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MAX NEUHAUS: OPERA E ISPIRAZIONE
A tale proposito, possiamo vedere più da vicino un'opera a nostro avviso molto esplicativa (figura 1).
Si tratta quindi di un'opera che si fonda esplicitamente sul rapporto tra l'ambiente sonoro esistente, ed un oggetto sonoro inserito artificialmente in esso che crea un effetto di straniamento dovuto allo stridere delle due ambientazioni. Da un lato il paesaggio sonoro oramai codificato (voci, rumore del traffico, bip di dispositivi elettronici, segnali di avvertimento provenienti da semafori ) della metropoli frenetica, dall'altro quello introdotto da un detour artistico, un suono avulso che quasi passa inosservato (inaudito sarebbe meglio dire), ma che una volta avvertito attua una risemantizzazione dell'ambiente acustico, normalmente percepito. È quindi importante chiarire quale sia l'istanza che porta Neuhaus a fare del suono ambientale, intervenendo su di esso con la pratica dell'installazione, la sua primaria necessità poetica. "Anche se molti non se ne rendono conto", afferma egli stesso, "il suono rappresenta un aspetto importante del modo in cui percepiamo un luogo pari al modo in cui esso ci appare. Le installazioni sonore fanno uso del suono per creare luoghi immaginari da esplorare uditivamente, o semplicemente per ritrovarsi. Un'opera è costruita scegliendo i luoghi in base alle loro fonti sonore, e componendo un elemento sonoro ciascuno elaborato singolarmente. La combinazione dei suoni derivanti da ogni singola fonte forma un insieme che si evolve continuamente, dal momento in cui l'ascoltatore entra nell'installazione per concludersi quando si allontana". (9) Il metodo di lavoro perseguito da Neuhaus si svela come processo dinamico. L'opera nasce dallo spazio, ed è azione sullo spazio, parimenti a quanto attuato dagli artisti land, non si dà come oggetto che vive di apollinea vita propria, ma nasce dall'interazione dell'ambiente in cui si iscrive, sintetizzandone la storia, le sensazioni, l'emotività. Vediamo come. L'artista si pone prima di tutto in ascolto. Comincia da qui il progetto dei "place works". L'ascolto, l'analisi dell'ambiente induce associazioni. Un canovaccio sonoro, una materia prima un po' grezza ed un po' sbozzata, costituisce invece quella che Neuhaus chiama una "tavolozza di suoni", i "colori base". (10) Si tratta dei suoni preparati in funzione del luogo che poi durante il periodo in cui si procede all'installazione dell'opera vengono affinati, selezionati e riadattati. L'opera nasce, quindi, live nel suo stesso luogo: l'atto dell'installazione non è una mera collocazione spaziale, bensì l'atto creativo dell'opera stessa. L'artista, una volta approntato l'hardware necessario (altoparlanti, amplificazione, materiali fonoassorbenti o riflettenti ) si mette in ascolto. I suoni finora solo abbozzati vengono inseriti nell'installazione e di lì parte un processo di interazione che vede coinvolto da un lato l'ambiente, e dall'altro l'oggetto sonoro che vi si inserisce. Tra loro si pone la figura attiva dell'artista che disegna il suono "ad orecchio" servendosi delle più sofisticate tecnologie elettroniche. È questo il caso di un'opera a noi vicina geograficamente: vediamo nel dettaglio.
Al Museo d'Arte Contemporanea Castello di Rivoli, presso Torino, Neuhaus realizza nel 1995 un'installazione (Untitled, figura 2), Come segnala Pier Luigi Tazzi, "l'immaterialità dell'opera di Neuhaus non è che la messa in relazione di elementi materiali con altri che non lo sono, e gli uni e gli altri si possono convogliare in tre componenti fondamentali: il soggetto senziente [l'ascolto], la nuova articolazione sonora elaborata dall'artista [il suono inserito artificialmente], il contesto [le arcate dello Juvarra al Castello di Rivoli, nel caso specifico]". Per dare atto a tale "messa in relazione" l'artista, dopo un'attenta analisi sonora del luogo - quasi una notazione che si serve di disegni e testi in luogo della notazione musicale - dispiega nel luogo la sua "tavolozza di suoni". Nel caso specifico si serve di un computer portatile e, "ad orecchio egli applica il primo modello allo spazio "traducendolo" direttamente in suono" (14) plasmato elettronicamente. L'atto di costruzione si attua quindi con l'immersione stessa nell'opera. Il metodo non è dissimile dall'approccio partecipativo della performing art. L'artista opera ad hoc per un determinato spazio rendendo di conseguenza l'opera, similmente ad un happening o ad una performance, non riproducibile o trasportabile; se non mediando e transcodificando il senso con altri mezzi di comunicazione. L'artista stesso a tale scopo, dopo la realizzazione delle opere, produce dei disegni che, uniti ad un breve testo poetico, rievocano le sensazioni sonore suscitate dall'opera (cfr. Figura 1 e Figura 4) Quello che si crea nell'atto di costruzione, è qualcosa di emotivamente empatico. Ancora Pier Luigi Tazzi osserva che nel fare ciò "Max Neuhaus coglie il Sublime Now di Barnett Newman" (16) ovvero il dare la precedenza ad un sentire prelinguistico, emotivo e primordiale che, pur tagliando i ponti con la rappresentatività dell'oggetto e proponendo un'arte laica "non più immagine traslucida o trasparente di un aldilà" (17) , offra la possibilità di una partecipazione in-mediata all'opera nel semplice darsi "chiara di per sé" (18). Ciò che vorremmo qui segnalare è un'affinità nel sentire l'opera che accomuna i due artisti americani.
Max Neuhaus, Two "identical" rooms, 1993; matita colorata su carta. 40 x 77 cm.
NOTE 8) Harald Szemann (a cura di), "Max Neuhaus", in La Biennale di Venezia: 48. Esposizione internazionale d'arte: dappertutto = aperto over all = aperto par tout = aperto über all, catalogo della mostra, Marsilio, 1999, p. 30.
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