| Tra Opensource e Copyright | | | Tra Opensource e Copyright Con l'accesso enormemente facilitato di chiunque, dunque, ai media ed ai loro contenuti, si pongono problemi di non facile risoluzione: Come considerare il diritto d'autore? Chi condivide compie reato? E', poi, producente la conservazione del codice sorgente di software impedendo lo scambio comunitario che è l'elemento fondante di internet? In termini giuridici, il copyright (abbreviato con questo simbolo ©) mette al riparo l'autore di un "opera" (libro, canzone, software, etc) tutelando i suoi diritti, dunque la paternità del prodotto, i compensi sulla sua diffuzione,i diritti sull'immagine... Nell'ambito dell'informatica e della programmazione software, però, da qualche tempo a questa parte si sono diffuse licenze alternative (GNU GPL e GNU LGPL), così come in altri ambiti le Creative Commons. Tutte queste licenze appartengono alla categoria copyleft (parafrasata da Don Hopkins come: "Copyleft — tutti i diritti rovesciati", contrariamente a "Copyright — tutti i diritti riservati"). Succede, infatti, che software coperti da copyright risultino costosi e poco compatibili con computer differenti da quelli recenti, presenti sul mercato. In contrapposizione a questo tipo di diffusione unilaterale (l'azienda che offre il prodotto all'utente) si pone una larga schiera di programmatori che, con la stessa logica degli User Generated Content, permettono agli utenti finali di modificare i prodotti sotto licenza copyleft. Ad esempio (pensando al sistema operativo Linux, con licenza GNU GPL) un player audio-video può essere modificato a partire dal codice sorgente (rilasciato appunto sotto licenza copyleft, definito anche OpenSource) integrando nuove librerie, corregendo bug, migliorando le prestazioni o creando un nuovo programma. Tutto questo sarebbe impensabile in una logica di mercato monopolizzata come quella della Microsoft (anche se ultimamente si assiste ad una "apertura" dei creatori di Windows verso Linux), eppure è un fenomeno in espansione che trova consenso sia dagli utenti (che vedono in questo un grosso risparmio) che dai programmatori (che possono così condividere il loro lavoro favorendo un "processo evolutivo" democratico e libero proprio perchè pubblico). Le quattro libertà basilari indicate da Richard Stallman (teorizzatore del copyleft) sono: 1. la libertà di usare a propria discrezione e di studiare quanto ottenuto; 2. la libertà di copiare e condividere con altri; 3. la libertà di modificare; 4. la libertà di ridistribuire i cambiamenti e i lavori derivati. Tutto questo non è, ovviamente, un impedimento per la "vendita" del software che può avvenire se decade la licenza copyleft (questo dipende dai termini della licenza del sorgente principale) ma, per la distribuzione libera, è preferibile rispettare anche qualche altra regola: 1. accertarsi dell'irrevocabilità del copyleft; 2. accertarsi che il prodotto sia facilmente modificabile (quindi, nel caso di un software, che sia distribuito il codice sorgente); 3. accertarsi della presenza di una descrizione che indichi le modifiche apportate rispetto all'opera originaria. Se questo discorso risulta coerente in ambito informatico (dove fondamentale è la comprensione tecnica del programma da parte di chi lo deve modificare), la stessa cosa purtroppo non si può dire che avvenga in ambito artistico: come tutelare infatti la proprietà intellettuale di una canzone, di un video, di un'opera d'arte qualunque conciliandola con la diffusione libera ed a tutti i livelli? In questo caso un'ottima risposta sono le Creative Commons, licenze che propongono la "scelta" dei diritti da tutelare e di quelli pubblici. In questo modo sarebbe possibile evitare i problemi che le leggi sul copyright creano per la diffusione e la condivisione delle informazioni. |