| Le architetture megastrutturali degli anni
Sessanta |
|
|
Le architetture megastrutturali degli anni Sessanta
Tra gli anni Cinquanta e Sessanta si sviluppa, su scala
internazionale la poetica megastrutturalista. In realtà non è possibile
parlare dell’idea megastrutturale come di un’unica poetica
organicamente strutturata, ed è quindi preferibile parlare di
movimento nel quale confluirono le istanze più diverse [1].
Reyner Banham [2], critico inglese sostenitore delle idee megastrutturali,
individua i centri propulsori di tali ricerche nell’architettura
giapponese ( in particolare nel gruppo Metabolism), nella scuola
francese (Urbanisme spatial e l’architecture mobile di
Yona Friedman), nella situazione italiana (Tafuri e la discussione sulla “città-territorio”),
nel gruppo inglese Archigram e in sviluppi canadesi e americani.
Banham individua anche un “mega-anno”, il 1964, in cui tra
l’altro, il termine “megastruttura” viene impiegato
per la prima volta in una pubblicazione dall’architetto metabolista
Fumihiko Maki nel suo libro Investigations in Collective Form.
Già durante gli anni Sessanta sembrava difficile ricondurre il
termine “megastruttura” ad un' unica definizione. Alla fine
degli anni Settanta, inoltre, mancava ancora sostanzialmente «un
piano di sistematizzazione storica» che ricostruisse la caoticità dei
molteplici sviluppi del fenomeno megastrutturale attorno a un proprio
nucleo ideologico [3].
Tuttavia è possibile delineare forme e concezioni che definiscono
la megastruttura, pur tenendo presente che l’intera gamma è riscontrabile
prendendo in esame l’intera attività megastrutturale.
Cominciando dalla riflessione di Maki, nel suo libro, egli definisce
la “mega-struttura”:
«una vasta intelaiatura dove sono ospitate tutte le funzioni della città o
di parte di essa. L’ ha resa possibile la tecnologia contemporanea.
In un certo senso si tratta di un elemento artificiale del paesaggio.
E’ come la grande collina sulla quale venivano edificate le città italiane…» [4]
Più avanti, in riferimento alle proposte di Tange per gli sviluppi
della megaforma egli afferma:
«il professor Tange presenta una proposta di forma a scala di umanità di
massa, che comprende una megaforma e unità funzionali discrete,
atte a mutare rapidamente, che si inseriscono nell’intelaiatura
più ampia.
…
L’ideale è un tipo di forma fondamentale che possa spostarsi
in sempre nuovi stati di equilibrio, pur mantenendo a lungo andare una
coerenza visiva e un senso di ordine ininterrotto.
Ciò suggerisce che una megastruttura composta di diversi sistemi
dipendenti che possano espandersi o contrarsi col minimo disturbo per
gli altri, sarebbe
preferibile a quella di un rigido sistema gerarchico…» [5]
Il concetto che viene espresso da Maki è quello, dunque, di una mega-forma
che costituisca una “intelaiatura” flessibile in cui trovano posto
diverse unità funzionali. Tale forma risponde alle necessità di
una “umanità di massa” e di una realtà urbana in continua
trasformazione, “dis-regolata” dal crescente sviluppo dei mezzi di
comunicazione.
Questa l’intelaiatura, o sorta di maglia strutturale contenitrice, è espressione
della volontà di dare ordine, di racchiudere e armonizzare il magma urbano
contemporaneo, compiendo un gesto regolatore onnicomprensivo. Allo stesso tempo
la megastruttura prevede appunto flessibilità e necessità di cambiamento
al suo interno: ordine e libertà, omogeneità e differenziazione,
progettazione e spontaneismo.
La megastruttura regola la vita collettiva e la crescita della città in
una realtà di massa, risponde all’esigenza di costruire per alti
numeri, in contesti urbani ad alta densità.
È
quindi in parte una soluzione alla crisi della città dovuta al boom economico
e demografico di quegli anni, ma è anche lo sviluppo e l’evoluzione
dell’ideale di architettura totale del movimento moderno. La megastruttura
infatti, prende forma da una concezione totalizzante della progettazione architettonica
e urbanistica, e rappresenta infine un estremo tentativo di racchiudere in una
forma architettonica la complessità della città, i suoi continui
e profondi cambiamenti.
Ciò che differenzia l’idea megastrutturale dalle precedenti soluzioni
urbanistiche, è il fatto di concepire la città come uno spazio
tridimensionale, in cui agire in tutte le direzioni.
A livello formale e strutturale, ciò si concretizza nell’uso della
modularità, cioè nella progettazione di sistemi modulari tridimensionali
che si sviluppano nello spazio e ne costituiscono appunto una geometria ordinatrice.
Inoltre tali sistemi modulari hanno un’estendibilità e una capacità di
crescita potenzialmente illimitata, grazie al principio aggregativo, e sono dunque
adatti a essere ampliati a seconda delle necessità di crescita della città.
Se Maki non parla di “modularità” , di “aggancio” o “incastro”,
tutto ciò viene espresso, qualche anno più tardi, da Ralph
Wicoxon nella sua Megastructure Bibliography. Wilcoxon definisce la megastruttura
fissando
quattro punti fondamentali: essa è una struttura composta da unità modulari,
capace di ampliabilità illimitata, contenente sotto-unità strutturali
prefabbricate che possono essere agganciate o incastrate, essa infine deve
avere vita assai più lunga rispetto alle unità minori. [6]
Questa definizione, come quella di Maki, contiene un aspetto importante
del pensiero megastrutturale che è quello del contributo imprescindibile della tecnologia.
Parametro fondamentale della megastruttura è l’impiego radicale
delle nuove risorse tecnologiche: sia di quelle propriamente costruttive ( come
gli sviluppi tecnici dell’uso del cemento armato, la prefabbricazione,
ecc.), sia delle tecnologie delle comunicazioni (elettronica, cibernetica, informatica
ecc.) sia di quelle spaziali.
La tendenza all’esaltazione delle macchine e delle nuove tecnologie, che
mette in relazione il movimento megastrutturale all’avanguardia futurista, è decisamente
immersa nel presente più che nel futuro.
Le possibilità di calcolo, progettazione e produzione delle strutture
architettoniche sono cambiate rispetto ai decenni precedenti e nuovi strumenti
tecnologici permettono di progredire nella sperimentazione di strutture costruttive,
avvicinandosi ai metodi delle industrie navali, aeronautiche, automobilistiche
e spaziali. I megastrutturalisti, e in modo particolare Archigram, ricercano
l’uso dei nuovi materiali e delle nuove tecnologie per creare nuovi habitat
collettivi alternativi, artificiali e antropocentrici.
Per alcuni, la tecnologia è impiegata per la progettazione di nuovi habitat
collettivi ad alta densità, in cui ricreare le stesse qualità di
vita che si trovavano in contesti urbani a bassa densità.
I modelli aggregativi della città collinare italiana o del villaggio mediterraneo
(l’archetipo della casba) vengono associati alle nuove possibilità tecnologiche,
fornendo quindi una soluzione al problema della qualità dei rapporti collettivi
in un contesto di massa. Lo stesso Maki, nella sua definizione di megastruttura,
fa riferimento alla città collinare italiana, ma ne è un esempio
anche l’Habitat 67 di Moshe Safdie per l’Esposizione universale di
Montreal del 1967.
La qualità della relazione tra il singolo e la collettività contenuta
in tali archetipi viene trasportata nel nuovo habitat ad alta densità,
grazie alle possibilità fornite dalla tecnologia. All’interno della
megastruttura, la quale costituisce la sovrastruttura collettiva (una sorta di
langue architettonica), il singolo ha un certo margine d’uso, una certa
libertà di movimento con cui affermare la propria individualità.
Al contrario, per Archigram non si tratta di recuperare un vernacolo,
ma di integrare totalmente l’architettura alle leggi della produzione di massa. L’architettura
si può produrre come qualsiasi altro oggetto in serie e può raggiungere
la perfezione di incastro di qualsiasi altro pezzo industriale; l’architettura è al
servizio del consumatore. Archigram è insomma alla ricerca di un nuovo
vernacolo, al passo coi tempi e le rivoluzioni tecnologiche.
Note
1) Crispolti, Enrico (a cura di), Immaginazione
megastrutturale dal Futurismo a oggi, Venezia: La Biennale di
Venezia, 1979. [back]
2) Banham, Reyner, Megastructure. Urban futures
of the recent past, London: Thames
and Hudson Ltd, 1976. (trad. It. Le tentazioni dell’architettura. Megastrutture,
Bari: Laterza, 1980). [back]
3) Crispolti, Enrico, op. cit.
[back]
4) Maki, Fumihico, "Investigation in Collective Form",
in Banham, op. cit. [back]
5) ibidem. [back]
6) Banham, Reyner, op. cit.
[back]
|