| L’immaginario
tecnologico nei progetti megastrutturali di Archigram |
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L’immaginario tecnologico nei progetti megastrutturali
di Archigram
Il gruppo Archigram nacque in Gran Bretagna attorno
al 1960 dall’incontro dei componenti di due studi di architettura:
Peter Cook, Dennis Crompton, Warren Chalk da una parte e David Greene,
Ron Herron e Michael Weeb dall’altra. Il gruppo pubblicò l’omonima
rivista dal 1961 al 1970. Il nome “Archigram” doveva evocare «un
messaggio o una comunicazione astratta: telegramma, aerogramma, ecc. » [7].
La rivista costituì lo strumento di un’identità di
gruppo, ossia lo strumento attraverso il quale esprimersi a una sola
voce, mentre raramente i suoi membri si trovarono a lavorare insieme
ad uno stesso progetto (la mostra Living City, del 1963, fu la prima
e unica volta).
Le proposte di Archigram costituirono una particolare sintesi tra la
cultura pop inglese e la fiducia nelle nuove tecnologie al servizio della
società. Ciò che contraddistinse Archigram da altri megastrutturalisti
fu la piena assunzione della cultura popolare della società di
massa e dei nuovi bisogni legati alla standardizzazione, alla produzione
seriale, all’impiego di nuovi materiali e nuove tecnologie come
quella elettronica e spaziale. Questa totale dedizione al presente e
alla ricerca di immagini che fossero appropriate alle nuove necessità della
società tecnologica, ebbe delle conseguenze determinanti, nel
corso degli anni sessanta, per quanto riguarda l’idea stessa di
megastruttura.
Se inizialmente e fino alla metà degli anni Sessanta, Archigram
si dedicò a progetti megastrutturali, tra cui i più importanti
Plug-in City di Peter Cook e Walking City di Herron,
entrambi del 1964, successivamente l’attenzione venne concentrata
nella progettazione di “habitat portabili”, che dovevano “liberare” l’uomo
dell’architettura stessa.

Peter Cook, Plug-in City, 1964 [Immagine
tratta da http://www.archigram.net/index.html]
Avvenne sostanzialmente che il mondo esterno, con il quale Archigram
stabilì una vera e propria interdipendenza, si restrinse, per
necessità attorno a strutture e abitacoli trasportabili. Il movimento,
da sempre presente nei progetti megastrutturali, venne inteso come nomadismo
e l’architettura si convertì necessariamente in kit, pezzo
trasportabile e sostituibile. Dalla città come megastruttura alla
casa-abito, permase l’idea della capsula spaziale e dell’unità modulare
aggregativa, ma l’habitat si restrinse attorno all’uomo per
accrescere la mobilità personale, le libertà di scelta
del consumatore e la qualità della vita.
Note
7) Catalogo della mostra, Archigram,
Paris: Centre Pompidou, 1994, p. 13, traduzione mia. [back]
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