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Il mediattivismo e le televisioni di strada
“Non so sciare, non so giocare a tennis, nuoto così così, ma ho il “senso della frase”. Il senso della frase è Privilegio poiché, se lo possiedi, permette a una tua bugia di essere, se non creduta, almeno apprezzata. Nel caso poi, una volta tanto, tu ti decida a dire la verità, quella vera, quella che puzza perché non si lava con gli eufemismi, quella brutta perché non si ritocca né si abbellisce con la chirurgia estetica del ricordo, nel caso tu dica la verità, la verità pelosa, la verità arrapata, se possiedi il senso della frase la verità avrà l’aspetto un po’ puttanesco eppure di classe della menzogna.” Andrea G. Pinketts [1]
“We are tired of being always secondary, Lev Manovich [2]
In risposta ad un mondo delle comunicazioni dove l’audience si trova in una posizione passiva, di ricezione verso contenuti che vorrebbe mettere in discussione, dove tra la gente aleggia sempre di più la necessità di contare qualcosa e di vivere in un mondo vero, trova luogo una forma nuova di relazione con sé e con gli altri. Oberati da milioni di informazioni e di stimoli che spesso non arrivano a colpire i desideri delle persone, nasce la voglia di diventare soggetti attivi, di partecipare alla comunicazione del mondo, di quello che si vede e che si sente non mediato da interessi economici ma, in qualche modo, sociali e culturali. Da questo terreno e su questo terreno nasce il mediattivismo, una forma di militanza mediatica che ha come scopo la ricombinazione dei mezzi di espressione, la scelta di una posizione conflittuale con tutto ciò che è riconducibile “all’incremento del mercato e della massimizzazione del profitto” [3]. E tutto questo attuato una via di comunicazione orizzontale, diametralmente diversa da quella verticale dell’attuale sistema delle comunicazioni, con tutti i media disponibili: dalle televisioni di strada che si stanno realizzando in tutta Europa (il punto di partenza fu Amsterdam), fino ad arrivare alla controcomunicazione di Indymedia, all’esperienza delle prime radio pirata capaci di “aprire” il mondo vecchio e autoreferenziale che la radio aveva, qui in Italia, fino agli anni settanta. L’intenzione è quella di non essere secondari ma di avere un ruolo, perfino all’interno di un settore sempre importante - ma mai come oggi nelle società moderne, che è quello dell’informazione. Un ruolo di primo piano sia per una sfiducia in quei media che propongono modelli di vita tutti “lustrini e pajettes” [4], quando la quotidianità è completamente diversa, sia per un forte desiderio di diventare soggetti comunicativi, nel dare un contributo di verità ad un mondo che si dimostra sempre più falso. Questo l’obiettivo del media attivismo: far capire che non è possibile “istituzionalmente” determinare la realtà, in luogo di una mancanza naturale di conoscenza, e il perseguimento altrettanto necessario delle globalità attraverso una Gestalt mediatica che parte da tutti e a tutti può arrivare, fermo restando che l’azione è attività oggi, in un mondo che si appresta a diventare meticcio con la forza, molto più importante dell’immobilità culturale che omologando toglie voce ai pensieri e alle idee. Il “lavoro” delle televisioni di strada consiste in questo: nel delocalizzare in qualche modo non solo i modi di produzione, ma soprattutto i contenuti.
Note 1) Andrea G. Pinketts, Il senso della frase, Milano, Universale Economica Feltrinelli, 2002. [back] 2) Lev Manovich, “Generation Flash”, http://www.manovich.net [back] 3) Matteo Pasquinelli (a cura di), Media Activism, Roma, DeriveApprodi, 2002. [back] 4) Tratto da http://www.orfeotv.it [back]
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