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Premessa
Il dibattito sulla società di massa
Uno sguardo al contesto storico, sociale e culturale
La musica e la società di massa
L'inizio del dibattito sulla musica nel repertorio colto
Gli effetti della riproducibilità tecnica sulla musica
Bibliografia

 

UNO SGUARDO AL CONTESTO STORICO, SOCIALE E CULTURALE

 

1 - Introduzione 4 - Gli sviluppi del dibattito intellettuale degli anni Trenta
2 - Pareto e la Teoria della circolazione delle élites 5 - La nuova sinistra americana, il "maccartismo" e gli anni della "guerra fredda"
3 - La reazione degli intellettuali alla massificazione della cultura 6 - Gli anni Sessanta: apocalittici, integrati o ottimisti?

 

Introduzione

La vita europea del periodo era inoltre sconvolta dagli eventi storici e politici, dei quali i regimi dittatoriali instaurati prima in Italia, poi in Germania, come reazione alla paura della Rivoluzione Russa, ne sono un esempio emblematico. Il totalitarismo era favorito dai partiti di estrazione piccolo-borghese e dalla grande borghesia agraria e monopolistica, che ricordavano le idee elitarie sostenute qualche anno prima da Pareto. Il controllo ideologico dei ceti urbani e rurali era garantito dalla propaganda del regime e da inquietanti atti di repressione.

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Pareto e la Teoria della circolazione delle élites

Vilfredo Pareto (1848 - 1923) era un economista e sociologo che, appena laureato in Economia, partecipò attivamente alla battaglia liberista contro il protezionismo e l'asservimento dello stato a interessi privati. Le sue principali opere economiche sono il Corso di economia politica (1898) ed il Manuale di economia politica (1906). La sue teorie vedono l'economia come la scienza che ha per oggetto le azioni logiche dell'uomo per raggiungere i fini adeguati tramite i mezzi a disposizione. Ogni soggetto compie delle azioni secondo i suoi gusti, operando a seconda della disponibilità dei beni e della tecnologia, che vengono definiti ostacoli. L'equilibrio finale tra gusti e ostacoli è descritto dall'analisi economica.
Pareto sostiene che la sociologia, alla quale si dedica fervidamente dal 1897, è il seguito logico dell'economia, poiché serve a ritrovare le condizioni che garantiscono l'equilibrio della comunità. La società è composta da elementi che interagiscono fra di loro e tendono a compiere imprese prevalentemente negative, che Pareto definisce azioni non logiche, in quanto non mettono in atto la consapevolezza dei mezzi rispetto ai fini. Ciò può accadere quando le persone si comportano seguendo l'istinto, oppure tengono conto solo dei parametri soggettivi invece di considerare anche quelli oggettivi, basando le azioni su fattori culturali e non logico-sperimentali. Pareto basa lo studio sociologico sulle teorie, ovvero sulle credenze associate alle azioni, dividendole in teorie logico/sperimentali (che riflettono fedelmente le azioni logiche) ed in teorie non logico sperimentali, che, nonostante la loro falsità scientifica, svolgono un ruolo centrale sulla società facendo leva sulla loro illusorietà. Queste teorie negative sono composte da elementi quasi logici, tramite cui le persone razionalizzano a posteriori i loro istinti e sentimenti, che prendono la definizione di derivazioni. L'altra faccia delle teorie non logico/sperimentali sono i residui positivi dell'autentica teoria logica.

L'applicazione più famosa di questa concezione sociologica è la teoria della circolazione delle élites (2). Secondo questa teoria i residui sono distribuiti incongruamente nella società, che a causa di questa iniquità si divide in una classe dominante ed in una classe dominata, composta dalle persone meno dotate. La classe dominante è responsabile della forma politica della società e delle sue condizioni di equilibrio. Nella società ideale, si verifica un costante equilibrio dinamico tramite il ricambio continuo e regolare dell'élite. Quando ciò non è possibile, si può verificare un equilibrio statico o una situazione sovversiva, che conduce ad un nuovo sistema politico e sociale (rivoluzione). Quest'ultimo mutamento, secondo le considerazioni di Pareto, non potrebbe mai essere positivo, in quanto la rivoluzione è sinonimo di regresso. Queste considerazioni si distanziano notevolmente dalle teorie del materialismo storico e del darwinismo sociale, che invece vedono nel progresso una forma di evoluzione.

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La reazione degli intellettuali alla massificazione della cultura

All'inizio degli anni Trenta le correnti di pensiero predominanti fra gli intellettuali erano prevalentemente due: il gruppo di stampo conservatore è stato definito quello dei filosofi neoliberali, mentre l'altro gruppo che prenderò in considerazione è quello formato dagli studiosi che si riunirono attorno all'Istituto per la ricerca sociale di Francoforte.

I filosofi neoliberali individuano nella massa la causa del potere totalitario. I mass media sono indicati come i diretti responsabili della situazione politica, a causa della loro pressione ideologica. La propaganda dei mass media era accusata di coinvolgere un vasto pubblico, incapace di crearsi una propria coscienza politica, sfruttando i loro istinti più bassi. Oltre che dall'antipatia per i mass media, questi filosofi erano accomunati dalla nostalgia dell'aristocratica ed élitaria cultura di classe. Emblematici di questi ideali sono i testi La ribellione delle masse, di José Ortega y Gasset, L'uomo e la società in epoca di ricostruzione di Karl Mannheim, e Le origini del totalitarismo di Hannah Arendt.

Le idee dei filosofi neoliberali sulla cultura aristocratica e sulla colpevolizzazione della massa non sono apprezzate dalla Scuola di Francoforte, che si impegna per analizzare più in profondità la dimensione sociale. A proposito del totalitarismo, Max Horkheimer ed Herbert Marcuse vedono nel nazismo e nella società statunitense due esperienze apparentemente diverse, ma sostanzialmente uguali (3). Entrambe, infatti, sono fondate su una perpetuazione gerarchica del potere e su un meccanismo di controllo del popolo basato sullo sfruttamento e sulla repressione ideologica. L'unica vera differenza di queste due società è l'assoggettamento delle masse: nel regime nazista la popolazione era dominata dalla propaganda e dal terrore, mentre nella società statunitense il dominio ideologico propagandato dalla cultura di massa si basa sui miti del progresso, della competizione e del successo individuale, che impongono di esibire il proprio stato sociale tramite gli status symbols, e sono propagandati dai mass media, che pubblicizzano dei bisogni artificiali e non indispensabili alla sopravvivenza. L'industria culturale è inoltre accusata di livellare gli individui semplificandone e uniformandone le coscienze (4).
I due filosofi sopra citati forniscono, nei loro studi, i riferimenti utili per tracciare una metodologia della conoscenza storica dell'individuo. Tra questi parametri, assume una particolare importanza la psicanalisi, che permette di scoprire le condizioni responsabili della felicità, smascherando gli istinti repressi.

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Gli sviluppi del dibattito intellettuale degli anni Trenta

Theodor W. Adorno ed Herbert Marcuse furono i due filosofi della Scuola di Francoforte che contribuirono maggiormente all'evoluzione del dibattito culturale negli anni successivi al decennio appena considerato. Le posizioni di Adorno alimenteranno le ideologie della neoavanguardia musicale del secondo dopoguerra, mentre Marcuse, negli Stati Uniti, influenzerà le opinioni dei radicali che si schierano contro le alienazioni consumistiche.
Il pensiero di Herbert Marcuse (1989 - 1979), inizialmente simile a quello di Heidegger, con cui si era laureato, cambiò radicalmente nel 1941, anno di stesura di Ragione e Rivoluzione. In questo scritto, il filosofo dimostra di essersi avvicinato al pensiero marxista e psicanalista e comincia a meditare sulla negatività che distoglie la civiltà contemporanea dalla ragione. L'emblema delle sue idee pessimistiche e aspre riguardo alla società di massa è l'opera L'uomo a una dimensione. L'ideologia della società industriale avanzata (1964), dove descrive la personalità dell'individuo schiacciata dalla strumentalizzazione e dalla repressione imposte da un regime sociale apparentemente tollerante. Marcuse ripone le uniche speranze per il futuro negli emarginati, auspicando una loro ribellione in grado di ribaltare il sistema sociale attuale. Secondo il filosofo, solo queste persone hanno una visione reale del problema, a causa degli squilibri dell'organizzazione sociale che gravano soprattutto su di loro. La fiducia di Marcuse non è riposta nella forza-lavoro, in quanto è inesorabilmente integrata nel sistema e non ne ha una visione obiettiva (5).

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La nuova sinistra americana, il "maccartismo" e gli anni della "guerra fredda"

Grazie alle tesi appena descritte, Marcuse è stato preso a modello dai teorici dei movimenti di contestazione della nuova sinistra statunitense.
Uno di loro, Dwight Mac Donald, partendo dalle considerazioni di Marcuse, arriva a formulare una tripartizione delle capacità intellettuale: high culture, middle culture, mass culture. Ognuno dei tre livelli è attribuito ad una diversa classe sociale (6).
Negli stessi anni in cui vengono formulate queste teorie, negli Stati uniti un gruppo di ideologi ribalta le considerazioni pessimistiche riguardo alla comunicazione di massa. I mass media, ancora una volta, vengono sfruttati per la propaganda, collaborando a divulgare presso l'opinione pubblica mondiale l'immagine degli Stati Uniti come patria della libertà e del progresso. Gli anni del "maccartismo" (dal nome del senatore Mac Carthy, che diede inizio ad una sorta di "caccia alle streghe" diffondendo la paura del comunismo) crearono un clima di rigore e moralismo ostile agli intellettuali. In questi anni, i mass media diventano un fattore di democrazia ed egualitarismo, dal momento che grazie a loro la cultura raggiunge anche gli strati sociali emarginati.
Il sociologo Daniel Bell (1919) vede nei fatti di quegli anni una plateale dimostrazione della crisi dell'ideologia. L'ideologia ha perso la sua spinta politica e sociale perché la società contemporanea è sconvolta dagli eventi storici e sociali, in particolare dalla sottomissione del capitalismo all'esigenza di un benessere collettivo. Le ideologie dei paesi in via di sviluppo, che funzionano grazie allo stesso sistema di credenze delle religioni, sono tutte finalizzate al progresso ed all'industrializzazione, perciò perdono il loro respiro universale e umanistico, a favore di connotazioni strumentalizzate e utilitaristiche (7).

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Gli anni Sessanta: apocalittici, integrati o ottimisti?

Attorno alla metà degli anni Sessanta gli intellettuali sembrano ridurre il dibattito alla possibilità di scegliere un atteggiamento consensuale o meno sulla cultura di massa.
Nel 1964 Umberto Eco (1932) pubblica Apocalittici e integrati, un libro dai toni spesso provocatori, che, dalle parole dello stesso autore, non vuole aggiungere niente a ciò che è già stato detto, ma semplicemente riassumere la discussione sulla comunicazione di massa, che in quegli anni era un tema che, nelle migliori università di tutto il mondo, aveva dato spazio a molteplici orizzonti di ricerca. Lo stesso Eco ritiene che i concetti di apocalittico e integrato siano generici e polemici, ma dichiara di avere effettuato questa scelta estrema per soddisfare sia le esigenze dell'industria culturale, che per facilitare il compito a chi scriverà dei saggi su questo libro e dovrà di conseguenza prendere una posizione in merito.

"...perché volete trarmi d'ogni parte, o illetterati? Non per voi ho scritto, ma per chi può capirmi. Uno vale per me centomila, e nulla la folla..."
(Eraclito di Efeso)

Secondo i pessimisti apocalittici, l'idea della cultura prodotta ed elaborata in modo che possa essere alla portata di tutti è un controsenso mostruoso. Questo rinnovamento del sapere non è transitorio, in quanto è un evento legato a dei fattori storici irrecuperabili: è l'Apocalisse degli uomini di cultura.
Viceversa, per gli ottimisti integrati, la cultura di massa mette i beni formativi alla portata di tutti ed i mass media rendono più semplice l'assorbimento delle nozioni e la ricezione delle informazioni. All'integrato non interessa la provenienza di questa cultura e confeziona quotidianamente i propri messaggi, mentre l'apocalittico si perde nell'analisi della cultura degradata. Gli apocalittici appaiono agli occhi di chi studia la cultura come una civiltà di uomini superiori, che si sono elevati sopra la banalità media rifiutando i prodotti dell'industria del sapere (8).

Contemporaneamente a Eco, altri studiosi collaborano a questo lungo dibattito, raggiungendo però posizioni differenti.
Marshall Mc Luhan e Edgar Morin, alla luce delle loro esperienze con l'analisi dei fenomeni culturali, tentano una valutazione complessivamente positiva ed obiettiva della cultura di massa, senza confrontarla con dei modelli ideali, ma funzionale alle diversità sociali ed alle esigenze dell'uomo attuale. Mc Luhan e Morin, con il loro pensiero, aprono la strada alle teorie più recenti, che abbandonano la chiusura mentale responsabile della rigidità con cui il dibattito era stato affrontato fino a quel momento, imputabile alla diversità ed alle difficoltà politiche e culturali che avevano fino a quel momento impedito un'indagine obiettiva e realistica della società contemporanea. Oggi si tende ad abbandonare il concetto di massa, a favore di una visione più nitida ed articolata delle collettività industrializzate. Inoltre, la disillusione dal mito del progresso e l'impiego più consapevole e flessibile dei mass media hanno determinato un comportamento più consapevole e disincantato dei fruitori, non più succubi come una volta del bombardamento ideologico mediatico.

Marshall Mc Luhan (1911 - 1980) autore dell'opera Gli strumenti del comunicare (1964), introduce un nuovo metodo per l'analisi dei mezzi di comunicazione che si può riassumere nel principio il mezzo è il messaggio. Egli non definisce i mezzi di comunicazione di massa partendo dal contenuto del messaggio che trasmettono, ma usa dei criteri strutturali specifici che organizzano la comunicazione, identificandola totalmente nel mezzo che la trasmette. Sono i mezzi di comunicazione di massa a determinare l'informazione e la percezione del mondo da parte del soggetto. Il controllo umano interviene solo nel momento della creazione del mezzo. La gestione del mezzo, invece, sfugge ai controlli umani poiché è subordinata alle caratteristiche tecnologiche di ogni medium.
Secondo lo studio dei mezzi di comunicazione, Mc Luhan distingue l'antropologia culturale in due diverse epoche, in base alla loro incidenza sulla storia umana. L'epoca della modernità è il periodo storico che comincia con l'invenzione della stampa e finisce a metà ottocento, mentre l'epoca contemporanea comincia con l'invenzione dell'energia elettrica.
Mc Luhan descrive la modernità come un'epoca caratterizzata dalla frammentazione dell'esperienza: in questo periodo, l'apprendimento avviene senza interlocutori ed è un fenomeno individuale che si realizza nella lettura (9).
Nella contemporaneità, invece, avviene un ritorno alle condizioni premoderne: la diffusione del telefono, della radio, della televisione restituiscono alla voce l'importanza nell'apprendimento, dovuta alla modalità continua ed immediata dell'esperienza. Il mondo, nell'era contemporanea, diventa un villaggio planetario, poiché l'uomo vi esercita, ma a larga scala, le stesse funzioni che venivano esercitate dai suoi progenitori.

Edgar Morin (1921) analizza i fenomeni culturali in relazione alla diffusione dei mezzi di comunicazione di massa. La sua opera L'industria culturale (1962) è l'antesignana dei lavori di questo genere (10). Nella sua vita si è occupato prevalentemente dell'epistemologia delle scienze umane, come dimostra la sua imponente opera Il metodo (1977 - 1991), che approfondisce la tematica della complessità umana.
Il pensiero di Morin propone una complessa relazione tra ordine, disordine e organizzazione, teorizzando una rivoluzione del metodo che permetta di comprendere tutte le complessità dell'essere vivente. Nella teoria analizza le condizioni, le possibilità e i limiti della conoscenza umana, partendo però da un contesto molto ampio, ecologico, per comprendere le interrelazioni e le retroazioni che legano il fattore umano a questo contesto. La sopravvivenza nel secolo in cui viviamo è consentita solo dalla capacità di elaborare adeguatamente i modi di pensare: la sopravvivenza dell'uomo sulla terra è garantita dalla materia, ovvero un'unità fisica, biologica, geologica e umana.
Morin auspica anche un rinnovamento della scienza e della filosofia, poiché come discipline speculative e prive di riflessività si rivelano insufficienti nella realtà contemporanea. Queste due discipline invece devono adeguarsi alle capacità di comprendere le diverse relazioni ed i molteplici gradi di complessità dei rapporti soggetto/oggetto, ordine/disordine, tenendo in considerazione i diversi punti di vista ed eventuali complementarietà dei risultati ottenuti.

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NOTE

2) I modelli sociologici di V.PARETO sono esposti nel suo Trattato di sociologia generale (1916)
3) M.HORKHEIMER - T.W.ADORNO, Dialettica dell'Illuminismo, Amsterdam 1947, trad it. Einaudi, Torino 1966
4) Queste teorie, oltre che nell'opera sopra citata, sono espresse negli scritti Eclisse della ragione (1947), di M.HORKEIMER, e negli scritti di H.MARCUSE Eros e civiltà (1955) e L'uomo ad una dimensione (1964)
5) Le opere di H.MARCUSE che meglio esprimono queste aspettative sono Critica della tolleranza (1965) e La fine dell'utopia (1967)
6) D.MAC DONALD, Against the American grain (1962)
7) D.BELL, La fine dell'ideologia (1960)
8) U.ECO, Apocalittici e integrati, Bompiani, Milano 1964 (20016), pp. V-IX / 3-64
9) M.MC LUHAN, La galassia Gutemberg: la nascita dell'uomo tipografico (1962)
10) E.MORIN, L'industria culturale, Parigi 1962, trad. it. Il Mulino, Bologna 1963