| | Storia Alla metà del XV sec., un orafo tedesco, Johann Gutemberg, inventò la stampa a caratteri mobili. Uno stampo per ogni lettera che poteva essere usato infinite volte; le lettere ricavate, venivano inserite in una forma e inchiostrate, su di esse si pressava un foglio con una pressa ricavata da un torchio da uva. La stampa a caratteri mobili ha reso possibile una produzione sempre maggiore di libri e la meccanizzazione della scrittura. Tutt'altro problema la riproduzione delle immagini, perché la copiatura manuale del disegno, non assicurava la fedeltà della riproduzione. All'epoca della tipografia, venivano fatte incisioni di legno e poi stampate, le illustrazioni, tuttavia, erano ancora grossolane. La situazione mutò verso la fine del secolo grazie all'incisione su rame che, permettendo un tratto più fine, venne utilizzata con maggior frequenza (1). Nei secoli seguenti vennero sviluppate tecniche di tratteggio sempre più raffinate; fra il Cinquecento e l'Ottocento, la grafica illustrativa si trasformò in uno strumento di riproduzione sempre più sensibile e fedele, senza che aumentassero né la velocità né la tiratura. Un enorme passo avanti venne fatto quando nel 1839, Talbot, presentò alla Royal Society di Londra il suo calotipo, il metodo negativo/positivo alla base della fotografia che ancora oggi usiamo. L'automatizzazione progressiva durante il XIX e il XX secolo, ridusse via via l'intervento manuale nel processo di riproduzione e aumento la produzione di libri d'arte e di viaggio. Le migliorie susseguitasi nella fotografia diede vita a un tipo di stampa basato sulle pellicole e sui processi fotografici. Il lavoro del grafico, infatti, richiede quasi sempre l'utilizzo della fotografia, anche in forma di semplici riproduzioni di scritte o disegni che devono essere portati in misura per essere inseriti in un layout; le immagini a questo punto possono essere inserite fotograficamente e nei limiti della meccanicità della stampa e della ripresa, possono essere elaborate. Si possono produrre foto con al tratto utilizzando una pellicola altamente sensibile e/o stampando su carta fotostatica del tipo che non dà mezze tinte, partendo da questo tipo di immagini si ottenere anche foto a colori con l'impiego di filtri di selezione applicati sull'obiettivo dell'ingranditore. Un altro tipo di elaborazione è la solarizzazione che si ottiene esponendo la lastra alla luce bianca durante lo sviluppo per un tempo superiore alla prima esposizione; a questo punto inizia un processo di inversione dell'immagine. Si possono fare foto diverse usando pellicole o carte particolari, oppure con l'interposizione di un retino di qualsiasi natura a contatto con la carta o con il negativo. Il procedimento della separazione dei toni è più complesso: nell'ambito del b/n una foto normale può essere scomposta in tre, quattro toni distinti (bianco, uno o due grigi, nero). Con l'applicazione della separazione dei colori per mezzo dei filtri, si possono ottenere tutti gli effetti descritti a colori; stampando l'immagine di una diapositiva a colori separatamente su quattro diverse pellicole pancromatiche, e interponendo, per ognuna, il corrispettivo filtro, si otterrà la scomposizione nei quattro colori fondamentali. L'immagine completa si ottiene con la stampa dei tre negativi sullo stesso foglio di carta con il rispettivo filtro (2). Si possono ottenere altri tipi di effetti agendo meccanicamente, spostando la carta durante la stampa, o orientando obliquamente l'obiettivo dell'ingranditore. Il layout finito, composto da foto e scritte incollate su cartone viene trasformato in fotolito, nelle quattro pellicole dei colori fondamentali e quindi stampate. Il metodo di produzione della grafica in generale e delle immagini in particolare, cambia radicalmente con l'utilizzo dell'elettronica. La prima idea di utilizzare un elaboratore per istaurare una forma di dialogo iconico la ebbe, nel 1963, Evan Sutherland il quale, creò e descrisse un sistema chiamato "sketchpad" (lavagna per schizzi), che sfruttava la capacità dei sistemi di elaborazione di tracciare segni sulloschermo di un televisore e di riconoscere la posizione di un cursore, fino a arrivare ai primi photoshop nella seconda metà degli anni '80. Le prime versioni erano ancora molto lente e limitate rispetto a quelle più recenti, si poteva intervenire sull'immagine per variarne il formato, si potevano cancellare delle parti con la gomma, si scontornava con il lazzo, una traccia continua, non con i tracciati di ritaglio come nelle versioni più recenti, si poteva anche intervenire cromaticamente, però le risoluzioni dei monitor erano poco attendibili. nel corso degli anni novanta il programma è stato ampliato di parecchi strumenti fino all'ultima versione, Photoshop 6.0. |