|
|
||||||||||||||||||||||
| NOEMA Home SPECIALS La visione e le immagini nel cinema di Wenders |
Tecnologie e Società
|
|||||||||||||||||||||
|
L'arte di vedere
Dopo un soggiorno di un anno a Parigi, dove ha la sua prima formazione cinematografica frequentando assiduamente la Cinématèque Française, Wim Wenders torna in Germania nel 1967 e si iscrive alla Scuola superiore per la televisione e il cinema di Monaco. Contemporaneamente collabora come critico cinematografico alle riviste Film e Filmkritik. Già da questi primi scritti si avverte l’attitudine di Wenders per un cinema che privilegia la tranquilla distensione della visione, in alternativa allo sperimentalismo del montaggio dissennato che frantuma l’immagine. Punti fermi del “vedere” e del “far vedere”, che saranno costanti tanto nella riflessione quanto nel cinema di Wenders, sono: il bisogno fisico di un’immagine piena, completa, fruibile in tutte le sue parti dallo spettatore, che dia la possibilità di muovere gli occhi sullo schermo; il bisogno correlato di un’immagine che si formi liberamente anche nella mente dello spettatore, messo in grado di svolgere le attività di immaginazione; il rispetto per l’oggetto della ripresa e per lo spettatore stesso. Questo è un atteggiamento molto simile a quello consigliato da Aldous Huxley nei confronti dei propri occhi e, di conseguenza, verso gli occhi dello spettatore, e che consiste nel non sforzare mai la visione, evitare condizioni di tensione e sforzo, non cercare di catturare ad ogni costo l’attenzione dello spettatore, intrappolandone l’attività visiva. Quest’ultima ha bisogno di tempo, calma, rilassamento, oscillazione tranquilla dal dettaglio al vasto orizzonte, qualità che secondo Wenders sono presenti nel cinema americano degli anni Quaranta e Cinquanta. La sconfitta bellica e l’epoca della ricostruzione sono state affrontate dai tedeschi con un immenso sforzo di rimozione del passato. L’avventura nazista ha prodotto una voragine di oltre vent’anni nella coscienza del paese. Sul piano culturale, un’intera generazione si è dovuta confrontare con la mancanza di “padri” e l’assenza di tradizioni su cui contare; l’alternativa al crescere sul nulla era quella di assimilare culture esterne. Wenders ha seguito la cultura americana. La storia tedesca dell’immediato dopoguerra è contrassegnata da una sorta di lacerazione e dolorosa contrazione dello sguardo. Agli occhi di Wenders l’America appariva come il luogo mitico dello sguardo liberato. Grande fu la delusione del giovane regista tedesco di fronte alla vera realtà americana. L’America si rivela soprattutto una terra di immagini, di inflazione visiva, di onere per gli occhi. Pannelli e segnali ovunque e la presenza invadente e pervasiva della televisione, fatta di molti canali che però non mostra più nulla, ma sembra avere come unico scopo quello di vendere.
Wenders sottolinea una stretta somiglianza, in tedesco, tra i verbi vorfuhren (“mostrare”, “proiettare”) e ver-fuhren (“sedurre”): hanno in comune fuhren, che vuol dire “guidare”. Lo sguardo in America, in quanto sedotto, catturato dall’immagine attraverso tecniche pubblicitarie, è tutt’altro che uno sguardo liberato come nei sogni di Wenders ragazzo. E’ in realtà uno sguardo guidato, canalizzato, controllato. Secondo il regista tedesco, la maggior parte dei film di John Ford e Anthony Mann, presi ad esempio di un corretto modo di vedere e di mostrare, sono ormai invedibili per molti americani, i quali filtrano tutto attraverso un’ottica televisiva interiorizzata. Wenders continua sostenendo che la televisione americana procura violenza agli occhi e alla mente, generando, inoltre, abitudine ed assuefazione visiva. A partire dai primi anni Ottanta Wenders pone al centro delle proprie preoccupazioni il fenomeno dell’inflazione di immagini elettroniche e di stimoli sensoriali a carico della capacità visiva. Si tratta soprattutto di immagini caratterizzate da bassa qualità e definizione, con un linguaggio più povero rispetto a quello del cinema.
Anche il cinema ha assunto una marcata vocazione televisiva. Già un paio di generazioni non hanno potuto sviluppare il gusto per immagini lunghe e ritmi narrativi calmi, elementi fondamentali per lo sviluppo di una corretta visione. Il linguaggio importato nel cinema dalla televisione, l’affollamento di immagini, i ritmi serrati del racconto e del montaggio producono: la chiusura della narrazione, che non lascia spazio ad una visione libera e personale; una costante pressione dell’attenzione, una mancanza di respiro tra le immagini; la soppressione dei vuoti, della distensione visiva da alternare alle fasi di tensione drammatica; la diminuzione di momenti veramente liberatori. Questo discorso è sviluppato da Wenders parallelamente a considerazioni sullo sviluppo delle grandi città, che presentano molti punti in comune con le immagini: sono sempre più piene di cose, intasate, opprimenti. Nelle metropoli gli spazi vuoti sono subito soppressi, ma sono proprio questi, secondo l’autore, che permettono di formarci un’immagine della città.
La dimensione primaria delle immagini si rafforza di valore etico in queste affermazioni di Wenders:
Wenders si riferisce al termine tedesco Einstellung, che designa sia il risultato della ripresa che l’atteggiamento del regista. Per Wenders Einstellung significa due cose: un atteggiamento morale, un certo modo di porsi rispetto alla realtà, e un concetto formale, un’intenzione estetica che riguarda l’ispirazione visiva, una traccia del vedere. Il concetto di “vedere”, per l’autore tedesco, si basa sia sulle esigenze di una visione distesa, libera, che su una scelta etica. C’è un’immagine che acceca e manipola ed un’immagine che libera, arricchisce e che risulta essere conforme alla natura umana.
Note 1) Wim Wenders, Stanotte vorrei
parlare con l’angelo,
Ubulibri, Milano, 1989. [back]
|
|||||||||||||||||||||
|
|
||||||||||||||||||||||