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Tecnologie e Società
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No time, no space
“Si tratta di un ambiente tridimensionale nel quale entrare, agire e muoversi a piacimento, toccare e afferrare gli oggetti come in uno spazio realmente esistente, solo che è virtuale, immateriale, nonostante che l’interazione con esso e con quello che contiene fornisca sensazioni non solo visuali e auditive (ma anche tattili e olfattive) mediante una serie di dispositivi (dataglove, data suit, head_mounted displays) collegati al computer e indossati dal fruitore. A disposizione dei “cibernauti” ci sono varie realtà artificiali, nelle quali, viaggiare, entrare ed interagire…”. Queste furono le parole di De Kerchove nell’ottobre del 1989 al F.A.U.S.T a Tolosa. Egli vedeva in questo sistema la possibilità di superare la dimensione prospettica rinascimentale fondata sulla costrizione del punto di vista, nucleo di ogni simulazione visuale, mediante l’immersione totale in una rappresentazione polisensoriale percepibile a 360 gradi, nella quale i concetti di orizzontalità, frontalità, linearità, sarebbero gradatamente ridimensionati. Il punto di vista in quanto fondazione del soggetto, verrebbe sostituito dal point d’être: la realtà artificiale diverrebbe allora “presenza sul corpo”, in contatto con la realtà esistente e con l’indivisibilità psicosensoriale del soggetto [1]. In molti pensarono all’inizio di una nuova era. All’uomo. Dopo aver realizzato mezzi per viaggiare e sondare il proprio pianeta in lungo e in largo, dopo essersi spinto nello spazio non rimaneva che sondare il proprio interno, varcare la soglia che separava se stesso dal mondo delle proprie idee, dei propri sogni, realizzare uno strumento che desse sostanza a questi ultimi. Il mondo della materia è strettamente connesso a una serie di leggi da cui siamo soggiogati dall’esperienza stessa della creazione. Infatti in questa realtà ordinaria l’adempimento dei nostri bisogni e il raggiungimento dei nostri desideri è inscindibile dal quid di sofferenza che dobbiamo pagare per raggiungerli. Questo a causa della mancanza di un ponte che colleghi il nostro universo interiore con quello esteriore. La realtà virtuale ha reso possibile collegare questi due mondi. Il passaggio attraverso “lo specchio di Alice” ha conferito materialità al nostro inconscio, aprendo le porte a un universo governato da un minor numero di leggi. L’unica possibilità per capire in quale realtà noi stiamo vivendo, è la possibilità di produrre riferimenti e agire per comparazione, allo stesso modo in cui si manifesta la consapevolezza del nostro stato, al risveglio dal sonno. I parametri di distinzione si basano essenzialmente sul tipo di leggi che governano un determinato stato di coscienza; sulle coordinate di spazio-tempo, binari obbligati su cui è stata strutturata la dualità della nostra mente; e in relazione a quest’ultima il grado di percezione del “qui ora” visto come forma di presenza. “Naturalmente non bisogna dimenticare che le tecniche di rappresentazione di cui noi parliamo sono essenzialmente numeriche. A differenza delle tecniche fondamentalmente analogiche, come la fotografia o il video, le immagini numeriche non partecipano direttamente al reale. Esse sono interamente create dall’uomo, o più esattamente da manipolazioni simboliche (linguaggio logico-matematici, modelli). E’ la ragione sia della loro potenza, sia del loro limite. Il “numero” è un’invenzione molto antica. Ma quello che è inquietante è che l’interrogazione sul numero, sulle sue possibilità di spiegazione o di interpretazione del mondo, è stata all’origine della prima manifestazione storicamente datata dello spirito filosofico. Pitagora, in effetti, che fu il primo filosofo della storia, vedeva nel numero la materia e il modello del mondo. Presso i pitagorici, il numero (arithmos) aveva lo stesso senso del verbo (logos). Non si deve esitare a giudicare la natura profonda del numero alla luce del verbo, se si vuole attribuire alle rappresentazioni numeriche il loro giusto peso di verità. Detto in altri termini, la questione è di sapere quale sorta di verità le rappresentazioni numeriche (da cui i mondi virtuali vengono tratti) possono farci vedere o comprendere” [2]. Quindi scendendo ancora più in dettaglio si può affermare che anche la realtà ordinaria può essere interpretata numericamente risalendo così al tipo di leggi che la governano, come affermano anche le antiche tradizioni cabalistiche. Un tipo di scomposizione ai minimi termini può essere fatta anche sul piano visivo, dove il reticolo elettronico appare come sviluppo del pointillisme impressionista. Estendendo la comparazione tra reale e virtuale anche a noi stessi si potrebbe affermare che se la meccanica quantistica fosse davvero una teoria fisica universale anche lo spirito e il cervello sarebbero indubbiamente fenomeni quantistici. Roger Penrose, sostenitore di questa opinione, vede l’evoluzione del cervello come utilizzazione di effetti quanto-meccanici e quindi la stessa coscienza come fenomeno quanto-meccanico. [3] Dopo tutto questo sarebbe anche lecito chiedersi quale sia il vero punto di distinzione tra reale e artificiale. Se questa differenza sia prodotta dalla limitatezza della nostra mente duale o se tra l’uomo, il numero, il fiore, la nota, il concetto, non ci siano sostanziali differenze. Se questi fenomeni siano contenuti nella - e appartenenti alla - realtà più grande e suprema, quella che include il tutto della creazione.
Note 1) Pier Luigi Capucci, Realtà del
Virtuale. Rappresentazioni tecnologiche, comunicazione, arte, Clueb,
Bologna, 1993. [back]
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