| Dalla megastruttura Plug-in City alla casa-abito
Suitaloon |
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Dalla megastruttura Plug-in City alla casa-abito Suitaloon
Il progetto per la Plug-in City viene pubblicato
nel 1964 in "Archigram 5". La paternità del progetto è di
Peter Cook. Egli propone una visione della città globale contenuta
in una forma megastrutturale in cui diverse funzioni vengono messe in
relazione
attraverso sistemi di comunicazione e circolazione. La megastruttura è costituita
da una griglia strutturale di pianta quadrata, orientata a 45 gradi rispetto
a un binario di circolazione. All’interno di questa rete, che offre
le vie d’accesso e i servizi essenziali, vengono inserite delle
unità che soddisfano tutti i bisogni e che sono previste per durare
un tempo limitato. Queste unità vengono servite e manovrate per
mezzo di gru poste su dei binari situati in cima al telaio strutturale.
La durata della megastruttura principale è prevista di quarant’anni,
mentre ad esempio quella di una cucina o di un bagno è di soli
tre anni.
Descrivendo il progetto Cook afferma :«…ciò che conta
innanzitutto è la diversificazione intenzionale del disegno degli
edifici principali: qualsiasi cosa questa città debba diventare,
non doveva certo apparire come una morta dimostrazione matematica.» [8]
Computor City di Dennis Crompton è un progetto portato
avanti contemporaneamente alla Plug-in City. Più radicalmente
che in quest’ultima, il computer viene messo al servizio della
città.
Crompton descrive così il proprio progetto: « le attività di
una società organizzata prendono posto in una rete equilibrata
di forze che interagiscono naturalmente al fine di creare una catena
continua di cambiamenti. La metropoli si situa al punto in cui l’energia
prodotta è la più forte, là dove il campo di forze è il
più complesso. In Computor City, questo campo energetico
si unisce a una sensibilità molto più grande ed è programmato
per rispondere alle trasformazioni d’attività. I dati che
riguardano i cambiamenti che si producono nel tempo sono trattati dal
computer in modo che la risposta a una causa naturale sia ottimale.» [9]
Living-pod è un progetto di David Green pubblicato in
"Archigram 7" nel 1966. L’idea è quella di una
capsula-abitazione prefabbricata e trasportabile con all’interno
tutto il necessario. Un abitacolo mobile che può essere agganciato
a una struttura urbana come Plug-in o installato in uno spazio aperto:
una casa-apparecchio
da portarsi dietro
in una città-macchina alla quale allacciarsi.
In questo progetto, come in Plug-in City, la città viene dunque
concepita come un insieme di funzioni non più soddisfatte da una
forma, ma da un insieme di servizi meccanici ed elettronici, che permettono
all’uomo di spostarsi e alimentarsi con la propria casa-kit.

David Green, Living-pod, 1966 [Immagine
tratta da http://www.archigram.net/index.html]
Cushicle di Michael Webb, è anch’esso del 1966
ed è «un ‘invenzione
che permette a un uomo di trasportare un ambiente completo sulla propria
schiena. Si gonfia quando ce n’è bisogno. È una unità nomade
completa e interamente equipaggiata…» [10]. Cushicle è composto
da una armatura (un sistema vertebrale che ne costituisce il telaio
e serve da supporto ai diversi accessori e apparecchi) e da un involucro
gonfiabile al quale si aggiungono membrane supplementari che servono
da schermi di visione. Cushicle trasporta del cibo, dell’acqua,
una radio, una televisione in miniatura e un apparecchio per il riscaldamento; «con
l’installazione di nodi di servizio e apparecchi supplementari,
l’unità Cushicle autonoma potrà essere sviluppata
in modo da divenire parte integrante di un sistema urbano più esteso
di involucri personalizzati.» [11]


Michael Webb, Cushicle,
1966 [Immagini tratte da http://www.archigram.net/index.html]
Suitaloon, sempre di Webb, del 1968, costituisce un’ evoluzione
di Cushicle. Dopo la casa-kit del Living-pod ecco le
case-abito Cushicle e Suitaloon. Se per il Living-pod il
prototipo era quello della carovana, ora il prototipo è quello
dello scafandro del cosmonauta. Suitaloon è un
vestito che fornisce tutti i servizi necessari «essendo a/ la
sorgente del movimento, b/ un involucro più grande di quello di
un abito, c/ la sorgente di energia. Ogni costume è equipaggiato
di una presa… potete allacciarvi a un vostro amico/a e sarete entrambi
in un solo involucro, o meglio vi potete allacciare a qualsiasi involucro
quando uscite dal vostro abito che lascerete attaccato all’esterno,
vicino: quando partite, non dovete far altro che installarvici…». [12]


Michael Webb, Suitaloon, 1968 [Immagini
tratte da http://www.archigram.net/index.html]
In conclusione, attraverso questi progetti esemplari, vediamo che le
unità modulari che costituiscono in generale le megastrutture,
si trasformano in questo caso in unità mobili complete modellate
attorno al corpo umano e alle sue necessità fisiche e motorie.
Se in una certa concezione megastrutturale tali unità restavano
entro i “limiti” dell’architettura, (erano cioè unità modulari
costruttive e permanenti), nella concezione di Archigram la fusione tra
il corpo umano e l’habitat artificiale è totale. La distanza
che separa il corpo fisico dallo spazio architettonico circostante è sparito.
Si tratta di superare la caratteristica di permanenza e immobilità dell’architettura
per adattare il mondo alle nuove esigenze del “corpo tecnologico”,
arrivando ad abolire l’architettura stessa: si tratta appunto,
di «anti-architettura» [13].
Note
8) ibidem, p. 87,
traduzione mia. [back]
9) Ibidem, p. 94, traduzione
mia. [back]
10) Ibidem, p. 116, traduzione
mia. [back]
11) ibidem. [back]
12) ibidem. [back]
13) Curtis, William J. R., L’architettura
moderna del Novecento, Milano, Mondadori, 2002, terza edizione.
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