|
|
||||||||||||
| NOEMA Home SPECIALS Nam June Paik e la videoarte |
Tecnologie e Società
|
|||||||||||
|
Video-installazione come sogno
Da quando Paik ha cominciato a produrre arte si è sempre espresso attraverso il video, non inteso come mera produzione visiva ed uditiva, completamente slegata dalla materialita. Le sue opere infatti fondono immagini, suoni, televisori, pianoforti, oggetti vari, lampadine, strumenti musicali, ecc. in un crocevia di cinema, scultura, arte visiva e musica. Questa sinergia artistica prese ben presto il nome di video-installazione, rappresentazione artistica nella quale le dimensioni di spazio e tempo si fondono con la dimensione di unarte totale.
La video-installazione è la fondazione di un campo di architetture miniaturizzate, giocata sulla contaminazione, lassemblaggio, il cortocircuito di diverse materie attorno al progetto di un percorso. Tale percorso costituisce la struttura disseminata di unopera, risolta con la stabilità di alcuni materiali e con la mobilità elettronica di altri. Stabilità e dinamismo si susseguono creando quindi unarchitettura intesa come lo spazio della complessità, della differenza e dello spostamento. Lo spettatore, di fronte ad ununità quasi urbana, ad un artificio tridimensionale ed in qualche modo abitabile, quale lopera darte, diventa parte integrante dellopera medesima conferendole in modo indubitabile e personale il carattere di volta in volta frontale, contemplativo, osservabile, percorribile, sperimentabile. La presenza del supporto video tuttavia toglie allo spettatore la prerogativa di clessidra vivente dellopera, scandendo autonomamente, con il flusso cinetico dellimmagine, un tempo duplice: una cadenza interna alla tecnologia ed un incontro con essa di materiali fermi su se stessi e del pubblico fermo o in movimento. Inizialmente lopera potrebbe sembrare autonoma nella sua possibilità di funzionare, anche a prescindere dalla presenza dello spettatore in un superficiale paragone con la logorroica e strabordante immagine elettronica televisiva. In un tempo successivo ci si accorge che la video-installazione ha la capacità oggettiva, data dalla sua intrinseca capacità di produrre una sua temporalità, di controllare la presenza del pubblico, nel senso che realizza uniconografia cinetica, sincronica al movimento dello spettatore. La video-installazione è il luogo dove materiali, oggetti, strumenti tecnologici convivono in uno spazio circoscritto e percorribile. Ed è proprio questultima caratteristica dellopera che crea un percorso contemplativo e multisensoriale, a testimonianza di quanto lartista muova spazi urbani astratti e tranches de vie piene dellesistenza concreta degli abitanti. La video-installazione conserva una sorta di memoria collettiva che la diversifica dal silenzio impersonale della pittura e della scultura (1): lo spettatore è di fatto immerso nellopera e non si pone di fronte ad essa, come se si trovasse in una realtà totale parallela. Tale realtà si basa sul continuo sconfinare dei materiali tra loro e tra la contingenza dello spettatore, lo spazio della vita, e la sua posizione mentale, il tempo dellarte. La video-installazione funziona come un sogno, dopo averne creato uno nellattimo in cui viene fruita. Ciò si verifica mediante la proiezione di un tempo estetico in un tempo abitabile tridimensionale. La video-installazione opera decontestualizzazione dei materiali dal loro specifico campo semantico, dato dalluso, e dal loro luogo di origine, collegati come sono in uninedita relazione che ne fonda un uso originale e puramente fantastico; condensazione intesa come intenso accumulo di situazioni spaziali e temporali assolutamente arbitrari, con le stesse modalità dellesperienza onirica. Lesperienza estetica riguarda lopera stessa ed il pubblico creando così uno straniamento sensoriale che si realizza allinterno del perimetro artificiale dellopera, cosa ovviamente impossibile entro la realtà urbana entro cui luomo si muove. Ed è soltanto qui, nella realtà della video-installazione, che non si instaura alcuna gerarchia tra soggetto ed oggetto: qui infatti entrambi concorrono alla buona riuscita dellopera.
Lartista struttura un percorso, è lartefice di forme che suggeriscono unesperienza senza imporla, lartista propone delle risposte senza dare delle domande preconfezionate. Nam June Paik per primo, infatti, rinuncia volutamente allidentità metafisica dellarte, quella tradizionale, normalmente caratterizzata da unidentità investigativa e sterilmente analitica, più adatta alla concentrazione della mente che allespansione polisensoriale del corpo. Questarte, afferma Nam June Paik (2), è prosa e non poesia: essa, in unidea di bello sinestetico (3), è affollata di oggetti appartenenti al vissuto quotidiano. Tale vissuto produce, nella forma dello spostamento, la sensazione di uno spazio giocato non sul salto ma sulla continuità del movimento. In questo sogno vi è infatti un complesso di oggetti familiari e quotidiani, non inquietanti né misteriosi, piuttosto invitanti allattraversamento ed alla percorribilità senza patemi danimo o sospetti verso un universo enigmatico e simbolico.
Note 1) Achille Bonito Oliva, “Il dormiveglia dell’arte in Nam June Paik”, in AAVV, NAM JUNE PAIK - Eine DATA base, Edition Cantz, 1993. [back] 2) “Intervista a Nam June Paik”, in AAVV, Nam June Paik - lo sciamano del video, Milano, Fondazione Mazzotta, 1994, catalogo della mostra. [back] 3) Paola Sega Serra Zanetti, “‘La coscienza luccicante’ e la società tecnologica: come non perdere il contatto con la ‘bionda Margherita’. Videoarte e videocultura ovvero l’arte e la cultura videovisiva”, in Paola Sega Serra Zanetti, Maria Grazia Tolomeo (a cura di), La coscienza luccicante - dalla videoarte all’arte interattiva, Roma, Gangemi, 1999. [back]
|
|||||||||||
|
|
||||||||||||