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| NOEMA Home SPECIALS Il cinema totale e la realtà virtuale |
Tecnologie e Società
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Il senso della nascita del cinema
Evidentemente i due francesi intendono per cinema qualcosa di differente rispetto al significato che la parola ha tradizionalmente assunto. Sembrano infatti mettere in discussione la forma egemonica del lungometraggio narrativo di finzione, che prese il sopravvento con la nascita della Hollywood commerciale snaturando, sembrano dire, entro certi limiti, il senso stesso della nascita del cinema. Effettivamente i primi esperimenti cinematografici e anche precinematografici sembrano volti, più che a produrre storie di finzione, alla creazione di dispositivi che permettano agli spettatori di vivere un’esperienza realistica. Dando uno sguardo indietro nel tempo è infatti sorprendente osservare il numero di invenzioni volte a conferire alle immagini in movimento il massimo realismo. Nel 1861 il cinematoscopio stereoscopico produceva fotografie animate in rilievo, nel 1892-4 fotorama e ciclorama rappresentavano “i fenomeni del movimento e della vita” [3] su uno schermo circolare a 360°. Baron inventò nel 1896 (l’anno successivo alla nascita ufficiale del cinema) il cinematorama, in cui lo spettatore era ancora avvolto da immagini circolari animate, ma addirittura a colori e parlanti. In occasione dell’Esposizione Universale del 1900, ai piedi della Tour Eiffel fu installata una rotonda (il cineorama) di cento metri di circonferenza con dieci apparecchi di proiezione e una navicella al centro: “partiti da Parigi in pallone si atterrava successivamente a Londra, Bruxelles, Barcellona, Tunisi” [4] (la simulazione di volo nasce quindi prima dell’invenzione dell’aeroplano). Ancora: Edison, all’inizio delle sue ricerche pre-cinematografiche, non riteneva che si potesse dissociare l’immagine animata dal suono; i fratelli Lumière stessi sperimentarono film a colori e perfino in tre dimensioni. Per Alberto Abruzzese, quindi, il saggio di Barjavel, con il suo tono “entusiasta, primitivo, infantile” [5], sarebbe “legato alla nascita del cinema, invece che alla sua senescenza” [6], così come sembra esserlo il concetto stesso di cinema totale. Per E. Morin il cinema totale è “il mito ultimo del cinematografo che è al tempo stesso il suo mito primo” [7]. Egli afferma che “il cinema totale (…) catapulta nell’avvenire insondabile ciò che è contenuto in germe nel nocciolo stesso dell’immagine, rivelandone le latenti possiblità” [8]. Per Morin è qualità intrinseca di tutto il cinema quella di provocare una “maggiorazione affettivo-magica” [9] derivante da quello che lui chiama “doppio cinematografico”, che non è altro che l’immagine stessa e le potenzialità che essa racchiude di coinvolgere l’immaginario dello spettatore. Il cinema totale, in quanto doppio compiuto e verosimile, sublima questa qualità: “è nel suo arcaismo allo stato puro, nella sua presenza allucinante in seno al mondo reale che il cinema totale raddoppia infine il nostro universo” [10]. Il cinema totale non è quindi un cinema “anormale”, come lo definisce Abruzzese, ma forse piuttosto la forma di cinema più squisitamente cinematografica.
Note 1) BARJAVEL, 2001, p. 35. [back] 2) BAZIN, 1999, p. 15. [back] 3) SADOUL, 1964, p. 195. [back] 4) SADOUL, 1964, p. 195. [back] 5) ABRUZZESE in BARJAVEL, 2001, p. 24. [back] 6) ABRUZZESE in BARJAVEL, 2001, p. 12. [back] 7) MORIN, 1962, p. 57. [back] 8) MORIN, 1962, p. 57. [back] 9) MORIN, 1962, p. 56. [back] 10) MORIN, 1962, p. 58. [back]
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