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Introduzione
Telepresenza, telematica e telerobotica
Eduardo Kac e la Telepresence Art
Le comunità virtuali in Internet
Luce e telepresenza
Telepresenza: comunicazione in tempo reale con un luogo fisicamente remoto
Conclusione
Bibliografia e webgrafia

 

Le comunità virtuali in Internet

 

 

 

 

1. Telegarden

Tra i primi progetti telerobotici su Internet troviamo Telegarden (1995-2004) [35] di Ken Goldberg [36] e Joseph Santarromana (con la collaborazione di un'équipe). Telegarden (Fig.26) fu sviluppato all’University of Southern California e andò online nel giugno 1995. Nel settembre 1996 fu spostato all’Ars Electronica Center a Linz in Austria dove rimase online fino all’agosto 2004. Attualmente è conservato all’Ars Electronica Museum (Figg.30 e 31). Questa installazione telerobotica, una potente metafora delle comunità virtuali, permetteva agli utenti del Web di vedere e interagire con un piccolo giardino remoto riempito di piante. I membri della comunità potevano piantare, innaffiare e controllare il progresso delle piantine appena nate dai semi attraverso i movimenti di un braccio robotico industriale controllato attraverso il sito web. Telegarden enfatizzò esplicitamente l’aspetto della comunità invitando la persone di tutto il mondo a coltivare collettivamente un piccolo ecosistema la cui sopravvivenza dipendeva quindi da un remoto lavoro in rete. Telegarden trascendeva la continuità spaziale e temporale che è caratteristica della vita nomadica (o dell’agricoltura in generale). La comunità in questo caso era una comunità “post-nomadica”, che viaggiava senza un percorso prestabilito e viveva colletivamente in un luogo non fisicamente presente nello stesso posto nello stesso momento [37]. “Telegarden crea un giardino fisico come un ambiente che rappresenta l’interazione sociale e la comunità nello spazio virtuale. Telegarden è una metafora della cura e del nutrimento di una delicata ecologia sociale della rete” (Randall Packer, San Jose Museum of Art, aprile 1998). “...Seminare un singolo seme, invisibile e intatto a migliaia di miglia di distanza può sembrare meccanico, ma produce un apprezzamento Zen per l’atto fondamentale della crescita” (Warren Schultz, Garden Design, dicembre/gennaio 1996).


Telegarden era un progetto comunitario dove gli utenti interagivano non solo con il giardino ma anche tra di loro. Il progetto fu infatti creato per forzare la possibilità dell’interazione sul web usando opzioni su misura per l’utente, aree per le chat, film sullo sviluppo del giardino, videocamere web, ecc. Il precursore di questa installazione, Mercury Project (1994-95), fu il primo che permise agli utenti del Web di manipolare un ambiente remoto: un robot industriale rendeva possibile lo scavo remoto di un sito archeologico ricoperto di sabbia attraverso un soffio d’aria che rivelava i manufatti sepolti. Dopo aver visto questo progetto Joseph Santarromana fu affascinato da questa possibilità di telepresenza e insieme a Ken Goldberg decise di aggiungere un elemento organico al Web, creando un luogo dove le persone potevano tornare per nutrire le loro piante in un luogo dove la navigazione è la norma. Gli obiettivi principali di questo progetto erano: integrare elementi organici, naturali con i robot, così che alcune parti erano stabili ed altre crescevano, cambiavano e morivano; creare un’opera d’arte che univa la bellezza naturale e la tecnologia e un esperimento nella comunità elettronica in cui i navigatori del Web potevano incontrarsi e interagire tra di loro e con un ambiente reale. Telegarden voleva essere un luogo dove le persone potevano esperire la presenza elettronica di altri mentre perseguivano un obiettivo comune, quello di prendersi cura delle piante, provando a ridurre così la sensazione di solitudine che si accompagna alla navigazione sul Web, e creando una comunità virtuale.


Gli utenti di Telegarden si presero cura collettivamente di un giardino usando un remoto robot industriale Adept, dotato di sensori interni e una videocamera, per compiere semplici richieste come annaffiare, piantare e guardare il giardino. Agli utenti veniva presentata una semplice interfaccia che mostrava il giardino da una veduta dall’alto, da una veduta globale e composita (Fig.27) e una veduta informativa utile alla navigazione nella forma di un robot schematico (una veduta dall’alto del giardino circolare con il braccio robotico nella sua corrente configurazione: Fig.28 a sinistra). Cliccando su una di queste immagini si comandava al robot di muoversi verso un luogo nuovo o uno relativo a dove si era. Il robot, dopo aver completato il movimento, inviava una nuova immagine fissa del giardino (Fig.28 a destra). In questo modo si poteva esplorare remotamente l’intero giardino usando dei semplici click del mouse. A causa della velocità e della molteplicità del robot più di un utente poteva essere all’interno del giardino nello stesso momento e agire. Di conseguenza il robot non poteva rimanere fermo in uno stesso punto per più di un secondo e se c’erano molte persone all’interno del sito che stavano usando il robot, diminuiva il tempo di reazione. Inoltre, usando uno speciale comando, si poteva vedere non solo chi si trovava all’interno del giardino ma anche dove (Fig.29). Si poteva comunicare con questi altri membri o entrare nella “piazza del villaggio”, una chat pubblica dove le persone all’interno del giardino potevano discutere. Per annaffiare il giardino gli utenti allineavano l’immagine video sopra la sezione di giardino da annaffiare e premevano il tasto “Water”, comandando al robot di rilasciare un piccolo spruzzo d’acqua su quell’area. Per piantare un seme bisognava trovare prima un punto del giardino relativamente vuoto e poi premere il tasto “Plant”, comandando al robot di scavare un piccolo buco nel terreno, aspirare un seme, attraverso un ago aspirante estraibile, dal contenitore dei semi e depositarlo nella buca precedentemente scavata (Figg.32 e 33). Tutti potevano osservare il giardino come ospiti ma il diritto di piantare e annaffiare era concesso a quelli che condividevano il loro indirizzo email con gli altri membri della comunità. Ogni membro poteva ricevere un seme da piantare (per un numero massimo di tre) solo quando aveva usato il giardino ed aveva dimostrato la sua dedizione. Per piantare un seme bisognava aver fatto almeno 100 richieste al sistema (annaffiare, movimento, chattare, ecc.) e si doveva essere un membro da più di una settimana. Per il secondo seme si doveva aver fatto 500 richieste ed essere un membro da due settimane. Per il terzo e ultimo seme si doveva aver fatto 1000 richieste ed essere un membro da tre settimane. In questo modo si riduceva il numero degli utenti casuali che entravano nel sito, piantavano un seme e non tornavano più a curarlo. Quando il giardino diventava affollato dopo molti mesi d’uso le piante venivano tolte, il terreno veniva cambiato e il giardino ripartiva da capo.

 

Fig. 26

Fig. 27

Fig 28

Fig. 29 Diagramma a sinistra: le aree blu indicano l’acqua nel giardino, i punti verdi mostrano le posizioni delle piante e il quadrato rosso con il nome indica la posizione di un altro “telegiardiniere”. Istantanea del giardino a destra: i punti verdi che appaiono con i nomi indicano la posizione dei semi piantati da quei “telegiardinieri”

Fig.30

Fig.31

Fig.32

Fig. 33



Una citazione di Telegarden di Ken Goldberg (l’annaffiamento di una piccolapianta) si ritrova nell’opera di telepresenza via web attiva solo sporadicamenteper il controllo e l’interazione a distanza con un microcosmo di oggetti,Screen (2003) [38] dell’artista canadese Brad Todd [39], che siinteressò dell’usodi tecnologie digitali per animare oggetti fisici e tableaux su Internet e inambienti reali (Fig.34).

 

Fig 34

 

Una costruzione telerobotica aperta faceva da cornice ai contenuti interattivi e non, disposti all'interno secondo un'armonica disposizione di forme e significati. Una suddivisione d'ambienti separava i servomeccanismi robotici che controllavano gli eventi visibili in un microteatro, un mondo essenziale dove convivevano quattro elementi enigmatici controllati tramite una manipolazione remota: l'annaffiamento di una piccola pianta - sostentamento di una vita - e di un piccolo pezzo di pane che a sua volta generava muffa, creando così un minuscolo ecosistema vitale - creazione di una vita -, il controllo di piccoli fili simili a quelli per stendere la biancheria, che muovevano le ali di una farfalla in una direzione e una vecchia foto di un aeroplano dall'altra, e il controllo di una piccola macchina da disegno che trascriveva cerchi interminabilmente su uno dei muri della scatola. Un microcosmo popolato da altri oggetti accostati, come su uno scaffale, un assemblaggio di oggetti quotidiani dalla dislocazione fisica ignota e quindi a tutti gli effetti 'virtuale'. La costruzione era il risultato di un’azione a distanza da parte di un utente, un’anonima telepresenza che entrava nell’universo della scatola composta di strati consecutivi riguardanti eventi emblematici della vita e di riferimenti alla virtualità e alla realtà. Da un ambiente remoto, Todd usò lo spazio condensato dello schermo del computer per presentare una collezione di manufatti e di ricordi, souvenir (un libro minuscolo firmato da Timothy Quay - The Brother Quay -, Mon Cinè 186, una rivista di cinema da Parigi, 1925, con René Wilde, nipote di Oscar Wilde, sulla copertina, un cristallo dalla piramide a Teotihuacàn, nello scomparto più angusto in tante scatole di fiammiferi: una pietra dalla cripta di Oscar Wilde, una foglia dalla tomba di Gerard de Nerval, Les Fleurs du Mal dalla tomba di Baudelaire, una rosa dal caminetto di Rembrandt, un pezzo dello scrittoio di Baudelaire dalla casa di sua madre in Honfleur, una pietra dalla tomba di Méliès, fogliame dal sepolcro di Nadar, un fiore dalla tomba di François Truffaut, un pezzo di tomba di Man Ray, una piuma dalla casa di Gustava Moreau, schegge di legno dalla casa di Joseph Cornell) contenuti tutti in una scatola che ricordava le opere dell’artista Joseph Cornell. Con il ritardo inerente alla trasmissione dei dati, quest’opera richiamava anche i primi esperimenti del cinema con la sua temporalità frammentata, progettando concetti di “sviluppo” con una sensibilità surrealista e un’innata abilità di memoria nel richiamare una disordinata rete di segni e simboli. L’opera era vista e controllata simultaneamente tramite l'interfaccia di una pagina web ed era anche accresciuta da un elemento performativo che consisteva in una manipolazione in tempo reale di immagini e di elementi audio della trasmissione audio/video - un’esperienza solitaria in un tempo determinato, in cui una sola persona controllava a distanza diversi elementi robotici - tramite LiveChannel, un software per la trasmissione video che permetteva di mescolare tra spezzoni archiviati, la trasmissione in tempo reale ed elementi audio (live o archiviati). Durante lo screening, la trasmissione veniva manipolata con immagini e video che accrescevano il contenuto introducendo elementi che completavano l’idea della griglia e della scatola come alveari, costruzioni industriali, scatole di Cornell, reticoli modernisti, segmenti del cinema degli albori, ecc..

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2. Teleporting An Unknown State


Questioni simili a quelle sollevate da Telegarden si ritrovano in Teleporting An Unknown State (1994-96) [40], un’installazione biotelematica interattiva di Kac che realizzò il concetto di netlife o di vita che dipende dall’attività in rete per la sua sopravvivenza (Fig.35). Fu un collegamento tra il Contemporary Art Center, a New Orleans, e Internet, parte di "The Bridge", il Siggraph '96 Art Show (4 agosto-9 agosto, 1996). Una versione web [41] di quest’opera, che permetteva ai partecipanti online di inviare la luce da otto aree del mondo a un singolo seme piantato in una galleria, fu commissionato dal centro culturale Kibla, a Maribor, Slovenia nel 1998. Fu presentata simultaneamente a Kibla e su Internet dal 24 ottobre al 7 novembre, 1998 (Fig.36). Una nuova versione Web (2001) [42] viaggiò come parte della mostra itinerante Telematic Connections: The Virtual Embrace, organizzata e diffusa dall’ Independent Curators International (ICI), New York, e curata da Steve Dietz (Fig.37).

 

Fig. 35

Fig. 36

Fig. 37 Schermata che mostra la luce da Isummerit (Groenlandia) proiettata sulla pianta
nell’Austin Museum of Art Austin, Texas (10 Novembre, 2001; 12:14 pm CST)

 


In questa installazione la reale fotosintesi e la crescita di un essere vivente avviene attraverso Internet, che diventa un sistema che permette la sopravvivenza. In una stanza buia un piedistallo con della terra servì da vivaio per un singolo seme piantato il 22 luglio 1996. Attraverso un video proiettore sospeso al di sopra del piedistallo, i partecipanti remoti di tutto il mondo inviarono la luce del sole via Internet per permettere a questo seme di compiere la fotosintesi e di crescere nel buio totale. Essi furono invitati a puntare le loro videocamere verso il cielo e trasmettere i fotoni al luogo dell’installazione. La luce dal cielo di molti paesi intorno al mondo giunse insieme nello spazio per aiutare la crescita e lo sviluppo di una singola forma di vita. Il cono di luce fu proiettato attraverso un foro circolare nel soffitto. La circolarità del foro e la lente circolare del proiettore evocavano il sole, che irrompette nel buio e proiettò sul terreno fertile la luce trasmessa in tempo reale via Internet. La fotosintesi dipendeva da una remota azione collettiva di anonimi partecipanti. L’azione e la responsabilità collaborative attraverso la rete furono essenziali per la sopravvivenza di questo organismo. La nascita (la germinazione), la crescita e la morte su Internet formò un orizzonte di possibilità che rivelò come dei partecipanti contribuirono dinamicamente a quest’opera.


Il teletrasporto attraverso la vidoeconferenza in Internet diventava un processo di spostamento remoto di particelle di luce e la trasmissione remota di immagini video era sconnessa dal contenuto rappresentazionale e ridotta a un fenomeno ottico che permetteva e sosteneva la vita biologica (e non artificiale) e la crescita nel luogo dell’installazione. In questo contesto emergeva un nuovo senso di comunità e di responsibilità collettiva senza lo scambio di un singolo messaggio verbale. Attraverso l’azione collaborativa di anonimi individui intorno al mondo, dei fotoni provenienti da paesi e città lontane erano teletrasportati nella galleria e erano usati per dare vita a una piccola e fragile pianta.


Il lento processo di crescita della pianta fu trasmesso in tempo reale in tutto il mondo via Internet per tutta la durata della mostra. Lo schermo del computer fu dematerializzato e proiettato direttamente sul letto di terra in una stanza buia, permettendo il contatto fisico diretto tra il seme e il flusso fotonico.

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Note

35) http://www.usc.edu/dept/garden e http://www.ieor.berkeley.edu/-goldberg/garden/Ars/; Telegarden Official Archive: http://www.telegarden.org/tg/; Telegarden Info Page from 1996: Introduction, http://web.archive.org/web/19980203215401/telegarden.aec.at/cgi-bin/gard-custom/html/intro.html; Frequently Asked Question, http://web.archive.org/web/19981203015012/telegarden.aec.at/cgi-bin/knapsack/html/FAQ.html [back]

36) Ulteriori informazioni sull’artista e su altri suoi progetti telematici si trovano sul sito http://www.ken.goldberg.net [back]

37) Christiane Paul, Digital Art, London, Thames&Hudson, 2003, p. 155. [back]

38) http://www.mobilegaze.com/screen/ e http://www.neural.it/nnews/screentelepresence.htm [back]

39) http://www.mobilegaze.com/. Ulteriori informazioni sull’artista e su altri suoi progetti telematici, tra cui Alt+delete (2002) e Chair de poule (2003),si trovano sulla rivista online Rhizome, http://www.rhizome.org/ [back]

40) http://www.holonet.khm.de/ekac/teleporting.html [back]

41) http://www.holonet.khm.de/ekac/teleportweb.html [back]

42) Teleporting an Unknown State - Modular Web version: http://www.holonet.khm.de/ekac/teleptrvl.html [back]