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Mononoke Hime [44] Princess Mononoke [45] è stato prodotto dallo Studio Ghibli nel 1997, ma era un progetto che Miyazaki teneva chiuso in un cassetto già da diciotto anni e che non poté attuare a causa dei problemi finanziari che lo attanagliavano: infatti i suoi primi lavori, Conan tra tutti, non avevano avuto immediato successo e in quel periodo nessuno avrebbe rischiato di produrre un film che probabilmente non avrebbe recuperato le spese. Il prodotto finale di Mononoke Hime comunque è molto diverso dal suo primo progetto e si discosta molto anche dalle altre produzioni di questo autore sia per i temi affrontati sia soprattutto per la sua realizzazione, che, a differenza di quelle precedenti, non ha avuto una vera e propria sceneggiatura di supporto; Miyazaki ha deciso come sarebbe stato il finale solo durante la lavorazione allo story-board e non ha tenuto conto della classica scaletta che si fa quando si crea una storia e che prevede quattro fasi:
Al contrario di altre produzioni, Miyazaki ha detto di aver lavorato molto lentamente e ha preteso ben cinque scenografi, ognuno dei quali si è occupato del tipo d’ambientazione da lui preferita: per esempio Youji Takeshige si è occupato dei fondali di Tataraba, mentre Nizo Yamamoto ha lavorato alle atmosfere notturne del villaggio di Ashitaka. A causa del fatto che nessuno di loro voleva sfigurare rispetto agli altri, il risultato finale è a dir poco fantastico. Proprio poco prima dell’uscita di Mononoke Hime, la Disney ha comprato lo Studio Ghibli, soprattutto per poter controllare questo prodotto, avendone intuito la grandezza. C’è da dire che la Walt Disney Company ha agito in quel frangente anche per potersi assicurare l’uscita in America di Mononoke Hime dopo quella di “ Mulan [46] ”, allo scopo di evitare che il loro film fosse adombrato dal capolavoro giapponese. Mossa alquanto intelligente questa, che ha permesso allo Studio Disney, non solo di “salvare” il proprio prodotto, ma anche di guadagnare con Princess Mononoke! Comunque la Disney, dopo aver accantonato l’iniziale idea di fare del film in questione una distribuzione sommaria e frettolosa, a causa dell’enorme successo avuto in Giappone dal film [47], ha messo Mononoke Hime nelle “mani” della Miramax [48], che, nell’arco di due anni, ha creato un’ottima versione in inglese del film. Sono stati spesi 3.000.000 di dollari solo per il doppiaggio, perché sono stati ingaggiati, per dare le voci ai personaggi, grandi attori hollywoodiani, quali Gillian Anderson, Minnie Driver, Clare Danes e Billy Crudup; inoltre l’adattamento in inglese è stato curato da Neil Gaiman, uno sceneggiatore di comic book e uno scrittore che, basandosi sulla traduzione letterale della sceneggiatura originale del film, ha riscritto per intero le frasi in modo tale da dire il medesimo significato in un inglese che suonasse naturale. Pur rimanendo colpito dal fascino della giovane, Ashitaka non si schiera a favore della natura, bensì resta in una posizione neutrale, a causa del fatto che né gli uomini né gli animali possono essere considerati nel torto, in quanto ognuno combatte per delle ragioni dal suo punto di vista giuste. Il protagonista riesce alla fine nel suo intento di sedare lo scontro, rischiando la propria vita insieme a San per far rinascere lo Shishigami. Quest’ultimo pur non risorgendo fa fiorire di nuovo la foresta, dimostrando che lo spirito della natura non è morto. Ashitaka guarisce dalla sua ferita e decide di vivere a Tataraba per stare vicino a San, dopo che questa ha grazie a lui riacquistato un po’ di fiducia nell’umanità. Questo film, non essendo caratterizzato dalla classica suddivisione di “buoni” e “cattivi”, è di difficile fruizione per lo spettatore, che non sa per chi parteggiare. Miyazaki ha ricercato, a differenza dei suoi precedenti film, una condizione più matura e intellettuale dello spettatore, che, non potendo tifare per “il bene”, è messo di fronte ai fatti, anche in maniera crudele se vogliamo, e costretto a non prendere parte, ma solo ad osservare ed “accettare” ciò che sta guardando. In una sola parola lo spettatore viene fatto “crescere”, di pari passo alla maturazione dello stesso regista, che passa dall’affrontare lo stesso tema della lotta tra natura e umanità dai toni utopici di Nausicäa a quelli più realistici e forse anche più disincantati di Mononoke Hime. Ciò è testimoniato non solo dall’inserimento nel lungometraggio di scene cruente [53] e di primi piani di volti drammatici, ma anche dalla totale assenza di scene di volo: Miyazaki non vuole più che i suoi spettatori fuggano nel regno dei sogni, ma che osservino la realtà così com’è, nella sua estrema bellezza, ma pure nella sua intrinseca violenza e brutalità. La natura non è qui la solita natura benevola, ma un essere selvaggio e violento così come lo è l’uomo agli occhi della stessa. San, che incarna entrambi i mondi, è colei che ci permette di osservare quanto la natura e l’uomo siano simili e permeati ambedue di violenza: l’una legata all’istinto, l’altra legata alla società e alle sue pressioni sull’individuo. La “Principessa Mononoke” si muove e agisce d’istinto come un animale, ma soffre e prova emozioni come una donna. Esplicativa da questo punto di vista è certamente la scena del combattimento, interrotto da Ashitaka, tra San e Lady Eboshi: mista all’istinto di sopravvivenza c’è in lei una rabbia decisamente umana, legata a delle motivazioni e diretta ad una persona ben precisa, appunto Lady Eboshi; un animale infatti avrebbe attaccato anche il resto del gruppo intorno a loro.
Miyazaki ha voluto, nella sua carriera, parlare in modo delicato ai bambini, mostrandogli sogni e speranze (ma anche situazioni ed emozioni reali). Con Mononoke Hime egli non vuole più edulcorare la realtà, e non parla più a dei bambini, bensì a persone che sono ormai adulte, intimando loro di non rifuggire dalla realtà, ma di crescere e di accettare la brutalità perché essa fa parte di noi stessi.
L’opera è unica sia dal punto di vista stilistico, essendo stata disegnata a mano quasi completamente da Miyazaki, che ha curato pure la colorazione al computer personalmente, sia da quello sonoro, presentando delle musiche di Jo Hisaishi [55] che risultano sempre azzeccate e coinvolgenti in ogni circostanza; sono perlopiù brani strumentali, ma ci sono anche due canzoni, Mononoke Hime e Tatara Fumu Onnatachi, il cui testo è stato scritto da Miyazaki stesso. La caratteristica fondamentale di questo lungometraggio è che, pur essendo stata usata la computer grafica, lo spettatore non ne coglie affatto la presenza, in quanto essa si armonizza in maniera così efficiente con l’animazione tradizionale da raggiungere dei risultati eccellenti e non solo sensazionalistici (come in molti cartoon di oggi, che usano la computer grafica per sbalordire). Innanzitutto c’è da dire che la sezione di Computer Grafica, pur essendo stata mobilitata per altre produzioni dello Studio Ghibli (anche se in brevissime scene), è stata ufficializzata solo con questo film per il maggiore utilizzo della stessa in esso, rispetto agli altri lungometraggi. La Computer Grafica è servita:
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