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Arte come
informazione e
comunicazione
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Arte come informazione e comunicazione

 

 

 

Nam June Paik ha conquistato potere artistico attraverso una filosofia delle comunicazioni di massa. Tale filosofia ha come primo “postulato” la ricerca di un’arte che dia vita ad una nuova coscienza che implica una liberazione. La sua arte non esprime un conflitto tra dominante e dominato. Si dice che il potere deluda gli uomini perché ogni ideologia o sistema politico sia nocivo. Le masse, intossicate ed assuefatte allo strapotere di un’arte vista come qualcosa di necessariamente dogmatico o tirannico, rimangono deluse dall’impatto con la libertà. L’arte di Paik, tesa a trasmettere la conoscenza e la storia come informazione artistica, non è l’allegoria dell’espressione e della sensibilità: la storia non è altro che una serie di esperienze private ed anonime. Quest’arte presuppone essenzialmente un’interazione tra fruitore e testo. L’artista si rende invisibile dietro la maschera del reale, mentre l’assenza dell’opera diventa proprietà dello spettatore, che può scegliere tra una fruizione “fast food” oppure un lento assaporamento. In breve, nel suo lavoro, convivono le due tendenze della società dei consumi di massa. I diversi aspetti rappresentanti nei suoi trent’anni di videoarte sono una “collezione di ideazioni nate nella società dell’informazione” (4). Non sono un complesso gioco di arte metafisica intriso d’avanguardia di una ben determinata classe, necessariamente elitaria, ma rappresentano “il consenso popolare in quanto condivisione delle informazioni” (cfr. 13 TV) (5). La proprietà pubblica dell’informazione, infatti, è il nodo centrale dell’arte di Paik.

 

 

Le rappresentazioni di Paik non si fermano però dinnanzi ai limiti del concreto, ma sanno anche spingersi verso una spiritualità fatta di elementi vicini alle filosofie orientali, come spiriti divini che mette a servizio della propria arte.

La spiritualità cui Paik fa riferimento è tutto sommato una spiritualità innocente, primordiale, una religiosità filantropica, che si manifesta nei luoghi e nei modi della culla culturale in cui è nato, e che possiede allo stesso tempo uno stretto contatto con la civiltà tecnologicamente avanzata, vista inevitabilmente con l’occhio dell’antropologo.

Da una tale visione del mondo scaturisce il carattere superfluo dell’uso della parola per comunicare; la quint’essenza dell’arte è la performance. E' soltanto attraverso quest’ultima che si può creare un anello di congiunzione tra culture diverse, uno spazio per conciliare arte e libertà.

L’arte che ha bisogno di basi sociologiche ed antropologiche per Paik non è che pura ideologia o documentazione. E qui, in questo punto, si manifesta piú apertamente la visione di un’arte libera, che mischia passato e presente in una visione ciclica della storia. E chi, meglio di uno sciamano (6), può coniugare il presente con gli avvenimenti del passato?!?

Per Paik l’arte è un incantesimo che nasce da questa convenzione. L’occasione per concretizzare tali incantesimi si offrí a Paik in occasione dei Giochi Olimpici di Seoul 1988, dove progettò un vero e proprio rito sciamanico. L’evento non vide mai la luce a causa dell’improvvisa morte di Beuys, un suo caro amico. Paik tenne comunque un rito in onore dell’amico scomparso e si dedicò alla realizzazione di un’opera raffigurante la Crimea, la Siberia e la Penisola coreana in una mappa dell’Eurasia. Il gesto non voleva essere un commento storico ma un tentativo di ridurre ogni medium poetico, come memorie, leggende e musiche, cinema e video, a media reali come libri, giornali, murales e terrecotte. Il messaggio dice che è l’imperfezione ad unire le esperienze e gli ideali alla realtà. I progetti televisivi via satellite di Paik, per esempio, mettono in luce le radici storiche dell’Eurasia e mirano a stabilire ancora una volta un canale fra differenti culture. Per Paik l’informazione è la via d’accesso all’arte, e le fibre ottiche possono diventare una “super-autostrada informativa” (7). Le fibre ottiche della società post-industriale forniscono nuove possibilità di lavoro al fondatore dell’arte dell’informazione. La super-autostrada informativa affida a Mr. Orwell (8) un compito ancora più impegnativo. L’espansione dei mass-media produrrà un minuscolo “villaggio globale” in cui le masse saranno attrici sul palcoscenico del mondo. I dittatori cadranno nel loro tentativo di monopolizzare i canali d’informazione e saranno soppiantati da media che avranno il controllo totale sulla masse. L’era della fibre ottiche intravista da Paik dovrebbe stabilire un equilibrio tra civiltà e legittimazione della tradizione.

Le istanze ambientali seguiranno lo stesso destino, per Paik; se l’umanità riuscirà ad imparare questo ed a non interferire nello sviluppo della Natura porrà le basi per una nuova era. Per Paik le tartarughe, non avendo mai violato la Natura e potendo vivere oltre duecento anni, sono il simbolo di una condizione ambientale non inquinata. Non essendo predatori, nella tradizione orientale, simboleggiano l’eterno ciclo della trasmigrazione delle anime e suggeriscono una soluzione al problema ambientale fornendo un esempio di relazione tra l’umanità e la società dell’informazione. Egli ha compreso cosa sarà l’arte del futuro, cosa significherà essere artista nel mondo della comunicazione planetaria, della TV, del rock, delle tecnologie interattive. Il suo essere nello stesso tempo passato, presente e futuro deriva non solo dal suo nomadismo linguistico e culturale ma anche dalla storia del suo popolo, dal nomadismo che lo ha caratterizzato storicamente: incessantemente, alle ricerca continua di nuove frontiere. La mobilità come forma di vita, in contrapposizione alla fissità spazio-temporale che caratterizza lo società occidentale.

Capiamo così come la scoperta e l’uso del telefono, per Paik, possano essere considerati la vera e più importante invenzione del Ventesimo secolo e come questa mutazione profonda sarà la naturale anticamera all’uso delle nuove tecnologie che sarà parte integrante del suo lavoro a partire dagli anni ’60. La comunicazione orale e successivamente multimediale attraverso la televisione sta cambiando la visione della realtà del mondo; cambia a sua volta la realtà dell’artista, così come lo studio e la scoperta della scomposizione della luce influenzò radicalmente la produzione artistica degli impressionisti nella seconda metà dell’Ottocento.

A ben guardare è un vantaggio relativo, perchè se grande è il contributo delle tecnologie alla storia delle arti visive, di gran lunga minore è il contributo che l’arte visiva e gli artisti daranno al cambiamento reale del mondo. È a questo proposito che si è parlato di “morte dell’arte”. Marcel Duchamp, però, con la sua produzione artistica, diede vita ad un nuovo ciclo d’arte che arriva fino ai giorni nostri, rivitalizzando un percorso che sembrava ormai perduto, capace di restituire alle opere ed agli artisti una ruolo più attuale, più vicino alla quotidianità.

La funzione dell’espressione artistica, nel mondo attuale e nel prossimo futuro, ed ancora di più dell’artista stesso, del suo modo di essere, sarà quello di creare inquietudine e non certezze, dissonanze e non armonie di bellezze, in un sistema dato, bello o brutto, perfetto o imperfetto.

L’artista viene qui concepito come colui che non ha un rapporto critico con l’esistenza, ma come una presenza che marchi una differenza che è prima di tutto di carattere etico, se non addirittura sciamanico, come si diceva sopra.

Ed è grazie a questa differenza individuale, così apparentemente marginale, che potremmo salvarci tutti da un futuro tecnologico che produrrà di per sè tutto il bello possibile, da un futuro scientifico che amplierà di certo il nostro sapere, la nostra coscienza, ma che rischia di fare di ognuno di noi un “accumulatore asettico e meccanico” (9). L’artista e l’arte, di conseguenza, devono essere avvertiti come dissonanza, differenza, inquietudine che stimoli una curiosità primaria, una curiosità che travalichi la ristrettezza di una determinata cultura per arrivare ad una consapevolezza più profonda, umana, in una sola parola.

Nam June Paik nacque come musicista in un tempo in cui la musica si diffondeva principalmente attraverso la radio e l’arte si rinchiudeva nei musei, come in un’irraggiungibile torre d’avorio, ch’egli s’impose di smantellare non appena intravide la possibilità di dare più ampio spazio alle arti visive, ricercando nuove strade per una nuova forma di comunicazione. Fu così che scoprì, mentre si accingeva a preparare l’esposizione Fluxus di Wuppertal, l’enorme potenzialità della televisione. Capì anche che soltanto dominando il medium si sarebbero potute esaltare le sue potenzialità, che non sono solo quelle dell’uso che ne potrà fare l’artista, (che può sostituire la tela con il tubo catodico e la tavolozza dei colori con la tastiera del pc), ma quelle della comunicazione all’interno del Villaggio Globale.

 

 

L’ulima analisi, e non per questo meno importante, spetta alla scelta della televisione come mezzo espressivo. In un’intevista risalente all’inizio degli anni ’70 gli fu chiesto come mai si fosse servito del piccolo schermo per le sue rappresentazioni. Egli, con tono ironico, rispose: “I’m just a poor man from a poor country so I have always to think about my audience”. E’ interessante, quindi, come già trent’anni fa egli intendesse la sua arte come comunicazione globale, grazie sopratutto al potere massificatore della televisione, principio che si manifesterà palesemente qualche anno più tardi quando realizzerà Global Glove del 1974 e Good Morning Mr. Orwell! del 1984.

Se nella domestica spettacolarità della televisione la verità viene assottigliata e resa pura immagine bidimensionale, circoscritta e costretta dalla cornice fisica dell’apparecchio, nella video-installazione invece tutto esplode e sconfina nel campo mobile delle relazioni dell’opera con il pubblico: la televisione nelle video-installazioni è un simbolo, un’icona che santifica quasi il momento dell’interazione con lo spettatore. È usata per far capire all’umanità intera che essa non è portatrice di alcuna verità superiore né di alcun modello da imitare, dato il gran numero di televisori messi in scena e date le innumerevoli e diversissime immagini.

Ideologicamente la televisione simboleggia la tecnologia ed allo stesso tempo simboleggia una coscienza comune di uomini per la sua diffusione capillare. Ultimamente la tecnologia è entrata prepotentemente a far parte della nostra vita e si evolve ad un ritmo elevatissimo. E’ destinata ad essere sempre più presente nelle nostre vite.

In questo senso lo sviluppo della tecnologia, la velocità della comunicazione, anzi l’istantaneità della comunicazione globale che essa rende possibile, contengono in modo evidente il grande pericolo di una uniformazione del mondo, di una omologazione culturale (10) basata più sull’adeguamento al modello più forte piuttosto che sulle differenze biologiche, linguistiche, etniche, culturali, le quali sono in realtà, le vere ricchezze del mondo. Il processo in corso è irreversibile e queste preoccupazioni sono, a mio parere, fondate. Nam June Paik rimuove invece questi timori, e fa anche di più, dandoci l’unica soluzione possibile: è solo attraverso l’arte, in simbiosi con lo sviluppo tecnologico, che sarà possibile dominare il mezzo tecnologico e non lasciarsi dominare.

Bisogna riconoscere che grazie a Paik la tecnologia sta producendo sempre più spesso comunicazione calda e magica. Chissà se in futuro l’arte e l’artista salveranno le differenze, chissà se essi riusciranno a costituire la principale differenza all’interno del Villaggio globale! Nam June Paik ci ha rivelato la strada, sta al mondo intero ora seguirne la indicazioni...

 

Note

4) Yongwoo Lee, “Informazione e comunicazione”, in AAVV, NAM JUNE PAIK - Eine DATA base, Edition Cantz, 1993. [back]

5) Ibidem. [back]

6) Gino Di Maggio, “Lo sciamano del video”, in AAVV, Nam June Paik - lo sciamano del video, Milano, Fondazione Mazzotta, 1994, catalogo della mostra. [back]

7) Dall’esposizione personale “Electronic Super-Highway: Nam June Paik in the 90’s” al Ft. Lauderdale Museum of Art; Ft. Lauderdale, “Electronic Super-Highway and fractal turtleship”, con cui Paik formula una sorta di predizione artistica di un futuro dominato da cavi ottici, ed affronta inoltre il problema dell’ambiente nella società industriale. [back]

8) Dal programma televisivo via satellite: Good Morningn Mr.Orwell! del 1984. [back]

9) Yongwoo Lee, “Informazione e comunicazione”, in AAVV, NAM JUNE PAIK - Eine DATA base, Edition Cantz, 1993. [back]

10) Cfr. Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, Torino, Einaudi, 1978. [back]