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Dimensione ludica "metafilmica" - Tra gioco e mito post-moderno

 

 

 

Matrix può essere definito un prodotto atipico, e la sua fortuna deriva anche da questa connotazione, dalle innumerevoli contaminazioni da cui il film prende forma: temi e stilemi tratti da generi cinematografici tradizionalmente lontani sono abilmente armonizzati dai fratelli Wachowski. Ne sono state fatte analisi tematiche sotto il segno del post-modernismo e suoi derivati, a partire dalle varie citazioni in merito sparse nel film (nelle scene iniziali vediamo Neo usare, da buon hacker, il libro Simulacri e Simulazioni di Jean Baudrillard - tra i testi cardine del Post-modernismo - come nascondiglio per i suoi dischetti proibiti). Più in generale l'impianto filosofico di Matrix deve senz'altro qualcosa al pensiero post-moderno, e al cyberpunk che per certi versi può esserne considerato un'estrema emanazione.

Un'altra chiave di accesso al cuore pensante del film, alla sua costituzione interna, è riscontrabile negli studi di Christopher Vogler sulle strutture mitiche usate nella sceneggiatura cinematografica [2]. Del resto se presi singolarmente, parecchi aspetti di Matrix non costituiscono certo svolte epocali: in buona parte il tema potrebbe odorare di facile orwellismo futuristico (ma fonte essenziale sono i racconti di Philip. K. Dick), e d'altro canto qualche nodo narrativo presenta ambiguità difficili da decifrare. Eppure Matrix è un film ben calibrato, riesce ad inverare come fenomeno di costume e cult movie di successo nuclei provenienti da ambiti cinematografici solitamente ristretti: dialoga abilmente con i vari generi che incorpora e soprattutto sa coniugare con efficacia la spettacolarità tecnica degli straordinari effetti speciali con una buona coerenza interna e un soggetto non privo di spessore. I conigli magici tirati fuori da cilindri virtuali non producono soltanto Terminator.

In particolare può essere utile evidenziare la fitta dimensione ludica che, lungo tutto il corso della pellicola, funge proprio da raccordo tra gli elementi narrativi, e che è forse la strada più agevole da seguire per navigare lucidamente tra le due anime del film: da un lato la riflessione sulla/dalla/dentro la tecnologia, dall'altro un particolare spiritualismo che - come vedremo in seguito - coniuga gnosticismo, riferimenti evangelici e buddhismo. Ma anche numerologia, antiche profezie e scorci di ideologia anarchica.

Quest'obliquo misticismo cyberpunk pone continuamente Neo dinanzi a bizzarri indovinelli, lo costringe a porre tutto in discussione ma nel contempo gli lascia delle tracce, e le lascia anche allo spettatore. Neo non è il protagonista solo in quanto eroe ennesimo che ci salva dall'ennesima catastrofe: egli cammina dentro stadi e stati di coscienza, e lo spettatore può determinare quale focalizzare e come parteciparvi. La storia è frenetica e disseminata di bonus e trabocchetti, false piste e suggerimenti oracolari: la rapidità del ritmo vive soprattutto a livello concettuale. Una velocità strettamente connessa al flusso di informazioni e alla difficoltà di orientamento e ricostruzione della verità: lo spettatore-giocatore è costretto a perdersi nel labirinto/spirale/videogame di un mondo sconosciuto, non meno dell’eroe. Ed è il gioco del resto, con la sua dimensione a sé stante, la realtà (!) più prossima a quel falso sogno lucido che Matrix costituisce. L'unico campo dunque, per Neo e Morpheus, ove lottare il nemico con le sue stesse armi, ma anche il segno di un cammino verso una coscienza sfaccettata.

Matrix si presenta così come opera multilivellare, con una certa attenzione all'interattività, alla risposta dei diversi spettatori: coniuga thriller d'azione, fantascienza e filosofia ma lascia leggere anche singolarmente le sue partiture, sebbene siano appunto parti funzionali di un'orchestrazione ampia. Gli effetti speciali sono raramente gratuiti, poiché sanciscono proprio la particolarità di un'azione virtuale: quando sono "dentro", nell'artificio di Matrix (che però è anche un "fuori", oltreluogo d'azione non più meramente corporea...) i protagonisti seguono e usano un codice altro, e i loro corpi (o meglio le proiezioni di questi) sono soggetti a leggi di una fisica non-terrestre, artificiale, si direbbe addirittura creativa. Mostrando queste azioni straordinarie tramite i suddetti effetti speciali (lo spettacolare kung-fu da videgoame che Neo impara ad applicare) si mostra anche l'energia tematica della storia, la duttilità delle verità e delle virtualità, la coesistenza di mondi e l'utilità/pericolosità dei loro trucchi e modelli: gli straordinari (e inverosimili) movimenti e passaggi usati nei numerosi combattimenti del film, diventano possibili, possono essere creduti, perché godono di una buona coerenza interna. Tutto è teso a dimostrare la relatività delle regole (anche fisiche, appunto) all'interno di un sistema artificiale, dunque in qualche modo arbitrario. Come in un videogame.

Il gioco è fondamentale dunque, ed è presente sia a livello interno, come gioco registico e drammaturgico di possibilità, snodi e passaggi chiave, che tematico-narrativo, che sotto forma di vero dialogo con il pubblico. Accanto ai rebus risolti sullo schermo da Neo, il pubblico crea (e risolve?) domande proprie, partecipa a questa dimensione di azzardo, di sperimentazione anche sensoriale e su se stessi delle potenzialità vitali di una dimensione non nuova ma rinnovabile. Fantastica quanto concreta, perché legittimata dal proprio codice interno, dalla sospensione dell'incredulità: circa come un bambino che gioca, e che crede all'inganno fertile del proprio giocare pur sapendo che di questo si tratta.

Il punto non è stabilire quanto il tema sia più o meno originale e quanto ancora sarà prodotto sull'argomento "credi che sia aria quella che stai respirando?", sul relativismo e mitiche realtà parallele. Anzi, si può pensare che il punto di forza della sceneggiatura di Matrix stia proprio nell'andare ancora più a monte, ancora più indietro rispetto ai cliché del fantacinema: c'è un odore di archetipo, di mythos in senso profondo, fondativo e seminale. Che siano gli dei della tragedia greca (delegati e agenti superiori delle nostre passioni), i replicanti di Blade Runner o gli agenti di Matrix, questo luogo di simboli sintetici delle nostre creazioni, questo nostro personale affollato iperuranio, resterà sempre terreno fertile di rielaborazione ma anche ri-creazione narrativa, filmica, persino rituale. Questo, forse, il segreto della "riconoscibilità" di Matrix [3], del suo successo che alquanto superficialmente è talvolta ritenuto solo frutto di una gratuita (ma dispendiosa!) magnificenza ellettrobarocca, prodigio della tecnica digitale.

 

Note

2) Nel libro L’eroe dai mille volti (Feltrinelli), Vogler applica le teorie del mitologo-antropologo Joseph Campbell sul Monomito e sulla mitologia comparata, alle scritture per il cinema: secondo Campbell ogni mito giuntoci verrebbe da quello della discesa agli inferi di Orfeo, che risponde alla "chiamata" (elezione) e lascia il mondo ordinario attraversando varie fasi, dall'iniziazione alla lotta con la propria "ombra" antagonista, al fine di raggiungere un rinnovamento di sè passando attraverso l'altro mondo. [back]

3) Luca Aimeri per la e-zine NearDark (http://www.cinemah.com/neardark) [back]