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| NOEMA Home SPECIALS “Blurring Architecture”: le architetture simulate di Toyo Ito |
Tecnologie e Società
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Architettura che non è più architettura
Contemporaneamente alla genesi della Mediateca di Senday, Ito comincia ad usare la parola inglese blurring (sfumare, offuscare, sfocare…) per spiegare le sue idee architettoniche [4]. Ossessionato dall’idea di leggerezza, crea delle costruzioni che sembrano quasi provvisorie. Solitamente l’architettura è intesa come qualcosa di solido, egli invece cerca di renderle fluida come l’acqua, perché fluida è la vita e così devono essere i luoghi in cui le persone trascorrono la propria vita. Le sue costruzioni sembrano essere delle “casse armoniche”. Casse Armoniche sono quelle architetture che entrano in vibrazione con chi ci sta dentro, che si modificano con il suono che le attraversa [5]. Non sono necessariamente opere destinate a teatri o sale di registrazione, ma sono volumi che, percorsi da flussi di vento o di energia, si comportano come strumenti a fiato, creando armonie note più alla dinamica dei flussi che alla statica dei corpi. Per il fruitore la sensazione è di trovarsi in una costruzione dove il corpo entra a fare parte dell’architettura, il corpo dunque non è spettatore, ma elemento costruttivo che interagisce con suoni, luci e materiali.
La fase creativa di Toyo Ito parte da una simulazione. Per individuare la forma di un’immagine ancora indistinta, egli parte da delle simulazioni usando una grammatica architettonica esistente. Per la costruzione della Mediateca di Senday, per esempio, parte dal modello domino di Le Courbusier [6] per arrivare alla stratificazione di grandi piani liberi. Gli intervalli tra i piani non sono però identici, ma permettono la creazione di un ritmo e sono collegati da pilastri tortuosi che crescono dalla base, come fossero alghe. Ito infatti voleva de-costruire il modello domino con elementi fluttuanti, come se la Mediateca fosse un enorme water cube. In fase successiva del suo lavoro compaiono gli elementi architettonici: struttura a reti metalliche e la superficie a lastre di vetro. In questo modo Ito crea realmente una blurring architecture, ossia un’architettura dai contorni sfumati, dove le figure ci appaiono come se fossero viste attraverso l’acqua mossa. L’ambiguità del contorno delle costruzioni viene dai dubbi di Ito sui confini architettonici che separano interno ed esterno. Nella Mediateca infatti, Ito ha creato delle condizioni tali per cui sembra che tutto possa succedere, egli contesta il metodo secondo cui si assegnano allo spazio funzioni definitive. Ito vuole riconquistare la capacità dell’architettura di esaltare la vita, servendosi della dimensione virtuale. In questo modo il luogo per lui, e di conseguenza lo spazio, non hanno più un ruolo fisso. Con la Mediateca Ito vuole ridefinire il concetto di architettura come luogo (o teatro) informatico nella società contemporanea.
Note 4) Cfr. Koji Taki, “L’architettura non è più l’architettura”, in A. Maffei (a cura di), Toyo Ito: le opere i progetti gli scritti, Milano, Electa, 2001. [back] 5) Cfr. A. Barbara, Storie di architettura attraverso i sensi, Milano, Mondadori, 2000, p. 139. [back] 6) Cfr. W. J. R. Curtis, L’architettura del Novecento, Milano, Bruno Mondadori, 1999. [back]
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