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Net.Art

 

 

 

 

La leggenda vuole che il termine Net.Art sia stato generato dall’errore di un computer. Il protagonista di questa storia è Vuk Cosic. L’artista sloveno, uno dei pionieri del movimento, ricevette nel dicembre 1995 un messaggio di posta elettronica illeggibile, ma nel groviglio di caratteri, simboli e numeri si distinguevano due parole divise da un punto: Net.Art.

La Net.Art è una forma d’arte nata dall’incontro fra eredità delle avanguardie e innovazione tecnologica. Innovazione tecnologica perché un’opera di Net.Art dipende ontologicamente dalla rete e non può essere creata e fatta conoscere mediante altri supporti. Il suffisso Net esalta il carattere interattivo, processuale e collaborativi di questa pratica. Pratica che infatti sostituisce le opere con le operazioni e le rappresentazioni con la produzione di nuovi circuiti comunicativi e di senso.

La Net.Art come “arte di fare network”, questa è la definizione che su internet e sui pochi testi scritti appare frequentemente. Dunque non solo come arte veicolata e diffusa mediante Internet. Una pratica che si serve della rete come destinataria, come mezzo di diffusione, come strumento di conoscenza, come tool a disposizione di tutti. Caratteristiche della Net.Art sono ad esempio il suo aspetto dinamico, non rappresentativo, bensì comunicativo. Il suo carattere non oggettuale ma immateriale e immediato. Un’altra caratteristica è il suo aspetto performativo in quanto si tratta di un’opera in progress che si fruisce e si costruisce nel momento stesso del suo svelarsi. Infatti è abitudine definire questi lavori “progetti” evidenziando il loro carattere sperimentale e le loro dinamiche inattese.

La Net.Art tende anche a cancellare i confini tra pubblico e privato e a rendere inesistente la distinzione tra artista e spettatore. Si parla di interattività come ciò che distingue la Net.Art dalle altre forme d’arte, ma si tratta di un’illusione in quanto è l’utente a scegliere un percorso di un sito tramite il suo click, è l’utente a scegliere l’ordine di cosa vedere prima e cosa dopo.

Alcune caratteristiche della Net.Art, come il già citato aspetto dinamico, processuale, non rappresentativo e non oggettuale, sono state ereditate dalle avanguardie precedenti. Anche l’intreccio tra l’estetico e il politico rilanciato dalla Net.Art si colloca alla base delle esperienze d’avanguardia del ’900. I Futuristi, i Dadaisti, Fluxus, la Land art non erano state estranee a queste qualità, avevano infatti già sostituito la creazione di opere con gli happening, gli spostamenti concettuali, i processi dinamici, le spedizioni postali e gli interventi sul paesaggio. Tuttavia, le avanguardie del 900 si erano concentrate sulla tecnologia della registrazione come film, video e audio, ed erano spinte dalla polemica nei confronti del sistema tradizionale dell’arte. La Net.Art trasferisce questi percorsi di ricerca nel contesto della rete, concentrandosi sulle tecnologie della telecomunicazione che si basa sulla trasmissione istantanea di un segnale elettromagnetico e non conduce, di per sé, alla produzione di alcun oggetto.

Spinti dalla necessità di comunicare i net.artisti giungono a progetti e interventi ironici e assurdi, alla messa in pratica di un’arte processuale e non oggettuale in cui lo scambio e l’interazione con il pubblico e con l’altro diviene una necessità affinché l’esperimento comunicativo possa aver luogo.

L’autoreferenzialità inserisce la Net.Art nella tradizione artistica moderna, ma il suo carattere stratificato e la sua capacità di fondere competenze e attitudini diversificate la dislocano nel campo indeterminato di “un’arte che non ha più bisogno di essere chiamata arte”. Per queste caratteristiche, la Net.Art non si serve solo del World Wide Web, ma poggia su una gamma più vasta di protocolli, canali e strumenti di comunicazione come l’e-mail, browser, mailing list, motori di ricerca sistemi satellitari, etc.

La Net.Art delle origini che contraddistingue per l’ostinata volontà di indipendenza e di caratterizzazione alternativa rispetto a un sistema dell’arte considerato sterile e corrotto. Posizione rafforzata da una profonda coscienza della diversità del proprio linguaggio espressivo, per sua natura contrario ad adattarsi ai tradizionali metodi di esposizione e commercializzazione. Tuttavia l’arte della rete si è apprestata a un inevitabile confronto con il sistema dell’arte e le sue istituzioni.

La decima edizione di "Documenta", inaugurata a Kassel, in Germania, il 28 Giugnodel 1997, ad esempio, dedicò un ampio spazio ai nuovi media, consacrandoquindi l’avvenuto riconoscimento istituzionale della Net.Art, fra applausie polemiche.Un’opera di Net.Art non essendo un oggetto materiale può esserecomunque acquistata, ma ad essere comprato sarà il codice sorgente chegenera l’opera insieme ai diritti di esposizione.

La prima istituzione che si confrontò con questa esperienza fu il Whitney Museum di New York, oggi dotato di un dipartimento di Net.Art. Il programma più completo dotato di un impianto curativo, didattico ed espositivo era rappresentato fino al 2003 dalla Gallery 9, dipartimento di arte mediale del Walker Art Center di Minneapolis. “Emergent artists- Emergine medium”, il loro programma di commissioni, ha permesso la realizzazione di una decina di progetti.

Anche il Moma di New York e il Moma di San Francisco possono vantare una collezione di progetti web. Il Guggenheim di New York nel 2002 ha commissionato all’artista americano Mark Napier un progetto web visibile esclusivamente da sito del museo. Napier sembra essere uno dei net-artisti più interessato alla formazione di un mercato intorno alla propria produzione. Bitforms è la prima galleria completamente dedicata all’arte digitale nei suoi spazi, aperti a New York nel 2001, progettati per ospitare sperimentazioni artistiche tecnologicamente avanzate: sculture sonore interattive, software creativi, progetti di net.art, tra cui The waiting room di Mark Napier: uno spazio virtuale che 50 utenti potevano condividere attraverso Internet e diventare parte integrante di un “dipinto in movimento”. Le sue azioni davano forma all’opera d’arte, modificando l’atmosfera dello schermo, da rigida ad aerea, da buia a luminosa, da calma a caotica. Ogni click creava una forma, un’ombra o un muro, una sembianza architettonica o una luce in dissolvenza. Il lavoro era esposto in tre schermi piatti, affiancati da una grande proiezione che mostrava l’attività dell’opera al suo culmine. L’opera di Napier veniva venduta in quote di partecipazione e il collezionista comprava l’accesso ad una comunità.

Le istituzioni che sostengono la Net.Art sono quasi tutte statunitensi, probabilmente per il fatto che la Net.Art è nata in gran parte in territorio europeo. Nel vecchio continente ha trovato però spazio quasi solo in associazioni culturali, centri sociali e festival.

Facendo proprie una serie di nuove pratiche del fare arte, la Net.Art è comunque riuscita a imporsi in brevissimo tempo nel panorama artistico internazionale, grazie all’azione congiunta di istituzioni, meeting e mostre.

 

Bibliografia e sitografia

Arturo Di Corinto, Tommaso Tozzi, Hacktivism, Roma, Manifestolibri, 2002.

Marco Deseriis, Giuseppe Marano, Net.Art, Milano, Shake, 2003.

Gianni Romano, Artscape, panorama dell’arte in rete, Genova, Costa & Nolan. 2000.

Flash Art, n. 237, anno 2002-03.

Flash Art, n. 241, anno 2003.

http://artport.whiteney.org

http://www.moma.org/ on line projects

http://www.sfmoma.org/espace

http://www.guggenheim.org/internetart

http://www.noemalab.org/sections/ideas/ideas_articles/netart.html

http://www.mediamente.rai.it/mm_it/010418/index.asp

http://www.mediamente.rai.it/mm_it/010418/Napier.asp