NOEMA Home SPECIALS › Le origini dell'olografia
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L'olografia

Oltre cento anni dopo la scoperta della fotografia veniva quindi palesandosi un nuovo modo di creare immagini, questa volta realmente tridimensionali, tramite l'ausilio della luce.
Un ologramma differisce da una comune fotografia in quanto registra non solo la distribuzione d'intensità della luce riflessa ma anche la distribuzione di fase.
In altre parole, la pellicola distingue le onde che raggiungono una superficie fotosensibile in corrispondenza della elongazione massima, ovvero della massima ampiezza possibile dell'onda, da quelle che la raggiungono alla ampiezza minima.
Questa capacità di distinguere onde con fasi differenti si ottiene provocando l'interferenza tra un fascio detto " di riferimento" e le onde riflesse o diffuse dall'oggetto.
Per ottenere un ologramma infatti, un fascio di luce monocromatica emesso da un laser viene sdoppiato in due fasci coerenti.
Uno dei due fasci viene inviato sull'oggetto la cui sagoma determina la forma dei fronti d'onda, ovvero la fase in cui la luce riflessa colpisce i punti della lastra fotografica.
Simultaneamente, l'altro fascio laser viene riflesso da uno specchio e diretto verso la lastra; questo fascio è chiamato di riferimento.
I fronti d'onda di quest'ultimo, non essendo stati riflessi dall'oggetto, rimangono paralleli al piano e producono, una volta ricongiunti con i fronti d'onda della luce riflessa dall'oggetto, una caratteristica figura di interferenza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'ologramma di un oggetto si ottiene dall'interferenza tra un fascio di luce laser inviato direttamente sulla pellicola e le onde luminose provenienti dalla stessa sorgente, ma diffuse dall'oggetto da olografare.
Il fenomeno si deve al fatto che, nel percorrere tragitti diversi, le due componenti del fascio si sfasano l'una rispetto all'altra e ricongiungendosi,
producono una figura di interferenza che viene registrata sulla pellicola sotto forma di ologramma.
Illuminando quest'ultimo si ottiene l'immagine tridimensionale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nella foto un tecnico proietta in laboratorio l' ologramma di una statuetta

 

 

 

Se l'oggetto è un punto, ad esempio, i fronti d'onda del fascio riflesso saranno sferici; le frange di interferenza ottenute sulla pellicola saranno quindi cerchi concentrici separati da spazi che diminuiscono progressivamente all'aumentare del raggio.
La frangia di interferenza prodotta da un oggetto più complicato sarà naturalmente molto più complessa, così a prima vista l'ologramma risultante sembrerà solo un intreccio di strutture chiare e scure senza nessuna relazione apparente con la forma originale.
Quando l'ologramma viene illuminato con un fascio di luce monocromatica, però, l'oggetto originale diventa visibile, sotto le diverse angolature.
L'effetto tridimensionale si ottiene perché l'ologramma ricostruisce nello spazio i fronti d'onda che sono stati prodotti dall'oggetto.
L'olografia, il cui anno di invenzione è ufficialmente il 1948, valse a Gabor il premio Nobel solo nel 1971, dopo le ulteriori scoperte di Leith e Upatnieks e dopo che Ju. Denisjuk, scienziato sovietico, ne ebbe proposto la registrazione su supporto tridimensionale.
Lungi dal voler intraprendere in questa sede una lunga disquisizione riguardante le recenti o future applicazioni di questo straordinario strumento, ci limiteremo a considerare l'imperiturità dell'olografia, funzionale anche dopo aver subito un danno del 90%,tale da consentirci di ritenere soddisfatto il "complesso della mummia" e la sua capacità, derivata dall'effetto di parallasse, di consentirci molteplici prospettive al punto di arrivare forse ad intenderla come uno strumento della potenziale, futura conquista della realtà da parte della virtualità e mezzo di ingresso per l'umanità in una nuova era dell'immagine.