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Orfeo Tv: un esempio bolognese
“we still need our own ‘mirror standing in the Lev Manovich [5]
OrfeoTv è un esempio di mediattivismo italiano, nello specifico è la prima televisione di strada sorta in Emilia Romagna, nella città di Bologna. OrfeoTv ha iniziato a trasmettere venerdì 21 Giugno 2002, anche se in realtà la sua nascita andrebbe registrata precedentemente, dai progetti di un gruppo di persone che insoddisfatte dalla situazione televisiva italiana hanno deciso di dare voce ad un diverso tipo di esperienza mediatica, o meglio, ad un utilizzo radicalmente diverso del medium televisivo rispetto a quello che ritenevano essere il suo standard. Il punto d’inizio di quest’esperienza, va trovato in almeno quattro ragioni principali: - nella volontà di antagonismo rispetto ad una televisione di “nani e ballerine” [6] che nulla è in grado di fare, se non degradare la dignità dell’audiance; - nel desiderio di protesta rispetto ad un regime, quello del piano nazionale delle frequenze di trasmissione via etere italiana, considerato monopolistico e asservito al regime di stato; - nell’incostituzionalità delle leggi che regolano la trasmissione via etere; - nel fatto che la televisione è più bello “farla che vederla” [7]. Orfeo TV nasce sull’esempio delle prime televisioni di strada, dall’impegno di persone con diverse competenze che si riuniscono per dare vita ad un progetto di partecipazione mediatica che nella realtà più immediata delle cose può servire solo da esempio “operativo”, da modus operandi, ma che nel migliore dei casi può suggerire un punto di vista alternativo sulla realtà, una forma mentis di cui essere forti nel momento in cui si accende il televisore.
Modus Operandi: ovvero, come si realizza Rendere operativa una televisione di strada non è un’operazione complicata; le conoscenze necessarie a livello tecnico sono basilari e la tecnologia grazie alla quale è possibile trasmettere è alla portata di molti gruppi di persone che intendano mettere in piedi la propria telestreet. Grazie alla tecnologia digitale, infatti, con una spesa di poco più di mille euro è possibile oggi installare il trasmettitore del segnale, l’antenna di trasmissione, creare un piccolo studio di regia con un paio di videoregistratori, un computer, un paio di monitor ed un piccolo mixer, ricreare uno studio televisivo da cui trasmettere e far partire il segnale verso le vicine antenne cui verrà demandato il compito di “catturare” lo spettatore attraverso il cono d’ombra generato dal segnale delle grandi emittenti. Oltre a questo, sono necessarie delle telecamere per ralizzare i servizi. Se a livello tecnologico le operazioni sono relativamente semplici, i primi problemi si possono verificare al momento della creazione di un palinsesto valido. Le televisioni di strada non hanno come obiettivo quello di aggiudicarsi share o di vendere spazi pubblicitari, quanto quello di riprendere la vita di quartiere e di rendere partecipi gli abitanti di questa situazione creativa; l’obiettivo non è nemmeno quello di trasmettere ventiquattr’ore su ventiquattro, né per più di poche ore quotidiane. Attraverso le telestreet, si vuole raggiungere una sorta di partecipazione popolare al processo creativo televisivo, in contrasto con la posizione cui il medium televisivo delega attualmente l’audience: quella di un soggetto ricettivo del messaggio ma assolutamente passivo di fronte ad esso, nel senso che la comunicazione non esiste sia in andata che in ritorno, ma è a senso unico da chi emette il messaggio a chi lo riceve.
Forma Mentis: ovvero, cosa può voler dire Le televisioni di strada sono l’esempio di come, mettendosi in gioco, è possibile reagire in maniera propositiva nei confronti di qualcosa con cui non si concorda. L’opinione di chi scrive è che le televisioni strada non siano uno strumento valido e veramente efficace per cercare di modificare in qualche modo il panorama televisivo italiano. La loro importanza si trova da un’altra parte: nel loro essere la scintilla capace di mettere in movimento una forma di contestazione attiva della realtà proposta dai media e diversa da quella in cui sono immerse; nella costruzione di un modo di pensare e quindi di “fare” una comunicazione diversa. Non è questo un superficiale tentativo di avere visibilità, non è desiderio di competere coi grandi sul terreno da loro tracciato, con le loro regole e i loro dogmi. E’ desiderio di imporre un nuovo modo di pensare, una nuova forma mentis che smuova le coscienze delle persone e che faccia loro prendere posizione nei confronti della vita, della politica, del mondo, cercando di affrontare con coscienza critica il principio per molti versi necessario ma piuttosto passivante dell’ipse dixit.
Note 5) Lev Manovich, “Generation Flash”, http://www.manovich.net [back] 6) Tratto da http://www.orfeotv.it [back] 7) ibid. [back]
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