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Nam June Paik, padre della videoarte

 

 

 

Uno dei primi artisti a riconoscere le potenzialità dei media elettronici e della loro influenza sulla cultura e sull’economia è stato Nam June Paik (Seoul, 1932).

L’artista coreano attualmente vive e lavora a New York ed ha insegnato per diversi anni alla Staatliche Kunstakademie di Düsseldorf. Dopo aver compiuto studi di estetica, storia dell’arte e musica all’Università di Tokio, riunendo in sé tutte le caratteristiche e le competenze di un artista contemporaneo, si stabilì per alcuni anni in Germania, dove nel 1958 conobbe John Cage, David Tudor, Gorge Maciunas, Joseph Beuys ed entrò subito a far parte di Fluxus: le prime esperienze di video arte si svilupparono, appunto, all’interno di questo movimento artistico al confine tra integrazione e disgregazione, impegnato a togliere importanza all’oggetto artistico per darla invece alle situazioni, allo spettacolo. Fluxus nacque negli Stati Uniti verso la fine degli anni ’50, e vi confluirono tendenze neodadaiste inclini ad utopie anarco-comuniste.

Nel periodo che vide sulla scena internazionale fronteggiarsi Unione Sovietia e Stati Uniti, il clima di anticomunismo costrinse il gruppo a trasferirsi nel vecchio continente.

La poetica di questo movimento si fondava essenzialmente su due principi che verranno a costituire le basi della produzione di Nam June Paik: essi si proponevano di fondare un nuovo ambiente socio-culturale in cui fosse possibile una circolazione più immediata di una nuova estetica, tesa a ridurre la distanza tra artista e fruitore. In secondo luogo, si proponevano di fornire nuovi modelli artistici da opporre ai canoni e alle convenzioni dell’arte istituzionale, in modo da stabilire una totalità, una globalità inedita, ridefinitoria dei comportamenti estetici e di permutazioni attive dei linguaggi.

 

 

Dal 1960 in poi Nam June Paik si spostò freneticamente tra New York e Berlino, Parigi e Londra, vivendo in prima persona il concetto di mobilità come stimolo alla vita che non lo abbandonerà mai, rimanendo tuttavia sempre cosciente delle proprie radici culturali e civiche.

L’11 giugno 1963 presentò alle gallerie Parnasse di Wuppertal 13 TV: 13 distorted TV sets, una performance in cui si mescolano pianoforti preparati e rovesciati, diversi oggetti sonori come pentole, chiavi, un manichino femminile disarticolato in una vasca da bagnoe una testa di toro grondate di sangue. A questi si aggiungevano 13 televisori che riproducevano altrettante differenti immagini distorte e deformate, astratte, statiche ma vibranti di luce. Già in questa prima installazione Nam June Paik mostra la sua onnipresente tendenza alla destrutturazione del nuovo “utensile TV”, di cui avverte l’enorme potenzialità massificatrice, che si manifesta nella scomposizione dei vari supporti meccanici dando ad essi una differente evidenza. In 13 TV Nam June Paik ridefinisce l’immagine elettronica, un’immagine televisiva in bianco e nero, intervenendo sulla modulazione luminosa in senso orizzontale e verticale.

L’immagine elettronica è esaltata nella sua componente luminosa primaria ma è contrastata nella sua apparenza televisiva di immagine assolutamente verosimile e quindi unica.

Un anno dopo la Sony lancio sul mercato Porta Pack, la prima telecamera amatoriale portatile.

Tale evento rese Paik libero di sperimentare una nuova sintesi di ripresa e ció gli permise di buttarsi a capofitto nella sperimentazione video per la costituzione di una nuova immagine grazie alla destrutturazione critica degli elementi stabili della comunicazione televisiva. Nel 1965 riusci cosi a realizzare New York: Cafè Gogò, 152, Baker Street, October 4 and 11, 1965. A New York Paik sperimentò la ripresa in esterni e realizzò la prima trasmissione gestita da un artista: si concentro su un momento del caotico traffico newyorkese il giorno della visita di Papa Paolo VI e lo ripropose la sera stessa in un ritrovo del Greenwich Village, il Caffè Gogò, praticamente in diretta. Paik è stato il primo di una serie di artisti che fecero del reportage amatoriale un vero e proprio evento artistico.

Dopo queste prime esperienze che resero Paik famoso in tutto il mondo come il primo videoartista della storia dell’arte, lavorò in molti Paesi, compresa l’Italia (famose sono le installazioni ad Asolo, in provincia di Vicenza, nel 1991, e a Roma nel 1992: Nam June Paik: arti elettroniche, Cinema e Media verso il XXI secolo, Palazzo delle esposizioni, Roma), dove realizzò esposizioni personali e, contemporaneamente, collaborò a numerose esposizioni d’arte in Eurpopa, in Asia e negli Stati Uniti. Suo è il primo esperimento di televisione affidata ad artisti via satellite che trasmetteva programmi d’arte contemporaneamente in Corea, Giappone, Francia, Germania, Inghilterra, Stati Uniti, rendendo così evidente l’intento di fondere e scambiare in diretta numerose lingue ed altrettante culture artistiche e sociali profondamente diverse e distanti tra loro.