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Le origini
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Le origini

 

 

 

“…And a camera makes you seasick.”
(Hexagram-Deftones)

 

Cinema e musica. Un binomio che forse trent’anni fa sarebbe sembrato assurdo, ma che invece a partire dagli anni ’80 è diventata una realtà: il videoclip è il suo nome.
Il videoclip infatti nasce e si sviluppa come strumento di comunicazione di massa e come mezzo promozionale. È ormai un medium che negli ultimi vent’anni ha modificato il nostromodo di fruire la musica e ha del tutto rivoluzionato anche la nostra percezionedi musica in movimento.

Nel corso degli ultimi anni grazie all’utilizzo delle tecnologie digitali più all’avanguardia, il nuovo fenomeno audiovisivo ha coinvolto un pubblico sempre più vasto, acquisendo una vera e propria autonomia espressiva degna dei suoi “colleghi” più anziani. Canali televisivi specializzati nella messa in onda di questi music video come la rete americana Mtv, hanno notevolmente contribuito alla formazione di palinsesti interamente dedicati ai clip, portando quindi il livello di fruizione a toccare punte di ascolti vertiginose.

La data di nascita del videoclip è piuttosto indefinita: ad esempio per qualcuno il primo video della storia è “Yellow submarine” dei Beatles, per altri è “Bohemian Rapsody” dei Queen ,ma in realtà si potrebbero citare i cosiddetti “parenti stretti” del clip:

1) “Soundie”: In voga soprattutto alla fine degli anni ’40 e inizio anni ’50, erano dei cortometraggi trasmessi da una sorta di juke-box nei night clubs.

2) “Scopitone”: erano i corrispettivi francesi dei soundie, girati in technicolor e retroproiettati in 16mm, generalmente interpretati da star francesi, furono lanciati nel mercato nel 1964.

3) Le esibizioni dei cantanti per show televisivi come “The Ed Sullivan Show” a cui parteciparono anche i Beatles oppure la famosa trasmissione inglese per la BBC “Ready steady Go!”.

Ovviamente si potrebbe anche accennare alle origini del rapporto suono-segno, presente in maniera più o meno evidente nel pre-cinema o nei primi brevetti di strumenti musicali in grado di generare colori (per esempio l’organo di Rinington)., oppure si potrebbero prende in considerazione i film animati di alcuni pittori-cineasti tedeschi che sono considerati i primi passi verso un concetto di visualizzazione ritmica prima dell’invenzione del sonoro.

Ancora oggi infatti il videoclip deve molto a professionisti di grafica, disegnatori e animatori, ha attinto a piene mani da questo patrimonio : probabilmente perché il videoclip in sé ricorda molto la pop art in modo figurativo e culturale, e conserva molti elementi a carattere onirico e fantastico.

Mtv comunque segna una tappa importante per il videoclip : ormai esso è del tutto connaturato con il canale televisivo, sebbene negli ultimi anni anche il Web si stia mostrando luogo ideale per il clip.

 

 

La rete televisiva americana nasce nel 1981, sviluppa palinsesti dove il videoclip sembra allargato, poiché in essa scorra come un flusso continuo e imperterrito 24 ore su 24. Mtv ha ormai letteralmente colonizzato l’immaginario del suo pubblico, ha portato a livelli estremi l’estetica del frammento, modificando in modo radicale tempi e modi percettivi. Ma il rapporto tra questo continuo flusso e il nostro percepirlo è abbastanza singolare. Ecco cosa succede molto spesso: quando un videoclip va in onda gli organi di senso chiamati a rispondere sono udito e vista ma paradossalmente è l’udito ad avere la supremazia poiché “ il videoclip fa dello sguardo una modalità dell’ascolto” (Debray). La musica da vedere rimane soprattutto musica da ascoltare.

Ecco perché “il video non ha (affatto) ucciso le star della radio”: la diffusione via etere di un determinato brano non comporta in nessuno modo la perdita di ascolti via radio :ecco perché il videoclip è in sé un paradosso.Nei confronti del cinema questa componente ambigua è presente soprattutto per quanto riguarda la questione del linguaggio e dell’evoluzione narrativa : mentre la prima questione è “superabile” poiché il videoclip ha un linguaggio piuttosto attiguo a quello cinematografico, per quanto riguarda lo sviluppo narrativo il clip ha sempre cercato un suo percorso personale ,una sorta di autonoma forma narrativa (sebbene quest’ultima sia presente specialmente nei videoclip anni ’80).

Ma poiché il videoclip si sta gradualmente perfezionando, il riferimento alla forma squisitamente cinematografica sta diventando sempre meno necessario con un conseguente rafforzamento di un linguaggio autonomo.In più in esso elementi come gli eventi e la scansione non sono affatto regolati da nessuna logica (“disorientamento narrativo”). Anche l’ambientazione può assumere contorni ambigui ed imprecisi, spiazzando gli “spettatori della musica”.

Oggi il videoclip ha superato la pura logica di commercializzazione; sono le stesse pop star che richiedono dietro la macchina da presa un regista del grande schermo (o a volte sono proprio quest’ultimi che sono interessati a dare il loro contributo) pensiamo ad Alan Parker, Martin Scorsese, John Landis, Luc Besson, Roman Polasnski, i quali hanno accentuato la componente concettuale di questo nuovo medium.

Infatti proprio a partire dagli anni ’90, periodo contrassegnato fortemente dalla conceptual-art, le star della musica cominciarono a non saper più fare a meno del videoclip : per evidenziare e ostentare un cambio di immagine o di orizzonte musicale, o per pura sperimentazione. (Madonna in questo senso ha reso il videoclip una vera e proprio testimonianza dei suoi repentini cambi di stili, spingendolo nella sua fase di massima persuasione mediatica).