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Tecnologie e Società
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Il cinema totale: brevi riflessioni sull'avvento del cinema digitale
Alberto Abruzzese, nell' introduzione al testo di Barjavel Cinema totale: saggio sulle forme future del cinema, scrive: "il cinema ha varcato le soglie del nuovo millennio senza che ne sia stato riscritto il destino... nessuno si è interrogato su cosa il cinema possa ancora essere nel futuro. Se possa davvero continuare la strada percorsa senza mai mettersi in discussione, se debba considerarsi un linguaggio storico come la letteratura ed il teatro, oppure se si possa ridefinire il suo spazio semantico, e ritrovare una nuova dimensione epocale al di là del moderno" [2]. Forse è proprio per questa mancanza di riflessioni su ciò che potrà essere il futuro del cinema che l'avvento del digitale sta creando scompiglio tra gli addetti ai lavori. C'è, indubbiamente, una naturale tecnofobia, ma anche semplicemente, l'abitudine ad un certo modo di fare cinema. "L'uomo è fatto di abitudini" e il cinema ci offre un esempio curioso di questa pigrizia mentale [3]. Paradossalmente, il cinema è la sola arte il cui destino dipenda strettamente dalla tecnica[4] ma gli uomini di cinema, ogni volta che si affacciano sul mercato innovazioni, sembrano piuttosto scettici. Quando il cinema compare, ufficialmente, con la proiezione al Grand Cafè de Boulevards, nel 1895, i più lo considerano come un fenomeno da baraccone, mentre chi lo difende tenterà di farlo entrare nell'olimpo delle arti. Il cinematografo, nei suoi primi 15/20anni di esistenza si perfeziona e diventa industria del cinema: i film sono il risultato, soprattutto negli Stati Uniti, di una perfetta macchina organizzativa e le pellicole di Griffith segnano la nascita di una grammatica cinematografica fatta di primi piani e montaggio alternato. L'avvento del sonoro (1926) e del colore (1945), che gli storici del cinema considerano come le grandi rivoluzioni tecniche ed estetiche che abbiano mai interessato la settima arte, cosa hanno provocato? Scetticismo da parte dei registi abituati al bianco e nero e al muto, sperimentazioni ardite, ma, più spesso, un abuso di colori e parole con cui il cinema ha rallentato la sua evoluzione linguistica. La stessa situazione si potrebbe verificare oggi, con l'avvento del cinema digitale. Un abuso di effetti speciali e di riprese "tremolanti", di ritocchi e scenari virtuali, un uso della tecnologia fine a sè stesso, come se fosse un giocattolo nelle mani di registi avanguardisti. Non si tratta, certo, di rifiutare ogni forma di cambiamento, ma di ricordare come la tecnologia non faccia nè l'arte nè l'artista. Non basta avere tra le mani un Sony DVR per girare un buon film: molti dei registi italiani interpellati affermano proprio la necessità di una tecnica al servizio del contenuto e delle idee, e non viceversa. La scienza continuerà ad apportare al cinema piccoli perfezionamenti, ma avrà raggiunto il suo grado di massimo compimento quando sarà in grado di presentarci personaggi a tutto tondo, che entreranno nelle case. Sarà il cinema totale. Un cinema che non sostituirà le arti tradizionali ma che le userà al servizio di un linguaggio dove le immagini sono trasportate da onde; tutto ciò accadrà in un mondo dove milioni di spettatori potranno gustare lo stesso spettacolo di suoni, odori e colori. Questo è il cinema totale, immaginato dallo spettatore Barjavel, un cinema impuro che non disdegna di mescolarsi ad altri linguaggi. Il concetto di cinema totale e di cinema impuro richiamano le brillanti intuizioni di Bazin, credo ancora utili per capire il nuovo scenario del d-cinema. Abbondano, nei testi dei precursori (o profeti) del cinema, evocazioni su un cinema integrale, che dia la completa illusione della vita. Tutti i perfezionamenti che si assommano al cinema non possono che paradossalmente ricongiungersi alle sue origini, al principio della sua invenzione. "Il cinema totale, così come lo avevano immaginato i suoi profeti, non è stato ancora inventato." [5] Sarebbe curioso chiedere ad Andrè Bazin cosa ne pensi del cinema digitale. Il teorico francese, che ha sempre sostenuto l'idea di un cinema capace di sciogliersi con il mondo, credo che apprezzerebbe l'avvento di telecamere digitali, che grazie alla loro dimensione ridotta, permettono d seguire più facilmente lo svolgersi dell'azione e la recitazione dei personaggi. Giuseppe Bertolucci racconta, che, durante le riprese di L'amore, probabilmente (Italia 2000) aveva preso l'abitudine di girare una intera sequenza fingendo che la telecamera si aggirasse per caso da quelle parti [6]. Il d-cinema; quindi, non solo farà approdare la tecnica cinematografica verso nuovi territori, ma gli permetterà di realizzare quella che per molti è la sua naturale vocazione: mischiarsi, in maniera discreta, con il mondo (caratteristica che appartiene, specificatamente, alla cinematografia italiana). Anche il concetto di cinema come arte impura può essere di aiuto per comprendere le conseguenze dell'evoluzione delle immagini da chimiche a numeriche. Quando Bazin parla di cinema impuro, si riferisce alla fruttuosa e naturale contaminazione tra la settima arte, il teatro e la letteratura. Oggi, il d-cinema ama contaminarsi con il linguaggio dei videoclip, di internet e dei videogiochi: da Matrix a Final Fantasy, da Tomb Raider e Nirvana, molte pellicole (ma i film digitali si possono ancora definire pellicole?) si mischiano a mondi lontani dal cinema. Bisogna gridare allo scandalo? Non, ma è necessario ricordare una regola tanto cara allo stesso Bazin. Al cinema è concesso attingere alla letteratura e al teatro, ed oggi al videogioco e alla pubblicità, purchè mantenga una sua specifica identità, copiando in maniera fedele e creativa, o utilizzando le fonti come spunto ideativo. Il rischio, nel caso della nuova era digitale, è che il cinema si confonda, tra il grande magma delle immagini numeriche, e che il pubblico non riesca più a cogliere la differenza tra film digitali, videoclip e videogiochi, internet e gli avvenimenti trasmessi via satellite. Da sempre nella settima arte sono state riconosciute due anime: quella fotorealisitca e quella fantasiosa ed immaginaria, e le tecnologie digitali, usate secondo le strette regole del Dogma o per creare i mondi immaginari di Lucas, non tradiscono certo queste due identità. Ormai il d-cinema è una realtà rivoluzionaria in atto. Potrà diventare davvero il futuro del cinema o sarà una delle possibilità con cui il regista potrà scegliere di girare un suo film? Difficile rispondere: è probabile che come il cinema a colori non ha cancellato quello in bianco e nero, e come la televisione non ha cancellato il cinema, così, in un futuro non molto lontano, il cinema digitale potrà convivere con quello tradizionale. E l'industria, l'estetica e le poetiche del cinema dovranno fare i conti con il passaggio da una immagine analogica e chimica (registrata sulla tradizionale pellicola), ad una immagine numerica, in cui la realtà viene trasformata in dati numerici puramente virtuali.
Note 2) René BARJAVEL , Cinema totale. Saggio sulle forme future del cinema, Editori Riuniti, Roma, 2001, pag. 12. [back] 3) René BARJAVEL , Cinema totale, cit., pag. 39. [back] 4) René BARJAVEL , Cinema totale, cit., pag. 35. [back] 5) André BAZIN, Che cosa è il cinema, Garzanti 1999, pag. 14-15. [back] 6) Michela GRECO, Il digitale nel cinema Italiano, cit., p. 39. [back]
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