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Spettatori e contenuti
La domanda che ci ponevamo poc’anzi, e che riguardava l’identità della chiave del successo dell’animazione digitale, rischia di diventare a questo punto una domanda retorica. Infatti, la sola presentazione di prodotti nuovi, magari realizzati con tecnologie sempre più avanzate, non può bastare. Il successo premia anche e soprattutto i contenuti. Ed ecco allora l’intuizione principale dei nuovi studios che arrivano a creare al proprio interno vere e proprie strutture parallele per la creazione esclusiva di storie e personaggi (le strutture che in gergo adesso chiamiamo story department). Riportiamo, a questo proposito, poche ma significative parole di Steve Jobs, il papà della Pixar: “Nella nostra sede è scritto su pietra che nessuna tecnologia potrà mai trasformare una cattiva storia in una buona storia. Né una tecnologia, per quanto stupefacente, può intrattenere un pubblico per più di cinque minuti senza una storia affascinante”. Jobs parla di contenuti, pensiamo al risultato se tutto ciò è accompagnato dallo sviluppo sfrenato dei nuovi software d’animazione, il core business dello studio grafico. Storie che abbiano anche un contenuto, allora. Ma quali sono i contenuti vincenti? Ad oggi noi possiamo fare un piccolo bilancio, alla luce dei lungometraggi che abbiamo visto finora. La prima osservazione che possiamo fare riguarda l’effettiva conquista di nuovi target di pubblico: infatti, oltre alla effettiva conferma dell’attrazione esercitata verso il pubblico minore, le nuove storie riescono nondimeno a conquistare sempre più anche il pubblico adulto. A questo riguardo è fondamentale notare come il pubblico adulto sia molto attratto anche dalle tecnologie utilizzate. Se poi iniziamo una piccola carrellata di esempi notiamo come, ad esempio in A bug’s life le imperfezioni ed i difetti di tutti i personaggi diventano caratteristiche portanti dei personaggi stessi. Questo è un messaggio fondamentale per i bambini e presenta un risvolto sociale non indifferente: il personaggio ha dei difetti ma impara a conviverci e addirittura arriva a vantarsene. Tutto ciò accompagnato da un impianto classico di scontro tra buoni e cattivi e farcito da momenti di paura e suspence, sapientemente dosati ed accompagnati da salienti attimi di background musicali. La paura, appunto. Ecco uno dei motivi di maggiore attrazione nei confronti dei minori: il bambino riesce, attraverso la visione della perenne sconfitta del cattivo, a superare le proprie paure. Un risvolto psicologico non di poco conto, soprattutto se si pensa che non di rado il bambino arriva ad esorcizzare la paura immedesimandosi proprio nel cattivo della storia. Toy Story è invece un film basato sul concetto di amicizia. In particolare è la storia di due personaggi che non vanno d’accordo ma che, una volta costretti a condividere un percorso di vita assieme, riescono a far fruttare questo loro disaccordo al punto che la loro vita cambia. In positivo, naturalmente. Detta così questa può tranquillamente essere la trama di un film live action. Invece no: i personaggi della nostra storia sono dei giocattoli, degli esseri inanimati. Ed è proprio questo il secondo grande trucco: i giocattoli, nelle fantasie dei bambini, sono sempre dotati di un’anima. Quello che si vede sullo schermo è quindi un mondo di fantasia che però ben rappresenta le fantasie stesse dei bambini, un mondo intriso di scene ed oggetti familiari. Shrek contiene invece livelli di lettura diversi (non a caso è completamente ambientato nel “mondo delle favole”), volutamente destinati anche ad un pubblico più maturo. Non apriremo in questo lavoro la larga parentesi rappresentata dal dibattito sulla storia di questo lungometraggio che ben altri e più importanti ambienti di recensioni e critica ha interessato. Ci limitiamo a dire che poche volte un lungometraggio animato è riuscito a creare un così forte dibattito sulla storyboard e che tutto questo dibattito altro non è servito che ad aumentare (come quasi sempre accade) il successo di mercato e di botteghino. L’intuizione geniale che porta alla realizzazione di Monsters & Co. rappresenta la trasposizione del reale in un mondo fantasioso che trae addirittura la propria energia vitale dal funzionamento della tattica di mostro/spavento/urla. Al bambino è quasi data l’occasione di compiere un’incursione in questo mondo fantastico, lo stesso mondo che popola le sue immaginazioni notturne ed alla fine si può addirittura assistere all’instaurazione di un inimmaginato rapporto bambino/mostro. Mentre la Pixar sviluppa i propri prodotti curando ancora ed in particolare il pubblico dei minori, la concorrente Dreamworks sviluppa Z la formica (oltre al già citato Shrek) che è ideato per i più piccoli ma non solo. L’impianto della storia è sempre quello dello scontro tra il bene e il male, ma anche solo l’accorgimento utilizzato per la scelta dei doppiatori lascia intuire un interesse crescente all’attrazione del pubblico adulto. Uno dei personaggi ricalca fedelmente le linee di Woody Allen (e ne utilizza la voce), altri sono doppiati e ricordano nella figura Sylvester Stallone (il duro del film, proprio a ricordare l’intera carriera dell’attore hollywoodiano) e Sharon Stone (la bella di turno). Da questa piccola panoramica tracciamo poi le linee per quelle che possono essere considerate delle piccole regole per il successo delle nuove animazioni. Prima di tutto salta agli occhi la brevità del lungometraggio, l’attenzione/dedizione dei bambini è difficilmente catturabile per più di un’ora. Naturalmente, la brevità della pellicola deve riuscire a portare con sé una maggiore concentrazione degli avvenimenti e la facile interpretazione della storia che deve essere raccontata nella maniera più lineare possibile. Per non annoiarsi, il piccolo spettatore ha poi bisogno di continui stimoli visivi e sonori, ha bisogno di suspence e di colonne sonore ad hoc. Il mondo dei cartoni animati è un mondo per bambini ma è soprattutto dei bambini. Va da sé, quindi, che i protagonisti dei lungometraggi sono quasi sempre dei bambini; gli adulti sono quasi ignorati. Lo sganciamento dalla realtà fisica e l’avvicinamento al mondo dei bambini, al loro rapportarsi con il mondo reale che li circonda, è l’artificio dominante che per lo spettatore adulto può anche rappresentare un campanello d’allarme, una costante presa di coscienza dell’artificiosità dell’opera filmica, ma per il bambino rappresentano un’estensione fantastica della sua realtà quotidiana, una contaminazione digitalmente animata del reale che lo sommerge completamente.
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