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I primi lavori

 

 

Mariko Mori nasce a Tokyo nel 1967, suo padre è uno scienziato giapponese. Nel corso degli anni ottanta lavora come modella e nel 1988 si diploma in Fashion Design al Bunka Fashion College di Tokyo. Successivamente si trasferisce a Londra dove prosegue i suoi studi artistici. Nel 1992 si trasferisce definitivamente a New York e inizia lì un programma di studio indipendente per il Whitney Museum. Al momento vive e lavora tra New York e Tokyo.

I primi lavori di Mariko Mori risalgono agli inizi degli anni novanta, ma è con la personale “Made in Japan” in mostra a New York e successivamente a Tokyo nel 1995 e ’96 che l’artista ottiene attenzione internazionale. In queste esposizioni, emerge con evidenza un carattere fondamentale delle sue opere: l’attaccamento e la passione dell’artista giapponese alla sua patria e gli influssi che la cultura contemporanea, con la sua profusione di artifici e stili di vita d’importazione occidentale operano in essa.

 


Birth of a Star (1995)

 

Uno dei più rappresentativi lavori del periodo è Birth of a Star, una stampa di larghe dimensioni (183 x 122 cm), presentata in un light box, un tipo di formato usato spesso in pubblicità, con una resa fotografica tridimensionale e luminosa, realizzata tramite tecniche computerizzate, che rappresenta l’artista nel ruolo di moderna bambolina consumistica, con fattezze da pop star, abbigliata con vestiti di plastica futuristici (ideati dalla stessa Mori), in uno spazio luminoso, senza gravità, in cui galleggiano colorate e iridescenti bollicine di varie dimensioni. La foto è accompagnata da una canzone pop, composta e cantata dall’artista, che aumenta così ulteriormente il senso di coinvolgimento/straniamento del fruitore di fronte a questa affascinante, irreale figura. La Mori ha realizzato nel 1998 una bambolina identica a quella della foto, prodotta in 99 esemplari per la rivista Parkett.

 


Tea Ceremony III (1994)

 

In un’altra foto, Tea Ceremony III, anch’essa facente parte della mostra di New York del 1995, vediamo l’artista interpretare la parte di un’impeccabile segretaria dalle inquietanti orecchie a punta ‘vulcaniane’, mentre porge sorridente e compita delle tazze di tè. L’effetto straniante è qui dato dalla scena in cui si svolge questa graziosa cerimonia: un contesto urbano e moderno, probabilmente l’atrio di un grattacielo di Tokyo, da dove escono senza notarla due seriosi uomini d’affari in grisaglia e una passante distratta. Anche questa foto è stata realizzata tramite tecniche computerizzate, ed è stata stampata su supporti di alluminio e legno. La figura della Mori travestita da segretaria è stata aggiunta in fase di rielaborazione grafica ad una precedente immagine di un edificio realmente esistente. Questo tipo di tecnica, molto usata nelle prime opere della Mori, quelle che sono state recepite da più parti come provocatorie reazioni alla subalternità della donna in Giappone, consente all’artista di giocare con lo stereotipo femminile, creando a tavolino figure di donne artificiali, a metà tra l’umano e l’androide, cyborg venute dal futuro, che collocate tramite il computer in contesti reali, aumentano il carattere stridente dell’accostamento, creando attorno a queste ‘electric geisha’ un alone, un’aura da creature mitologizzate e distanti.

La critica ha parlato spesso, per quanto riguarda questi primi lavori, di notevoli influenze della Pop Art americana. In esse ha scorto il tocco ironico e celebrativo di Warhol e la forza dissacrante di Cindy Sherman nel prendersi gioco e dissezionare le identità contemporanee concepite come maschere sociali. La Mori applica questa eredità teorica a una cultura come quella del Giappone contemporaneo, una cultura fatta di tradizioni antichissime e molto radicate ma anche di ricerca tecnologica avanzata, e di costante spinta verso tutto ciò che è nuovo e futuristico. In questo senso, la scelta della Mori di prendere a soggetto un tema come quello della cerimonia del tè, è molto significativo.

Lei stessa, in un’intervista, dichiarò che tale scelta fu fatta perché il rituale legato a questa cerimonia era uno dei suoi più vividi ricordi d’infanzia. Quando aveva tre anni i suoi genitori andarono all’estero e lei rimase a vivere con la nonna, che era maestra di cerimonia del tè. La scena del rituale, l’esperienza che ne ricavò, fu molto forte. In seguito andò negli Stati Uniti con i genitori, e al ritorno in Giappone nel 1983 fu sorpresa dalla differenza che il cambiamento aveva prodotto, si rese conto di aver tenuto un legame forte con un passato che non c’era più. Da questo nacque l’esigenza di rappresentare tale cambiamento, facendo coesistere in un’unica visione sincretica l’essenza del passato - la cerimonia del tè con le sue connotazioni di spiritualità, equilibrio e concentrazione - con quella del futuro, la dimensione aperta, distratta, metropolitana.