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Informatore in decadenza?

 

 

 

 

«Sentire, vedere, odorare, toccare e gustare sono processi produttivi, non solo ricettivi. Trasformano il mondo, e il mondo che sta mutando li modifica a sua volta» [1]. L'industrializzazione ha da sempre svolto un ruolo fondamentale nell'evoluzione (o involuzione?) della nostra sensitività. Ed è soprattutto per questa ragione che le nostre capacità olfattive, che alle origini del mondo erano molto sviluppate, come in tutti gli altri animali, oggi sono molto indebolite, schiacciate dallo sviluppo di altri sensi, in primis quello visivo e quello uditivo.

«In effetti, nella cultura contemporanea, almeno in quella occidentale, i due sensi della vista e dell'udito, le forme percettive considerate più evolute dal punto di vista fisiologico, filogenetico, funzionale, occupano una posizione privilegiata» [2]; questo a scapito dei sensi della prossimità, cioè tatto, gusto e olfatto.

L'olfatto, in particolare, è stato per molto tempo avvertito come un senso di serie B, troppo legato all'animalità dell'uomo, al suo essere naturale. Infatti, «più degli altri sensi [...] viene riconosciuto come l'indicatore del modo in cui l'uomo tratta la propria naturalità quando progredisce in civiltà. Dallo stato animale allo stato selvaggio, quindi allo stato civilizzato, l'olfatto umano perde la propria forza e si svaluta» [3].

Piero Camporesi, nell'introduzione al libro di Alain Corbin, parla di un mutamento «della bestia-uomo che ha invertito il vecchio codice olfattivo; anziché essere attratto, come in passato, da certi segnali odorosi (ancorché forti o acri), ne viene respinto da una sensibilità modificata. L'inodore va di pari passo con l'insapore. Più che il palato è l'occhio a decidere e a giudicare la qualità delle cose» [4]. Una cosa bella viene automaticamente giudicata anche buona: ecco perchè quando si va ad acquistare della frutta o della verdura si presta più attenzione all'aspetto materiale che non all'odore che emanano. Secondo Camporesi sarebbe il senso della vista, definito "più facile e superficiale" a dominare la cultura delle masse; gli altri quattro sensi non sarebbero che vicari della vista, attraverso cui tutto passa. «I libri dell'Ottocento, per non parlare di quelli più antichi, avevano un profumo, un odore. Quelli di oggi sono fatti per essere rapidamente sfogliati. L'occhio ne indaga le prime cinque e le ultime tre righe. Si ferma alla superficie» [5].

A tutto questo si deve aggiungere che un tempo gli odori si potevano incontrare normalmente nella vita di tutti i giorni, in quanto giungevano a noi in maniera del tutto naturale. Oggi, invece le città sembrano non avere più profumi, sempre più spesso nascosti dall'inquinamento: la cappa dello smog metropolitano sta ormai annullando tutti gli odori che facevano parte del quotidiano, "anestetizzando" così il senso dell'olfatto. Per questo motivo la gente che sembra "mettersi alla ricerca" del senso perduto compie un gesto istintivo e prioritario: si allontana dalla città, andando magari al mare, o in campagna, oppure nei boschi.

Ciò che comunque si deve notare è che, in quest'era dei media tecnologici, pur utilizzando in prevalenza udito e vista, l'uomo ha mantenuto la sua naturale capacità di risposta agli stimoli che derivano dall'olfatto: aromi e profumi continuano ad avere un importante ruolo sia sul fisico, sia sulla mente. Del resto, dell'influenza di questo senso conserviamo traccia non solo nel linguaggio - quando diciamo che qualcosa "ci puzza", o che "a naso" una persona non ci convince -, ma anche in alcune pratiche molto diffuse come l'aromaterapia e la profumazione personale.

Come sostiene Diane Ackerman, nella sua Storia naturale dei sensi, «non abbiamo bisogno di odori per delimitare i territori, né per stabilire gerarchie, né per riconoscere le persone né, in particolare, per scoprire quando una femmina è in calore. Tuttavia, un semplice sguardo all'uso ossessivo dei profumi e dei loro effetti psicologici dimostra che l'odore è un vecchio cavallo di battaglia dell'evoluzione [...] Non abbiamo bisogno degli odori per sopravvivere, ma ne siamo irragionevolmente avidi...» [6].

Bisogna partire dalla considerazione che è proprio attraverso l'olfatto che l'universo animale riceve i suoi messaggi più significativi nel flusso della comunicazione. E come tutti i messaggi anche questo è codificato in segni e segnali: precisamente il codice olfattivo si struttura sugli odori.

La cosa interessante è che il codice olfattivo lavora molto in profondità, in quanto gli stimoli odorosi vengono elaborati immediatamente dal cervello, prima ancora di venire codificati razionalmente: la mucosa olfattoria è collegata a quelle aree cerebrali che archiviano le emozioni, perciò profumi e odori richiamano spesso reazioni di piacere o disgusto legate all'inconscio. In pratica, prima che la nostra parte conscia e razionale possa ricordare dove abbiamo già sentito una certa fragranza, l'inconscio risponde rievocando la sensazione registrata nella memoria.

Non si può negare che la comunicazione contemporanea appare dominata dalla simulazione visiva e acustica, soprattutto perchè «produrre simulazioni nel registro del visuale è vantaggioso perchè concerne informazioni rapide, fruibili a distanza, dotate di un'inerzia trascurabile, codificabili e conservabili a lungo e facilmente su supporto adeguato, altrettanto agevolmente restituibili e comunicabili... Tuttavia anche le informazioni riguardanti gli altri sensi della prossimità e del contatto (olfatto, gusto e tatto), sono simulabili grazie alle tecnologie» [7].

Infatti «oggi la tecnologia consente di creare e ricreare anche gli odori e i profumi, di integrare la dimensione olfattiva nel linguaggio dell'apparenza, che si fa così sempre più complesso, multisensoriale, virtuale, sempre più realistico e sempre più artificiale, nuovo "grado zero" della natura, nuova acquisizione della cultura» [8].

Fu al cinema che si sperimentarono i primi sistemi di simulazione olfattiva, proprio contemporaneamente all'uso del 3D stereoscopico, per rendere la materia filmica più credibile e coinvolgente.

Alla creazione, da parte della General Electric, del sistema Smell-O-Rama che accompagnava alla visione della rosa il suo profumo, emesso da uno spruzzatore, seguirono dei sistemi simili "adattati" alla visione cinematografica. Nel '59 videro la luce lo Smell-O-Vision e l'Aroma-Rama, esperienze che non decollarono non solo per problemi di ordine economico, ma soprattutto per il continuo mescolarsi degli odori e per la natura del sistema olfattivo, caratterizzato da un grado di inerzia e di persistenza molto elevato e da un processo di "decodificazione" molto lento e difficoltoso.

Nel 1962 Morton Heilig inventò una macchina chiamata Sensorama, per simulare una passeggiata in bicicletta per le strade di New York: oltre alla visione di immagini stereoscopiche, alla percezione del vento sul viso e dei suoni tridimensionali, in alcune scene si potevano sentire gli odori di scarico delle auto o il profumo di pizza.

Nel 1981 uscì nelle sale cinematografiche Polyester, girato da John Waters, regista americano indipendente: fu il primo film in Odorama, una tecnica che permetteva di associare ad alcune scene del film l'odore adatto a renderle più realistiche. All'ingresso della sala gli spettatori venivano forniti di una speciale tessera "gratta e annusa", con tante caselle numerate da grattare quando sullo schermo compariva il numero corrispondente. In seguito, nel 1989, Luc Besson tentò di riprodurre un'atmosfera marina nebulizzando nella sala un'essenza liquida durante la proiezione del suo Le Grand Bleu.

Sul finire degli anni '80 la Media Sens Communication, società francese, vantava la realizzazione di due particolari sistemi: il primo, l'Ambianceur, permetteva la diffusione in ambienti di profumi preconfezionati o realizzati su commissione; il secondo, l'Odorama, consentiva di aggiungere «l'odore alla comunicazione audiovisiva tramite un dispositivo centrale automatizzato e programmabile» in grado di dosare l'emissione degli odori e «correlato a una banca immagini su videodisco» [9].

 

Note

1) KARL KARST,.cit. in SYLVIA FERINO-PADGEN (a cura di), Immagini del sentire: i cinque sensi nell'arte, Leonardo arte, Milano, 1996, p.15. [back]

2) PIER LUIGI CAPUCCI, Realtà del virtuale. Rappresentazioni tecnologiche, comunicazione, arte, Cleb, Bologna, 1993, p.61. [back]

3) Ivi, p.64. [back]

4) PIERO CAMPORESI , "Introduzione" di ALAIN CORBIN, Storia sociale degli odori. XVIII e XIX secolo, Mondadori, 1986, Milano, p.XLVII. [back]

5) in www.dweb.repubblica.it/archivio_d/1996/05/28/attualit/emozioni/088sen288.html [back]

6) DIANE ACKERMAN, Storia naturale dei sensi, Milano Frassinelli, 1992, p.40. [back]

7) PIER LUIGI CAPUCCI, op. cit., p.60. [back]

8) Ivi, p.72. [back]

9) PIER LUIGI CAPUCCI, «Nuovi strumenti della rappresentazione», Lineagrafica, n.1, gennaio 1989, p.58. [back]