lo rende umano. In ultima analisi la vita. L'immortalità raggiunta nella macchina, insomma, condurrebbe nuovamente alla morte.

Questo potrebbe spiegare, forse, il rapporto esistente tra la femme fatale e l'automa, rapporto che si rende evidente in un film tra i più celebri della storia del cinema, Metropolis di Fritz Lang (1926), in cui lo scienziato Rothwang costruisce un automa che è la copia perfetta di Maria, la giovane eroina dei proletari, per esortarli alla ribellione e ad uno scontro disperato contro le forze che reggono la città.

 

NOTE

1) Descartes, Mazlish, 22. [back]

2) De La Mettrie, 58-59. [back]