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Il contesto
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C’è molto di nuovo
nell’etere bolognese
del Navile. In quello che è il più grande quartiere
popolare di Bologna, con i suoi circa 70.000 abitanti [1] si è da
qualche tempo affacciata “Teleimmagini”: un progetto “glocal” che
scardina concettualmente il panorama televisivo italiano monopolizzato
tirannicamente, come in buona parte del pianeta all’inizio
del 2005, da mastodontiche forze economiche più che politiche.
Una televisione di massa quasi totalmente commerciale (fatte salvo
alcune nicchie per nottambuli reclamizzate spesso troppo ambiziosamente “culturali”)
ancora affidata fisicamente al segnale analogico ma con un piede
già gettato verso il passaggio al digitale. Un mezzo di comunicazione,
quello televisivo, incredibile per possibilità e riduzione
delle distanze che viene utilizzato per le masse in uno dei peggiori
modi possibili e i cui effetti collaterali a breve e lunga distanza
sulla società sono in parte noti e in parte ancora in fase
di studio. Il sistema di sicurezza dell’imperialismo si fonda
sulla natura stessa della cultura, se ci decidiamo a considerarla
non come un aggregato di ideali, una dimensione dello spirito, lo
spazio della libertà di pensiero, una struttura disponibile,
ma come un macchinario organizzato in funzioni, come apparecchiatura
programmata del comportamento, come controllo dei “sentimenti” [2].
Si contappongono alla TV di massa, con metodologie decisamente antitetiche,
le antenne abusive delle telestreets, le TV di quartiere che in tutta
Italia spuntano e trasmettono dai tetti di realtà molto diverse:
dalle amministrazioni comunali ai centri sociali, dai centri socio
educativi per disabili alle fabbriche occupate dagli operai in sciopero. |
Nell’estate del 2001 alcune realtà dell’autonomia
bolognese si erano ritrovate sfrattate dalle loro sedi – quasi
tutte occupazioni o autogestioni - con molta facilità da parte
delle autorità cittadine
le quali, complice la scarsa resistenza dei pochi rimasti in città,
forse pensavano di aver colmato i loro vuoti burocratici nei confronti
di spazi sociali di fatto illegali.
Il frettoloso colpo di spugna invece, è stato per entrambe le
parti propellente di un’estenuante trattativa conclusasi, sei mesi
dopo, con una interpellanza dell’assessore Valerio Monteventi che
proponeva di assegnare ai vari collettivi e singole individualità l’usufrutto
di una parte dell’area dell’ex-mercato ortofrutticolo di
via Fioravanti. In breve quello che fu per più di cinquant’anni
un gigantesco cuore pulsante al centro del Navile - il mercato ortofrutticolo
costruito in epoca e stile fascisti – e che giaceva in stato di
disuso da più di dieci anni divenne il laboratorio di molteplicità non
solo giovanili. Tra le realtà che popolano e ricolorano lo stabile,
una costruzione generosa di spazio coperto sia all’aperto che al
chiuso, ma senza riscaldamento, anche alcuni studenti del Dams che avevano
portato avanti un’occupazione all’interno dell’univesità.
Il Laboratorio delle attrazioni – come venne ribattezzata l’aula
7/3 B.
Si trattava di uno spazio di cui buona parte degli studenti sentiva da
tempo la necessità: un laboratorio autogestito nato spontaneamente
alla fine di un’assemblea studentesca molto partecipata il 26 aprile
del 2001. Era una cellula creativa dove circolavano buoni film e per
sua natura era essa stessa un corso di formazione all’editing video
digitale, al mediattivismo e all’interscambio alla pari di conoscenze,
informazioni, nuove idee. Molti tra coloro, studenti e non, che frequentavano
l’ex aula 7/3 B conoscevano e usavano la rete sapendone sfruttare
le caratteristiche anarchiche; quasi tutti animavano l’allora neonato
nodo bolognese di Indymedia. Il network giornalistico indipendente, che
unisce nel villaggio globale [3] le realtà antagoniste
di buona parte del pianeta ed è in continua espansione, aveva
trovato appoggio fisico a Bologna in occasione del vertice dell’Ocse
di Napoli e delle relative manifestazioni di protesta [4].
Il 2001 aveva appena consegnato alla storia eventi la cui natura e conseguenze
erano destinate a perpetrare a lungo la barbarie del lato dis-umano della
civiltà, giunta all’era digitale ma ancora strettamente
vincolata su quasi tutti i fronti all’uso della violenza, a volte
la più tragica. Dapprima in luglio, a Genova, epocale faccia a
faccia tra “chi esercita il potere” – i G8 che tengono
le redini del (nuovo) colonialismo economico-culturale oggi chiamato
globalizzazione – e trecentomila manifestanti certi di rappresentare
coloro che di quel processo ne risultano vittime (voi G8, noi 6.000.000.000 recitava
uno tra gli striscioni più grandi [5]). Erano i giorni di
Carlo Giuliani ucciso da un colpo di pistola, del Black Block, delle
torture alla scuola elementare-carcere di Bolzaneto, dell’inviolabile
Zona Rossa, della devestazione di mediattivisti e relativi supporti informatici
al media-center della scuola Diaz. Eventi destinati a segnare profondamente
chi li aveva vissuti, soprattutto, in prima persona: e cioè coloro
che componevano quella variegata realtà antagonista che affondava
le radici più giovani in un panorama internazionale di contestazioni
animate da nuovo vigore, mentre storicamente si rifaceva agli ideali
del Sessantotto e ancora prima alla Resistenza; contrappeso necessario
in un dualismo cui Marx poneva come soluzione finale la rivoluzione armata
di classe ma i sociologi più moderni non possono non considerare
fattore determinante e inscindibile dall’immenso organismo, vivente
ed in continua tensione e mutazione che è la società moderna.
Il luglio genovese è stato inoltre l’evento più filmato
della storia, con migliaia di occhi elettronici puntati sulle violenze
della polizia, ma anche su quelle pur condannabili ma discutibilmente
equiparabili alle prime dei manifestanti più radicalmente schierati.
È
una carta, quella del mediattivismo, che per la prima volta viene utilizzata
dal movimento politico di area sinistrorsa – a cui non hanno
mancato per l’occasione di affiancarsi boy scouts, associazionismo
cattolico e movimenti interetnici – in maniera massiccia e
col preciso intento di informare dal basso; era l’inizio
di un processo che ha portato ogni singolo individuo dotato di un accesso [6]
alla rete massmediatica, e prima di tutto informatica, ad essere
in grado
di diffondere praticamente
in tempo reale immagini audio e video di ciò che lo circonda.
Un salto di qualità recente nel panorama delle comunicazioni
di massa, il quale rispetto al singolo caso ha consentito di chiarire
presto
e puntigliosamente le dinamiche di un evento politico, prima di tutto,
al quale molti avrebbero dato volentieri un diverso significato, di
certo molto distante dal vero (casi di manipolazione dell’informazione
sono la prassi nelle dinamiche dei sistemi broadcast, strutturati verticalmente
e costituiti da un’unica emittente dal segnale perennemente condizionato
da esigenze economico-politiche). Alla base, ore e ore di girato da
parte di improvvisati “uomini – e donne – con la
macchina da presa”, dei moderni Vertov la cui summa dei materiali
prodotti ha consentito di produrre documentari come Genova per
noi,
edito dalle
più diffuse testate giornalistiche di sinistra, e anche Carlo
Giuliani, ragazzo in cui in un processo di “martirizzazione” del
manifestante ucciso - che pare eccessiva sotto molti punti di vista
- si riesce tuttavia a cogliere la dinamica di un avvenimento registrato
in presa diretta e senza teleobiettivo. Anche le prove dei processi,
attualmente in corso e oggetto di battaglie politiche, alle vittime
e
ai carnefici del G8 sono strutturati per la maggor parte su documenti
video.
Il peggio aveva da venire l’11 settembre, primo tragico evento
mediatico visto in diretta televisiva da milioni di persone in tutto
il mondo e affiancabile per drammaticità e conseguenze all’Olocausto
o all’atomica di Hiroshima sia per l’effetto immediato
che per le conseguenze che il gigante statunitense, per la prima volta
attaccato
entro il suo territorio, non tarda a far piovere. Prima sull’Afghanistan,
sorvolato e devastato dai bombardieri B-52; poi sull’Iraq, in
un conflitto continuo dove a pagare, come al solito, sono i più deboli
e le cui cause economico-politico-religiose «hanno sfumature
tanto discutibili da risultare quasi diaboliche» (come denuncia
Michael Moore nel documentario del 2004 Fahreneit 9/11).
Anche a Bologna c’era fermento: il Laboratorio delle attrazioni
del Dams di via Barberia era stato sgomberato e tutto il materiale
sequestrato dall’università a cauzione dei presunti “milioni
di danni” causati dagli occupanti. Anche lo spazio sociale di via
Ranzani era stato sgomberato dalla polizia municipale cui è bastato
lasciare 12 ore a chi doveva portar via le proprie cose, per cambiare
chiavi e lucchetti. Chiudeva così un altro luogo di aggregazione
libero e aperto a tutte le realtà umane isolate o ghettizzate
dal pensiero comune nonchè dai più diffusi e omologati
comportamenti sociali, sempre più manipolati da pratiche di modellamento
sociale [7] da parte dei mass-media non partecipativi. Poi c’erano
un collettivo di giocolieri e artisti di strada, una casa editrice
libertaria, “Derive
e Approdi”, la Libera Università Contropiani, molti musicisti,
hackers e personaggi più o meno bizzarri di una Bologna underground dove il ground risulta decisamente decentrato rispetto alla realtà contingente.
Tutte sfaccettature di un effervescente panorama socio-culturale che
trova nell’ex Mercato Ortofrutticolo XM24 di via Fioravanti 24
una casa. Nascono una palestra, una sala prove, un palco all’aperto
e uno al chiuso dove suonano band da ogni parte d’Europa (in
cotrapposizione all’Mtv day, evento mediatico dell’emittente
commerciale organizzato a Bologna nel 2002, nasce l’AntiMtv day,
meeting di giovani artisti e musicisti autoprodotti con un richiamo
di portata nazionale
e giunto nel 2004 alla terza edizione). Nasce la S.i.m. Scuola
Italiano Migranti, dove studenti universitari impartiscono gratuitamente
lezioni di grammatica italiana a migranti di ogni provenienza. A maggio
2002
nasce anche il cinema. La Talpa – visioni sotterranee inizia
a proiettare film assolutamente fuori dai circuiti commerciali di cinema
e televisione: pellicole di registi d’avanguardie russe, giapponesi
non meno che sudamericane o cubane ma anche documentari su tematiche
sociali, ambientali, antiproibizioniste. Il “patrono” dell’inaugurazione è il
regista romano Aberto Grifi, con i quali alcuni degli studenti avevano
realizzato un cortometraggio, komak, e stretto soprattutto
una buona amicizia [8]. D’estate La Talpa si trasferisce all’aperto,
sotto il porticato: cinema d’essai in pellicola otto millimetri
dà luogo
serate quasi autenticamente d’annata.
Nel centro sociale più caotico del panorama bolognese, convergono
realtà poliedriche organizzate in collettivi ed estremamente diverse,
dove non esistono organizzazioni di tipo gerarchico che distribuiscono
i compiti ma che negano l’idea di orizzontalità, come
accade ad esempio al T.p.o. di via Lenin, il Teatro polivalente occupato
che
pur essendo una vera fabbrica di eventi e manifestazioni di fatto funziona
con un sistema di opinion-leaders nato sul modello della disobbedienza
civile (teorizzata dal sociologo italiano Negri nel suo libro
Impero, Rizzoli 2004). In questo terreno di coltura libertario
e non privo di problemi e contraddizioni, ma culturalmente significativo
nasce Teleimmagini.
Note
1) Intervista diretta – fonte:
Giovanni G., operatore presso l’associazione Quartiere Navile,
via Saliceto 5 Bologna. [back]
2) Alberto Abruzzese, 1979, da "L’impero
del capitale e la merce culturale",
in L’intelligenza del mondo, Roma, Meltemi, 2001. [back]
3) Marshall McLuhan, primi anni Sessanta,
in Gli Strumenti del Comunicare, Milano, Garzanti, 2002. Locuzione
coniata dal tecnico canadese
per definire il risultato dell’avvento dei media elettrici. [back]
4) Interviste dirette – fonti: alcuni componenti
del collettivo di Teleimmagini. [back]
5) Popolare Network, 2001, da Genova
2001 cronache, Milano,
Edizioni RP, 2001. Il network capeggiato da Radio Popolare di Milano
ha pubblicato poco dopo gli
eventi di Genova un cofanetto contenente cinque CD con una selezione delle dirette
radiofoniche delle manifestazioni e un libretto fotografico. [back]
6) Rifkin, 1997, da L’era
dell’Accesso. La rivoluzione della new economy, Milano,
Mondadori, 2000. [back]
7) Albert Bandura, primi anni Sessanta,
in Social
Learing Theory, Englewood Cliffs, N. J., Prentice Hall, 1977. Anche
se non fu lui a chiamarla così,
lo psicologo la formulò insieme ai suoi colleghi all’interno di
una più vasta teoria dell’apprendimento sociale. [back]
8) Vedi nota 4. [back]
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