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Net.Artisti

 

 

 

Prima dell’escursione di alcune esperienze di Net.Art , bisogna precisare che non esiste una Net.Art, ma diverse forme di Net.Art. Nell’impossibilità nel corso di questa ricerca di trattare tutti i fili che compongono questo variegato movimento, descriverò solo alcune esperienze di Net.Art.

 

1) 1994-96: Primi progetti di Net.Art

Al principio, i progetti di Net.Art erano ancora a un livello elementare di interazione ma era comunque presente l’enfasi posta sul circuito comunicativo, piuttosto che sui contenuti da esso veicolati. Progetti che erano basati su soluzioni concettuali e una grafica minimale per ricercare la specificità del mezzo.

Una forma nascente di Net.Art è il King’s Cross Phone, un progetto del 1994 dell’artista londinese Heath Bunting. L’artista era venuto a conoscenza dei numeri di 36 cabine telefoniche della stazione ferroviaria di King’s Cross. Decise di pubblicarli sul web e di invitare la gente a chiamare le cabine ad un orario prefissato e ad un giorno prefissato. Così, all’ora prestabilita, i telefoni cominciarono a squillare simultaneamente, sotto gli sguardi increduli degli impiegati. Si trattava di un’ipotesi intersezione di vari sistemi di comunicazione: quello della locale stazione londinese, il sistema ferroviario nazionale britannico e quello telefonico internazionale.

Un altro esempio di sperimentazione viene dal net-artista russo Alerei Shulgin,il quale accortosi delle grandi potenzialità del mezzo approdò aduna nuova forma espressiva, basata sulla comunicazione e non più sullarappresentazione.

All’inizio del 1995, la velocità media di connessione era lenta e le potenzialità dell’ipertesto erano limitate. Il modo per fronteggiare queste limitazioni era per Shulgin appropriarsi dei nuovi strumenti ponendosi nei loro confronti con leggerezza e ironia. Nacquero così una serie di “giochini” ultra-minimali che facevano dell’interazione il loro oggetto di ricerca: in Turn off Your tv Set, il fruitore era posto di fronte a due opzioni:

1 - cliccando sull’immagine di uno schermo acceso si accedeva a una nuova pagina contenente un altro fotogramma, fino ad un totale di 12 schermate;

2 - cliccando invece su un bottone verde (l’interruttore del televisore) si spegneva lo schermo che era appunto lo scopo ultimo del gioco per entrare in relazione con un medium (la rete).

Sempre Alexei Shulgin nel 1997 lanciò un sito www.computerfinearts.com/collection/easylife.org/xxx che utilizzava la pornografia per attrarre i flussi di navigazione. Il sito si presentava con icone, slogan tipici del porno, ma non appena si cliccava sulle icone per visualizzare un’immagine, si veniva sbalzati sui primi siti di net.art che stavano nascendo su Internet. Shulgin sfruttava la pornografia per deviare l’attenzione di un pubblico che altrimenti non avrebbe mai visitato i siti di sperimentazione. L’intervento di Shulgin dimostrava come tramite internet fosse possibile aprire dei canali comunicativi e di interazione.

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2) www.jodi.org

 

 

www.jodi.org, ovvero l’olandese Joan Heemskerk e il belga Dirk Paesmans, che nel 1995 crearono un sito contenente una serie di codici apparentemente errati e di soluzioni concettualmente innovative. Le loro pagine web simulano errori e crash di sistema, i loro videogame tolgono al giocatore ogni forma di controllo. Quando il navigatore si imabatte in Oss, il browser va in pezzi frantumandosi in una decina di finestrelle che scompaiono e riappaiono all’impazzita da una parte all’altra dello schermo. In un rapido susseguirsi di sperimentazioni tra il 1995 e il 2000, il navigatore che si imbatte in jodi si troverà di fronte a messaggi di errore o di allarme virus, pagine astratte che lampeggiano apparentemente senza senso.

Jodi non spiega il suo lavoro, non lo contestualizza, il navigatore si trova a fronteggiarlo senza mediazioni.
Nel 1996, jodi lanciò un altro classico della net.art: http://404.jodi.org. Il sito si serve di uno degli errori più comuni della rete, il 404, per offrire all’utente un’ invitante livello d’interazione. È diviso in tre aree corrispondenti ai tre numeri (4-0-4) che appaiono sulla main page, con una grafica infantile. La prima area, Unread, è un lungo elenco di brevi sequenze di testo apparentemente prive di senso. Un campo vuoto a fondo pagina invita lo spettatore a dire la propria. Non appena però si digita una frase, il segreto si svela: le vocali inserite non vengono rappresentate nell’elenco. Ci si può rassegnare a leggere senza vocali, oppure cercare altre soluzioni che spesso riflettono i meccanismi di funzionamento delle varie lingue nazionali. Visto sotto questo aspetto, si tratta di un tentativo di trovare una lingua comune a partire da una sottrazione.

 

 

La seconda area, Unsent, si basa sull’errore opposto. Anziché escludere le vocali, vengono rifiutate le consonanti. La terza sezione si basa invece su un meccanismo diverso, rendendo visibile una lista di numeri IP (Internet Protocol), che contrassegnano gli utenti collegati al sito. L’area IP di 404 mostra quindi un’informazione banale, il nostro identificativo di rete, ma che viene nascosta dall’interfaccia del browser perché considerata poco importante.

Nell’ottobre 2003 sono usciti dal web per la mostra "Install.exe" a Basilea. La soluzione espositiva era caratterizzata da una grande cassa contenente computer portatili che il visitatore poteva prelevare come un libro da uno scaffale e interagire con tutte le opere di jodi.org. Tale soluzione simula efficacemente la consueta dimensione privata e casalinga in cui si fruisce la net.art anche nello spazio pubblico di un’esposizione.

Per artisti come jodi è importante dimostrare una consapevolezza critica dell’ambiente mediale in cui operano, indipendenti da ogni meccanismo che regola il sistema dell’arte attuale, per loro non è tanto importante stabilire qual è l’arte di domani ma sembrano più preoccupati di capire quale sarà la società di domani. Considerano i loro progetti in rete come l’ultimo territorio in cui si possono sfidare le convenzioni della rappresentazione, costruire forme e narrative sperimentali.

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3) www.0100101110101101.org

 

 

Gli italiani che si nascondono dietro al sito www.0100101110101101.org non vogliono rivelare i propri nomi, le loro età. Nei festival e negli altri eventi artistici a volte compaiono in coppia, a volte in tre; una donna e un uomo o due uomini, tutti apparentemente attorno ai 25 anni e vestiti completamente di nero. Dietro a questa lunga serie di 0e1, sigla difficile da memorizzare e che fa esplicito riferimento al codice binario, si nasconde in realtà il loro progetto concettuale che si basa sulla battaglia per la libera circolazione dell’informazione e delle idee contro i copyright, sulla messa in discussione del concetto di interattività, di autore e spettatore, di copia e originale. Non si considerano artisti ma spettatori, non sono contro l’arte, non sono anti-artisti, l’unica cosa a cui sono interessati sono i contenuti.

Tra i primi "colpi" messi a segno c’è per esempio la beffa di Darko Maver, rifilata alla 48° Biennale di Venezia e a riviste d’arte. Darko Maver era un artista sloveno di 37 anni che morì in un carcere militare a Podgorica sotto i bombardamenti della Nato. Si trattava di un artista provocatore, ribelle che creava raccapriccianti opere d’arte utilizzando realmente documenti visivi sugli orrori della guerra. L’artista abbandonava manichini sfigurati in luoghi pubblici mentre si diffondevano via Internet la vita, le opere e le denunce dell’artista che ad un certo punto venne arrestato per propaganda antipatriottica. Il pubblico dell’arte contemporanea ne decretò il successo. Il tutto, dall’esordio del fenomeno alla presenza del caso in Biennale, alle foto del cadavere tra le macerie, in meno di un anno. Ebbene questo artista non è mai esistito, si è trattato di una beffa che voleva dimostrare come utilizzando i media e i sentimenti collettivi si possono far miracoli. Gli 0100101110101101.org emisero, poco dopo la Biennale, un comunicato stampa in cui spiegavano tutta l’operazione e la loro filosofia, tra cui lo sbugiardamento del pubblico e degli addetti all’arte contemporanea.

 

 

Tra il 1999 e il 2000 gli 0100101110101101.org si dedicarono al plagio di diversi siti web art che apparivano ai loro occhi come esattamente l’opposto di ciò che consideravano rete. Il primo plagio toccò al sito Hell.com, famosa galleria di net.art inaccessibile al pubblico. Gli 0100101110101101.org scaricarono durante l’inaugurazione dell’evento l’intera struttura del sito e la pubblicarono nel proprio, senza protezione e quindi accessibile a tutti. Il plagio suscitò l’immediata reazione di Kennet Aronson, proprietario di Hell, che tentò una causa contro gli 01.org, senza però ottenere alcun risultato.

Un altro plagio toccò ad Art.Teleportacia, prima galleria su web fondata dalla net.artist russa Olia Lialina , la quale metteva in vendita diverse opere di net.art. L’originalità di tale opere era garantita secondo Olia Lialina, dal suo dominio, dalla possibilità di consultarle esclusivamente sul server in cui l’artista le ha collocate la prima volta, quindi solo il possessore avrà assicurato il diritto di accedere all’url originale, grazie a un certificato rilasciato dalla galleria. Ma con la trappola tesa dagli 01, Art.Teleportacia, che vendeva l’originalità dei domini artistici, si trovò a vendere le opere di net.art due volte e senza variazioni di prezzo.

Sempre nel 1999, ad essere risucchiati dagli 01.org, fu jodi.org, non per contestazione al sito, ma solo per il fatto di essere considerato uno dei simboli della net.art. Infatti, se fino a quel momento avevano effettuato parodie delle pagine copiate dai net.artisti, il sito jodi venne semplicemente clonato senza alcuna variazione.

L’anno 2000, cominciò con un’altra beffa, questa volta nei confronti del Vaticano. Per tutto il 1999, digitando su qualsiasi browser www.vatican.org si poteva accedere a un sito apparentemente ufficiale della Santa Sede, esteticamente identico a quello ufficiale del Vaticano ma con contenuti modificati e l’inserimento di testi eretici, canzoni degli 883, informazioni turistiche completamente errate. Per un anno migliaia di persone consultarono il sito senza capire che si trattava di una derisione.

Nella filosofia degli 01.org la replicazione accresce l’aura di un sito anziché indebolirla, diviene dunque una possibilità in più: non solo in termini di visibilità, ma anche sotto un profilo creativo. Gli 01.org invitano infatti gli artisti della rete a rinunciare al controllo completo sui risultati ultimi della propria attività. I ripetuti atti di copiatura spesso accompagnati da canzonature, parodie ironiche e sbeffeggianti, non nascondono valenze politiche e sovversive; ma sono semplicemente un veicolo per contestare i principi o le idee su cui si basano alcuni siti e soprattutto, per mettere in discussione l’architettura della rete.

Tale scopo è ricercato anche dal progetto Life Sharing, cioè un sistema di condivisione dei file, in tempo reale, basato su Linux, commissionato dalla Gallery 9 del WalKer Art Center di Minneapolis. Dal gennaio 2001 gli 01.org diedero libero accesso a tutti i contenuti del loro computer: testi, posta elettronica, documenti personali, software, immagini. Lo spettatore può perdersi in un immenso labirinto di dati. Questo progetto chiude la fase di “attacco” del gruppo e apre una riflessione provocatoria sulla privacy nell’era del controllo globale delle informazioni. Life Sharing è un modello nuovo di architettura di rete che ha trasformato un normale sito in un potente “personal medium” per la condivisione digitale totale.

Alla fine degli anni ’90 gli 01.org lavoravano esclusivamente riutilizzando, rubando e rimescolando materiali di altri, nel 2000 invertirono questa prospettiva condividendo tutto quello che facevano con tutti, gratuitamente e in tempo reale.

Nel 2001 gli 01 hanno presentato con il collettivo milanese epidemiC, un virus informatico, alla 49° Biennale di Venezia, stampato su un grande cartellone, magliette e CD-ROM. Il listato del virus Biennale.py, esposto nel padiglione sloveno, si presenta come un set di istruzioni in cui è possibile riconoscere elementi narrativi. Essendo il virus una macchina testuale che prima si legge da sola e poi si scrive nel ‘corpo’ di un ospite, i programmatori di epidemiC hanno riprodotto questo meccanismo assegnando alle variabili di Biennale.py dei nomi che diventano parte di una vera e propria storia, come ad esempio la partecipazione del programma ad una festa e i relativi dialoghi con gli ospiti selezionati. Finalità di tale virus è la rimozione del processo di eliminazione fisica del virus dagli hard-disk e l’abolizione sociale della creatività innata nel mestiere del programmatore.

Del 2002 è il progetto Vopos che si serve di un ricevitore satellitare Gps, un cellulare e un sito web. Lo scopo è di rendere visibile agli utenti della rete l’esatta posizione degli artisti in ogni momento e riflettere sui canali di sorveglianza nella società contemporanea.

 

 

In una intervista del 2001 per la rivista d’arte contemporanea Tema Celeste gli 01.org affermarono che non è la net.art in sé ad interessarli, ma il rapporto tra uomo e macchina. L’arte della rete è prodotta da computer, non da uomini, i quali sono solo tecnici al servizio della macchina. La loro intenzione è quella di sfruttare la propria visibilità per diffondere le loro idee, adoperando una strategia simile a quella del terrorismo ma applicata al sistema culturale. Infiltrarsi, seminare il panico, insinuare il dubbio. L’arte secondo gli 01.org è uno strumento di conflitto sociale che permette di propagare idee politiche camuffandole da intrattenimento. Tutto l’operato degli 01.org si muove intorno alla negazione della proprietà privata dei dati e dell’individuazione artistica e attorno all’affermazione di una nuova identità e di una prassi vicine alla filosofia dell’Open Source. La filosofia dell’Open Source è una licenza inventata dall’americano Richard Stallmann che consente di modificare e distribuire un software mantenendo il codice sorgente sempre visibile, così il software è libero di essere modificato ma anche di essere venduto.

L’apparente contraddizione degli 01.org deriva dall’aver sempre dichiarato fedeltà al plagio come metodo compositivo, nella convinzione che “nessuno ha inventato niente”.

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4) www.RTMark.com

Sulla stessa lunghezza d’onda degli 01.org, si muove RTMark (USA) che nel 2000 ha finanziato progetti per il sabotaggio dei prodotti delle corporation. Questo tipo di finanziamento permette agli investitori di conservare l’anonimato e di evitare ogni tipo di responsabilità. RTMark si serve del sabotaggio per creare scoop sensazionali sulla stampa e sui media, per far conoscere gli abusi delle società commerciali verso le leggi e la democrazia.

 

 

Attorno al 2000 RTMark ha pubblicato sul web una copia ‘rivisitata’ del sito di Gorge W. Bush, mostrando come la politica americana sia profondamente dipendente dalle leggi del mercato.

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5) Netochka Nezvanova

Netochka Nezvanova è un nome ripreso dall’omonimo personaggio di Dostojevski, che significa ‘anonimo nessuno’, e infatti non si sa se si tratti di una singola artista o di un collettivo di artisti. Nelle apparizioni pubbliche viene impersonata da donne sempre diverse, per lo scopo di confondere qualsiasi tentativo di identificazione.

Netochka Nezvanova considera la propria opera ‘arte della macchina’ che costruisce e da vita al nulla svuotando qualsiasi significato mediante la radicalizzazione dei significati, abolendo l’io narrante e quindi l’individualità, a favore di una specie di antinarrazione spersonalizzata e macchinina.

Le sue prime manifestazioni si ebbero tramite un incessante bombardamento di e-mail dirette a diverse mailing list di musica elettronica, intorno al 1998. Accanto alla decostruzione del linguaggio si univa la radicalizzazione di tutti gli eventuali interlocutori. In altri siti di questa oscura personalità come www.eusocial.com, www.m9ndfuck.com, ci si imbatte in effetti imprevedibili: finestre che si aprono e si chiudono a ripetizione, screenflash, script in java che fanno letteralmente esplodere il browser e l’interfaccia del computer, pagine vuote e così via.

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6) Mark Napier

E' un pittore americano che intorno agli anni ’90 cominciò a dedicarsi alla rete. Del 1998 è Shredder (il frammentatore), un semplice programma in java che si insinua tra il server e il nostro browser. Alterando il codice html lo shredder consente di visualizzare i file delle pagine html, sovrapponendoli al contenuto delle pagine stesse. Da nascosto, il file di testo html si fa segno grafico, elemento di costruzione autonomo.

 

 

Riot riprende lo stesso meccanismo di Shredder introducendo in più nuove funzionalità. Si tratta del primo browser multiutente, che consente cioè all’utente di visualizzare i contenuti dei siti che sta navigando simultaneamente a quelli scelti dagli altri utenti che sono collegati a Riot nello stesso istante. Riot mette in discussione la navigazione del web come esperienza solipsistica e l’omogeneità dei contenuti all’interno di uno stesso sito.

 

 

Il lavoro di Napier non è molto diverso dagli esperimenti di jodi per ‘rivoltare Netscape’, frantumando l’unità della finestra o facendo del codice sorgente il vero oggetto della sua indagine estetica. Tuttavia, se jodi si limita a lanciare degli script dal suo server in grado di far ‘impazzire’ il browser di chi si collega, Napier fornisce uno strumento che ‘esce’ dal sito di Potatoland e investiga la rete come un vero browser.

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7) Altarboy

Altarboy è l’ultima opera di Carlo Zanni che con maggior forza combina i più avanzati sviluppi della net.art e la delicata bellezza che caratterizza la sua arte. La scelta del proprietario, che può decidere se renderlo o no accessibile ondine, sottolinea il carattere effimero delle opere di net.art .

Altarboy è una scultura; una valigia in alluminio con bordure in acciaio appoggiata a un piedistallo di ferro. Dal pannello superiore si affaccia uno schermo 15’’, mentre il piano orizzontale ospita un contenitore di vetro, disegnato dall’artista, contenente petali di rosa sparsi ai piedi dello schermo. Nell’insieme, un oggetto minimale, raffinato, solido, che rende invisibile la complessa tecnologia che contiene. Infatti, il cuore della scultura è un computer che funziona da server per l’opera d’arte immagazzinata nel suo hard disk: invisibile in rete finché il proprietario non decide di accendere il server. Questo contiene un network, un pezzo di software che funziona completamente solo se connesso alla rete e, quindi, condiviso con tutti i suoi utenti. Eppure esiste una fruizione privilegiata, che è quella mediata da Altarboy, con il suo touch screen e i suoi petali di rosa.

Su Altarboy gira Cyrille, una nuova evoluzione di newnew portrait di Carlo Zanni, che affianca all’aspetto esteriore della persona ritratta la sua identità così come viaggia in rete o come appare dal suo hard disk. Le pupille, entrambe navigabili, di Cyrille, sono disegnate, una dalle immagini corrispondenti ad una serie di query fatte automaticamente con Google sulla base di parole chiave da lei indicate e specchio dell’immagine di sé che ognuno si costruisce, l’altra dalle immagini risultanti da una ricerca avviata da chi visita il progetto; specchio dell’immagine di sé che ciascuno presenta al mondo. E specchio entrambe dell’aspetto della rete in un dato momento.

 

 

Altarboy solleva in maniera complessa la questione della proprietà di un’opera che vive su un network pubblico e propone una nuova soluzione per vendere l’immateriale. Acquistando Altarboy l’eventuale collezionista compra un server. Paradossalmente Altarboy realizza il massimo del privato e il minimo dell’intimità: chi fruisce del progetto in rete dal proprio PC è più vicino a Cyrille di chi invece ne fruisce dalla scultura stessa. Gli utenti che ne usufruiscono attraverso il web possono sentirsi ‘più vicini’ poiché digitano un url ed entrano in un sito; sono vicini allo schermo, in un contesto privato. Grazie al suo touch screen Altarboy permette di avere un approccio molto fisico al codice. Si tratta di un lavoro su proprietà e condivisione, pubblico e privato, e di conseguenza le sue dimensioni estetiche e spaziali ne riflettono il contenuto.

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Bibliografia e sitografia

Lapiz, 1 novembre 2000.

Telepolis, 9 dicembre 1999.

Il Sole 24 ore, 21 gennaio 2001.

Cyberzone, giugno 2003.

Tema Celeste, n. 78, Giugno - settembre 2001.

Marco Deseriis, Giuseppe Marano, Net.Art, Milano, Shake, 2003.

Arturo Di Corinto, Tommaso Tozzi, Hacktivism, Roma, Manifestolibri, 2002.

Gianni Romano, Artscape, panorama dell’arte in rete, Genova, Costa & Nolan, 2000.

Exibart.onpaper, 2004.

http://www.noemalab.org/sections/ideas/ideas_articles/blain.html

http://www.mediamente.rai.it/mm_it/010418/index.asp

http://www.jodi.org

http://www.0100101110101101.org

http://www.rtmark.com

http://www.potatoland.org/riot

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