| Introduzione e definizione dell'effetto speciale | | | INTRODUZIONE E DEFINIZIONE DELL'EFFETTO SPECIALE Narrano le cronache che il termine effetti speciali sia stato coniato per la prima volta da Louis Witte, un impiegato della Fox Film Company per i titoli di testa del film "Qual è il prezzo della gloria" ("White Price Glory" di Raoul Walsh, 1926) ben 13 anni prima dell'inserimento ufficiale della categoria nell'elenco degli Oscar; si tratta comunque di un'attestato formale, dal momento che la nascita e lo sviluppo degli effetti speciali risalgono e, a dire il vero, coincidono con la nascita del cinema stesso, inglobati nella definizione più generale, e vagamente dispregiativa, di "trucchi". Ma come possiamo definire con precisione l'effetto speciale? Una prima considerazione intuitiva suggerisce che se esiste un effetto definito speciale deve esisterne necessariamente uno "normale": si tratterebbe quindi di un procedimento che acquisisce un carattere di straordinarietà in opposizione a procedimenti ordinari; in che termini possiamo delineare questa distinzione? La prima e più ovvia risposta porta a definire effetto speciale qualunque procedimento attuato allo scopo di simulare eventi al di fuori delle leggi fisiche: astronavi, gorilla giganteschi, fantasmi e tutto ciò che appartiene alla sfera del sovrannaturale, dell'irreale e del fantastico necessita di procedimenti speciali mentre tutto ciò che possiamo definire ordinario o realistico si può ottenere con procedimenti di ripresa normali; sembra quasi un'ovvietà ma il problema si rivela piuttosto complesso. Immaginiamo una scena domestica in cui un marito e una moglie stanno conversando: si tratta di un evento ordinario ripreso con procedimenti ordinari; ma se aggiungiamo che nella realtà quello scorcio di appartamento è stato ricostruito in un teatro di posa dall'abilità degli scenografi, possiamo ancora parlare di modo di ripresa normale? E' evidente che quando si parla di cinema risulta piuttosto rischioso, e molto poco proficuo, imbarcarsi in discussioni sull'opposizione fra realtà e finzione. Oltretutto la distinzione che abbiamo prima definito si riferisce ad elementi di natura narrativa che non necessariamente coincidono con procedimenti di tipo tecnico: nel film "Twister" (id., di Jan De Bont, 1996) un processo assolutamente naturale come un tornado è stato realizzato grazie a sofisticati effetti speciali digitali mentre è certamente possibile mostrare eventi sovrannaturali attraverso procedimenti di ripresa normali. Il problema, ormai è chiaro, sta proprio nella definizione della straordinarietà e della ordinarietà di questi procedimenti. Per sbrogliare questa intricata matassa ci viene in aiuto non un teorico ma un tecnico: Eustace Lycett, vincitore di due premi oscar della categoria, tra cui quello per "Mary Poppins" (id., di Robert Stevenson, 1964). Lycett definisce effetto speciale "qualunque tecnica o trucco che viene usato per creare un'illusione di realtà in una situazione in cui non è possibile, economico o sicuro usare le cose reali". (1) Il merito di questa definizione sta nello spostare l'attenzione da classificazioni di tipo teorico a valutazioni di tipo produttivo. Per "usare le cose reali" si intende la possibilità di allestire e rappresentare l'evento previsto davanti alla camera come se si dovesse riprendere un frammento di realtà; ogniqualvolta ciò risulta impossibile, perché la situazione appartiene alla sfera del fantastico, poco sicuro, perché esistono delle difficoltà logistiche insormontabili o semplicemente troppo dispendioso, si preferisce ricorrere a procedimenti sostitutivi in grado di superare queste difficoltà. E' importante precisare che questi criteri possono variare a seconda della disponibilità economica della produzione e dello sviluppo delle tecnologie: oggi, per esempio, le scene di massa vengono girate con l'aiuto del computer mentre in passato si utilizzavano migliaia di comparse. |