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Bibliografia

 

La nascita ed il primo declino della stereofotografia (1838-1900)

 

 

Già Galeno, il medico greco di Pergamo, si era interessato del fenomeno stereografico nel secondo secolo dopo Cristo. Chi per primo, tuttavia, lo studiò e analizzò scientificamente fu l'inglese Charles Wheatstone, che nel 1838 presentò alla Royal Society of London uno strumento, chiamato stereoscopio, con il quale "era possibile vedere un immagine in tre dimensioni" (1). L'immagine a cui si riferiva erano in realtà alcuni disegni. Wheatstone aveva ben presente gli studi ottici sulla visione umana. Sapeva che fornendo due immagini dello stesso oggetto si potevano fondere in un'unica immagine. Per creare questo effetto non occorreva nessun supporto tecnico. Si trattava di quella che poi è stata definita la visione libera stereoscopica. Il problema di questa "tecnica" era il fatto che non sempre, e non per tutti, era facile accostare due immagini del soggetto in un unico punto di vista, (infatti per ottenere l'effetto è necessario fissare un punto immaginario oltre il piano di visione e attendere che i soggetti si sdoppino verso il centro). Questo procedimento richiedeva tempo e concentrazione. Da qui l'intuizione di costruire un medium in grado di semplificare il procedimento.

Interessante è il fatto che la sperimentazione della stereografia avvenne in quel clima scientifico comune a molte altre invenzioni (come ad esempio la fotografia), le quali, stereografia compresa, vi si allontaneranno in seguito.

L'ineguaglianza dei disegni tra loro costituiva un problema. Questo fu risolto grazie alla fotografia, nata da pochi anni. Nel 1839 Wheatstone ne contattò uno dei padri, William Henry Fox Talbot, al quale commissionò le prime fotografie stereoscopiche (o stereofotografie).

Purtroppo Wheatstone non riuscì a far entrare in uso la sua fotografia stereoscopica.

Il motivo di questo insuccesso lo si capì quando un altro inglese, David Brewster, creò, nel 1849, uno stereoscopio per fotografie meno ingombrante e più maneggevole [in cui all'estremità più piccola c'erano delle lenti mentre in quella più grossa un telaio per inserire le fotografie]. Una ditta parigina, la Duboscq & Soleil, iniziò la produzione dello stereoscopio Brewster. Fu un enorme successo e la fotografia stereoscopica acquistò molta fama. Molte aziende si specializzarono in questo genere di fotografia. Lo scrittore e medico americano Oliver Wendell Holmes, appassionato di questo genere di fotografie, nel 1860 fece produrre un nuovo modello di stereoscopio, più perfezionato e a buon mercato. Nel 1870 è stato calcolato che fosse almeno in ogni famiglia della middle-class.

Praticità, maneggevolezza ed anche costo non proibitivo, costituirono alcuni fondamenti necessari per il successo di quest'invenzione, ma non furono gli unici. Il suo successo lo si deve in parte al fatto che rispondeva a quel desiderio di "rappresentazione totale ed integrale della realtà... [attraverso]... la restituzione dell'illusione perfetta del mondo esterno" (2), stesso desiderio che poi portò all'invenzione del cinema.

Da una parte quindi la fotografia stereoscopica esaudiva questo desiderio.

Tuttavia era ben chiaro che si fermava alla riproduzione della visione reale, e non del reale, ovvero il suo limite principale per il raggiungimento di tale obiettivo consisteva nella mancanza di movimento (3).

Dall'altra c'è da sottolineare che quel desiderio di riproduzione totale della realtà non sempre era fine a se stesso; a volte poteva essere motivato dalla ricerca di una nuova forma di intrattenimento, o meglio, di una sua rendita economica; basti pensare agli albori del cinema, a come Edison o i Lumière adoperarono le loro invenzioni.

Negli anni '90 dell'800 furono brevettati altri sistemi che impiegavano la visione stereografica. Tramite pellicola flessibile, perfezionata in quegli anni, venivano proiettate contemporaneamente su uno schermo due fotografie attraverso un proiettore a due lenti, noto come come lanterna magica (4). Ognuna delle due impiegava un filtro, di colore diverso, (principalmente rosso e verde, ma ne esistevano anche blu e arancione). Gli spettatori indossavano particolari occhiali che avevano le lenti colorate con i corrispondenti colori dei filtri. Ad esempio il rosso per l'occhio destro e il verde per il sinistro. Questo sistema, chiamato duo-color (o dual-color o tecnica anaglifica), creava l'effetto tridimensionale.

Con il passare del tempo tuttavia, l'enorme successo della fotografia stereografica diminuì. Una delle cause fu certamente la nascita di un'altra forma d'intrattenimento: il cinema.

 

NOTE

1) WHEATSONE Charles, "On Some Remarkable, and Hitherto Unobserved, Phenomena af Binocular Vision", in Philosophical Transactions of the Royal Society of London, vol. II, 1838, tratto da NEWHALL Beaumont, Storia della fotografia, Giulio Einaudi editore, Torino, 1984, p. 154. [back]
2) BAZIN André, Che cos'è il cinema?, Garzanti, 1999, pp. 13-14. [back]
3) Anche se in effetti la riproduzione del reale non significa solamente riproduzione di immagini in movimento. Esse infatti costituiscono un limite sia per quanto riguarda il punto di vista, che è fisso, sia perché riprodurre il reale significa non solo riprodurre il solo senso percettivo della vista, ma anche gli altri sensi con cui interagiamo con la realtà: tatto, olfatto. gusto, udito. [back]
4) In realtà la lanterna magica aveva generlmente una sola lente. [back]