NOEMA Home SPECIALS › “Blurring Architecture”: le architetture simulate di Toyo Ito
Tecnologie e Società
Main
L’artista nel tempo della realtà virtuale
Realtà virtuale e simulazione in architettura
Le architetture di Toyo Ito
Architettura
che non è più architettura
Architettura
in una città simulata
Appendice
Bibliografia
e sitografia

 

Le architetture di Toyo Ito

 

 

Nato nel 1941 in Giappone, inizia l’attività professionale nel 1971, dedicandosi prima all’edilizia residenziale fino al progetto per la propria casa (Silver Hut, Nakano-yu, Tokyo, 1986), poi inizia a dedicarsi alle commissioni pubbliche.

La sua ricerca parte da un’osservazione attenta della società dei consumi giapponese e da un’interpretazione del contesto sociale. Difatti, mentre nelle città occidentali esiste un disegno delle città, in Giappone le città non hanno una consistenza reale e duratura ma mantengono la temporaneità di una macro­infrastruttura e non esiste nella loro cultura un’idea di architettura progettata per durare nel tempo.

Toyo Ito sviluppa l’idea di un’architettura effimera come lo strumento per raccontare dei non­contesti metropolitani. Sfrutta dunque la tecnologia per liberare l’architettura dalla pesantezza e con un’approfondita ricerca sui materiali di costruzione fa ampio uso del vetro per astrarre gli edifici dalla loro materialità e condurli ad una fragilità come se fossero delle installazioni temporanee.

Come nel contesto urbano giapponese tutto cambia velocemente, le sue opere cercano di astrarsi dalla consistenza.

 


White U

 

Attraverso la negazione della forma (come avviene per esempio nella White U, Nakano-yu, Tokyo, 1976; un’abitazione creata in uno spazio omogeneo e continuo a forma di U), recupera il sistema di base delle città giapponesi dove le architetture possono essere applicate e modificate.

 


Mediateca di Senday

 

Ma è con la decomposizione, ossia lasciando a vista gli elementi strutturali, che cerca di alleggerire la struttura complessiva delle sue architetture.

Così come nei sistemi giapponesi niente ha consistenza storica e tutto si mescola in una stratificazione multipla e casuale, i suoi edifici vogliono essere la stratificazione a vista di elementi semplici che si trasformano in un caos elettronico(esempio lampante è la Mediateca di Senday, 2001; o il progetto della torre per uffici Mahler 4).

Per Ito la rappresentazione di uno spazio fluido è la riduzione estrema della sua struttura seguendo il principio di Mies Van Der Rohe: Less is more [3].


Mahler 4

 

In seguito alla sua ricerca di leggerezza i suoi edifici risultano essere quasi trasparenti, come se fossero dei fragilissimi telai rivestiti di vetro, materiale preferito da Ito perché di giorno riflette la luce e contiene un volume semplice, di notte invece scompare.

Il vetro è usato da Ito non come materiale High­tech ma come non­materiale, consono alla sua ricerca di trasparenza ed effimero. In questo modo i suoi edifici sono messi a nudo da facciate trasparenti e le sovrapposizioni interne si amalgamano nella trasparenza continua del vetro.

 

Note

3) Cfr. R. Banham, Architettura nella prima età della macchina, Bologna, Calderini, 1970. [back]